
Ratto delle Sabine
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La storia
Nel 1613 su queste pareti erano compiute tre scene del ciclo. Poi i lavori si fermarono per oltre 20 anni. Quando Giuseppe Cesari tornò nella sala e dipinse questo episodio, tra il 1635 e il 1636, aveva quasi 70 anni.
La storia è in Tito Livio. La città appena fondata da Romolo aveva uomini e pochissime donne, e i popoli vicini rifiutavano di dare in sposa ai Romani le proprie figlie. Così i Romani invitarono i Sabini e altri vicini a una festa con giochi e, a un segnale, i giovani rapirono le ragazze sabine.
Mentre la sala aspettava, la pittura a Roma era cambiata. Intorno al 1630 il giovane Pietro da Cortona aveva dipinto lo stesso soggetto su una grande tela per la famiglia Sacchetti. Quel quadro oggi appartiene ai Musei Capitolini, che presentano il suo autore come il primo autentico interprete del nuovo stile barocco. E negli stessi anni in cui Cesari lavorava qui, la bottega di Gian Lorenzo Bernini eseguiva per questa sala, tra il 1635 e il 1640, una statua in marmo del papa regnante, Urbano VIII. Si trova sul lato corto, proprio sotto questo affresco.




