
Venere, Amore e un Satiro
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La storia
Durante il soggiorno romano del 1622-1623 il giovane pittore fiammingo Antoon van Dyck schizzò questa tela e ci annotò accanto il nome di Tiziano. Il quadro era già dei Borghese, forse dal 1608, quando il cardinale Scipione acquistò un gruppo di dipinti del cardinale Paolo Emilio Sfondrato. L'inventario di famiglia del 1693 lo assegnava invece a Veronese. Oggi il museo lo considera una tarda derivazione da un modello perduto del pittore cadorino, eseguito per un collezionista padovano, e lo riferisce con un punto interrogativo ad Alessandro Varotari, detto il Padovanino, o alla sua cerchia. Venere siede con un drappo sul grembo, una freccia in mano e due colombe bianche vicino, mentre Amore le si stringe alla spalla con l'arco. Alle loro spalle un satiro scuro solleva sopra la testa un cesto di frutta, la figura che lega la tela al prototipo perduto.