
Allegoria della Fortuna
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La storia
Il quadro da cui questo discende non l'aveva visto nessuno. Di Apelle, il più celebre pittore della Grecia antica, si raccontava che, calunniato a corte, avesse dipinto una Calunnia. L'opera era perduta da secoli. Ne restava solo la descrizione di Luciano, scrittore greco del II secolo, e gli artisti del Rinascimento la leggevano come un'istruzione di montaggio e ricostruivano il dipinto dalle parole. Botticelli ci si era già provato una trentina d'anni prima.
Leonbruno segue Luciano da vicino. Le figure salgono i gradini di un grande edificio. Il tiranno con le orecchie d'asino ascolta il Sospetto e l'Ignoranza, la Calunnia viene condotta avanti dall'Invidia e dalla Frode, dietro seguono il Pentimento e la Verità. Poi aggiunge una figura sua. In alto siede la Fortuna, che distribuisce denaro, scettri e corone ai personaggi malvagi e lancia catene e strumenti di tortura a quelli positivi.
La tavola è del 1523 circa. Leonbruno era pittore di corte dei Gonzaga a Mantova, stipendiato dal 1511 e protetto da Isabella d'Este. L'anno dopo arrivò da Roma Giulio Romano, e nel gennaio 1525 Leonbruno scriveva lamentando che le commissioni avevano smesso di arrivargli. L'esecuzione è a monocromo lumeggiato d'oro, nella maniera dura e mantegnesca che a Mantova si praticava una generazione prima.