La strage dei Niobidi

La strage dei Niobidi


Dettagli

Anno
1630
Tecnica
olio su tela
Tipo
dipinto
Dimensioni
300 × 410 cm

La storia

Nell'inventario di Taddeo Barberini del 1648-1649 il quadro è descritto così, «Un quadro in tela con la Regina Niobe con sette figliole», in una cornice color noce con filo d'oro. Taddeo, nipote di papa Urbano VIII, era il protettore di Andrea Camassei e gli aveva commissionato la tela, grande tre metri per quattro. A lungo la si è ritenuta il pendant del Riposo di Diana dello stesso pittore, di pari misura e finito all'inizio del 1639. Un rimborso e un pagamento del 25 settembre 1630 «per l'historia della Regina Niobe», resi noti nel 2020, l'hanno anticipata di circa nove anni.

Il racconto è quello di Ovidio. Niobe, regina di Tebe, si vantò dei suoi molti figli davanti a Latona, madre soltanto di Apollo e Diana, e i gemelli divini le uccisero con le frecce figli e figlie. Ovidio narra le due stragi una dopo l'altra, Camassei le fonde in un'unica scena, con gli dei che arrivano coperti dalle nubi, un giovane quasi al centro che cerca di estrarsi una freccia dal ginocchio e Niobe che ripara con un lembo della veste la figlia più piccola.

Nel 1630 la peste devastava l'Italia settentrionale, e una tradizione antica collegava il contagio ai dardi di Apollo. Secondo una lettura del 2023, che il museo giudica la più verosimile, il dipinto alluderebbe all'epidemia che risparmiò Roma grazie alla Congregazione di Sanità istituita subito da Urbano VIII. Il Niobide morente a sinistra, trafitto al petto e attorniato dalle sorelle, richiama san Sebastiano curato dalle pie donne, il santo invocato contro la peste.

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