
Cristo e l'adultera
Dettagli
La storia
Nel 1648 Carlo Ridolfi, pittore e biografo dei pittori veneti, ricordava questa tela come opera del Tintoretto in casa del collezionista Vincenzo Zeno, a Venezia. È la prima notizia che se ne abbia. L'episodio del Vangelo di Giovanni è alle battute finali. Cristo ha appena detto che chi è senza peccato scagli la prima pietra, sacerdoti e soldati se ne vanno confusi, e alla donna restano le mani ormai sciolte, come sono sciolti i vincoli del suo peccato. Sullo sfondo una selva labirintica di colonne fugge in una prospettiva vertiginosa. Il museo la legge come il tempio, simbolo dell'angusto legalismo farisaico, contrapposto allo spazio aperto della grazia in primo piano. Nel 1664 il dipinto era del cardinale Flavio Chigi, nipote di papa Alessandro VII, e nel 1902 il principe Mario Chigi lo donò alla Galleria Nazionale d'Arte Antica. Proprio negli anni in cui era esposto a Palazzo Corsini, allora sede della Galleria, cominciarono i dubbi. Dagli anni Trenta del Novecento è stato assegnato al figlio Domenico, a un anonimo Maestro dell'Adultera Corsini e a un contemporaneo poco noto, Giovanni Galizzi. Il museo mantiene il nome di Jacopo e lo data intorno al 1549.




