
Domenico Induno
1815–1878 · Regno Lombardo-Veneto, Regno d'Italia · Romanticismo, Realismo
La storia
Per cinque giorni, nel marzo del 1848, Milano combatté la guarnigione austriaca dietro barricate di selciato e mobili, e due degli uomini in strada erano fratelli che vivevano dipingendo, Domenico e Gerolamo Induno. L'insurrezione prese la città, poi la guerra che ne seguì fu perduta. Ad agosto Domenico aveva passato il confine svizzero ed era nel Canton Ticino con la moglie e il fratello. Proseguì per Firenze e non tornò a stabilirsi a Milano fino alla fine del 1849.
Alla pittura era arrivato di lato. Il padre faceva il cuoco alla corte di Milano, e Domenico fu messo a bottega da un orafo, Luigi Cossa, che lo vide disegnare e lo spinse verso l'Accademia di Brera. Si iscrisse nel 1831, a 16 anni, e studiò con Francesco Hayez, allora il più celebre pittore di storia in Italia.
Si fece un nome con il domestico e il piccolo formato. Una donna che chiede l'elemosina a una porta, un coscritto che parte da casa, una famiglia cacciata da un villaggio incendiato, un cacciatore seduto con il calcio del fucile tra le ginocchia. I collezionisti liberali milanesi compravano questi quadri, e la politica stava nel dettaglio. La sua tela più nota, del 1862, mostra una stanza di gente che legge il bollettino del 14 luglio 1859, quello che portò a Milano le condizioni dell'armistizio di Villafranca e la notizia che Venezia sarebbe rimasta austriaca. Il soggetto è il momento in cui quella notizia arriva. Vittorio Emanuele II, il nuovo re, per quel quadro lo fece cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Dal 1863, l'anno in cui Brera lo nominò consigliere dell'accademia, smise di mandare opere alle sue esposizioni.

