Alejo Vera y Estaca
1834–1923 · Spagna · Arte accademica, Romanticismo
La storia
Il quadro per cui si ricorda Alejo Vera y Estaca è largo cinque metri e mostra l'ultimo giorno di Numanzia, la città celtibera che resistette a un assedio romano nel 133 a.C. e che, secondo i racconti antichi, si distrusse da sé quando cadde. Lo dipinse a Roma. La firma in basso a sinistra dice «A. Vera. Roma. 1881», e le armature romane che vi compaiono si fanno di solito risalire al suo studio della Colonna Traiana, il monumento della vittoria coperto di rilievi che si erge nella città dove lavorava.
A Roma era arrivato per la strada consueta di un pittore di storia spagnolo della sua generazione. Una borsa lo portò all'accademia di San Fernando a Madrid, poi nello studio di Federico de Madrazo, il ritrattista di corte che dirigeva il Prado, e quindi in Italia, dove le rovine di Pompei segnarono il suo lavoro per sempre. Mandò in patria Numanzia, all'Esposizione Nazionale del 1881, come opera del terzo anno del suo pensionato statale, e prese una prima medaglia. Dal 1891 diresse l'Accademia di Spagna a Roma, la residenza che lo Stato spagnolo tiene per i propri pensionati, e fu poi professore e segretario della Escuela de Pintura, Escultura y Grabado di Madrid fino al ritiro nel 1919.
La tela appartiene al Prado ed è da molto tempo in deposito presso il consiglio provinciale di Soria, la provincia dove stanno le rovine di Numanzia.
