
Cimabue
1240–1302 · Repubblica di Firenze · Trecento
La storia
Cimabue lavorò a Firenze alla fine del Duecento, proprio agli inizi di ciò che gli storici moderni chiamano Rinascimento italiano, quando gran parte della pittura in Italia seguiva ancora le convenzioni bizantine, piatte e dal fondo oro. Le sue figure cominciarono a spingere contro quella piattezza, volti con vero peso e ombra, panneggi che suggeriscono un corpo sotto di essi, come si vede soprattutto nell'enorme Maestà che dipinse per una chiesa di Firenze, oggi agli Uffizi.
Ciò che davvero tenne vivo il suo nome per sette secoli, però, è un solo verso di Dante. Scrivendo il Purgatorio attorno al 1310, pochi anni dopo la morte di Cimabue, Dante fa dire a un'anima sulla montagna del Purgatorio che Cimabue credette un tempo di tenere il campo nella pittura, e ora Giotto ha il plauso, così che la fama dell'altro si oscura. Giotto, generalmente ritenuto allievo di Cimabue, era già letto come l'artista che aveva fatto avanzare in modo decisivo la pittura, e Cimabue come il maestro la cui fama sbiadiva nell'ombra dell'allievo.
Poco dell'opera di Cimabue sopravvive intatto. Gli affreschi che dipinse nella basilica superiore di Assisi si sono anneriti e scrostati gravemente, avendo il pigmento di biacca da lui usato nelle ombre invertito chimicamente nel corso dei secoli, così che volti un tempo modellati nella luce si leggono ora come spettrali negativi scuri di se stessi.




