
Vincenzo Camuccini
1771–1844 · Stato Pontificio · Neoclassicismo, Arte accademica
La storia
Vincenzo Camuccini passò quasi tutti i vent'anni a copiare i quadri altrui. Nella Roma degli anni Novanta del Settecento era un lavoro sicuro: il fratello Pietro restaurava dipinti, e Vincenzo imparava riproducendo i vecchi maestri e studiando le rovine antiche intorno a sé con l'archeologo Ennio Quirino Visconti. A trasformare un abile copista nel primo pittore della città fu una commissione del 1793 di un eccentrico inglese, Frederick Hervey, conte di Bristol e vescovo, che voleva scene della Repubblica romana.
Ne uscirono due grandi tele, La morte di Virginia e La morte di Giulio Cesare, storie di pugnalate e di crisi civile che parlavano a una Roma attraversata dagli sconvolgimenti degli anni napoleonici. Camuccini finì il Cesare verso il 1806, tutto sobria grandezza ed esattezza archeologica, e quello gli fece il nome. Per decenni fu il pittore ufficiale della città papale, accumulando onori e dirigendo le sue istituzioni artistiche.
La sua accurata maniera classica passò di moda poco dopo la sua morte, nel 1844, quando si imposero la pittura romantica e poi realista. Le due scene di morte repubblicana lasciarono Roma per il sud. Entrambe entrarono nella collezione del Museo di Capodimonte a Napoli, dove il Cesare è appeso dal 1864.
