Salvador Dalí

Salvador Dalí

1904–1989 · Spagna · Surrealismo


La storia

André Breton, il fondatore del Surrealismo, mise una volta Salvador Dalí sotto processo. Era la Parigi degli anni '30. I surrealisti erano un movimento con articoli di fede rigidi, i sogni, l'inconscio, la rivoluzione politica di sinistra, e Dalí continuava a infrangerli. Dipinse Hitler. Rifiutò di condannare il fascismo come il gruppo pretendeva. Era, decise Breton, troppo affamato di denaro e di celebrità personale. Entro la fine del decennio fu di fatto espulso. Anni dopo Breton gli inflisse il colpo più tagliente, riordinando le lettere di Salvador Dalí in un soprannome, Avida Dollars, avido di dollari. Dalí, felicissimo, disse che l'anagramma doveva avere un vero potere magico, perché da quando gli era stato affibbiato la pioggia di dollari non si era più fermata.

Quella era la posa, e Dalí fu uno dei grandi posatori della storia dell'arte, coi baffi impomatati puntati verso il soffitto, il formichiere tenuto al guinzaglio, le interviste che erano mezzo teatro. Questo ha talvolta nascosto quanto fosse davvero bravo come pittore. Formato nell'antica tradizione spagnola, sapeva disegnare con precisione quasi fotografica, e rivolse quel controllo verso l'interno del proprio cranio. Gli orologi molli e sciolti della sua tela più famosa sono dipinti con la pazienza di una natura morta olandese. Chiamava il suo metodo paranoico-critico: corteggiava l'immagine doppia e l'allucinazione a occhi aperti, per poi renderla con la calma di un paesaggio nella luce piena di mezzogiorno.

Veniva da Figueres, una cittadina della Catalogna, nel nordest della Spagna, e lì tornò alla fine della vita. Il vecchio teatro del paese, devastato da un incendio durante la guerra civile spagnola, lo dedicò agli ultimi decenni a ricostruirlo come museo della propria opera. Riposa sepolto sotto il pavimento, sotto una cupola di vetro, nel mezzo di quello che un tempo era il palcoscenico.