
Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi (copia da Raffaello)
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La storia
Sul retro della tavola qualcuno ha dipinto «p. leon. X, ma di rafaelo d'urbino», cioè papa Leone X, mano di Raffaello d'Urbino. L'attribuzione è sbagliata, e la storia del perché ce la racconta un solo testimone, Giorgio Vasari.
Verso il 1524 il giovane marchese di Mantova, Federico II Gonzaga, vide nel palazzo dei Medici a Firenze il ritratto di Leone X dipinto da Raffaello e lo chiese a papa Clemente VII, cioè proprio quel cardinale Giulio de' Medici che compare a sinistra nel quadro. Il papa acconsentì. Ottaviano de' Medici, che a Firenze curava gli affari della famiglia, non voleva privarsene. Con la scusa di una nuova cornice dorata prese tempo, e intanto in casa sua fece copiare il dipinto in segreto da Andrea del Sarto, fino alle macchie di sudicio e alla finestra che si riflette nella palla dorata della sedia. A Mantova arrivò questa copia.
Giulio Romano, allievo di Raffaello che aveva lavorato all'originale, la lodò come opera del maestro. Anni dopo Vasari gli svelò l'inganno, e Giulio non volle crederci finché Vasari non girò la tavola e gli mostrò il contrassegno fatto a Firenze. Allora disse che la stimava non meno di un Raffaello, anzi di più.
Come il quadro abbia lasciato Mantova non si sa. Lo ritroviamo a Colorno, nella raccolta della nobildonna Barbara Sanseverino, confiscata dal duca Ranuccio I Farnese dopo la sua esecuzione nel 1612. Ancora nel 1841, a Napoli, l'architetto Antonio Niccolini sosteneva che proprio questa tavola fosse l'originale.





