Il Musée de l'Orangerie sorge nel giardino delle Tuileries, e sotto il suo tetto convivono due collezioni. La prima sono le «Ninfee», che Claude Monet donò allo Stato insieme alle sale costruite secondo le sue richieste. La seconda la mise insieme il mercante d'arte parigino Paul Guillaume, e dopo la sua morte, nel 1934, la vedova Domenica la ridusse e la trasformò. Vendette i più audaci fra i suoi acquisti e dal 1937 cominciò a comprare lei stessa. In seconde nozze sposò l'architetto Jean Walter, e la collezione porta i nomi di entrambi i mariti.
Negli anni Sessanta, quando nell'edificio si preparava lo spazio per la collezione Jean Walter e Paul Guillaume, sopra le sale ovali di Monet fu costruito un piano in più. Il nuovo soffitto chiuse la luce naturale dall'alto su cui Monet aveva insistito, e quella luce tornò soltanto con la ristrutturazione del 2000–2006, quando la sopraelevazione fu demolita e la collezione Walter-Guillaume fu trasferita in sale nuove.
1. Le Ninfee — Claude Monet
Il 12 novembre 1918, il giorno dopo l'armistizio, Claude Monet scrisse a Georges Clemenceau, capo del governo e suo vecchio amico, che stava terminando due pannelli decorativi, che voleva firmarli il giorno della vittoria e donarli allo Stato per suo tramite. Clemenceau lo convinse a dare di più. Nell'accordo del 1920 si parlava ormai di 12 pannelli, e per ospitarli si pensava di costruire un padiglione circolare, su progetto dell'architetto Louis Bonnier, nel giardino dell'hôtel Biron a Parigi. Il padiglione non fu mai costruito. Il 31 ottobre 1921 Monet accettò l'Orangerie, e l'architetto Camille Lefèvre vi realizzò secondo le sue indicazioni due sale ovali, dove la luce del giorno scende da un tetto di vetro.
Monet voleva, come scrisse lui stesso, «l'illusione di un tutto senza fine, di un'onda senza orizzonte e senza riva». Otto composizioni si susseguono lungo le pareti curve dei due ovali, per quasi 100 metri di pittura in tutto. Nella composizione del sole calante, dalla massa scura delle canne nell'angolo in basso a sinistra sale sull'acqua una striscia giallo-arancione, il riflesso del sole, più a destra l'acqua si addensa in un blu violaceo e in un bruno rossastro, e le foglie delle ninfee sono segnate da tocchi verde turchese. In una delle composizioni del mattino con i salici i tronchi degli alberi sono tagliati dal bordo superiore e da quello inferiore della tela, e sull'acqua pendono dall'alto soltanto le ciocche verdi dei rami.
Monet lavorò ai pannelli fino alla morte. Nel gennaio 1925 scrisse a Clemenceau che la donazione non si sarebbe fatta, e Clemenceau gli rispose che non aveva il diritto di venir meno alla parola data. Il pittore morì nel dicembre 1926, e le sale furono inaugurate senza di lui, il 17 maggio 1927, alla presenza di Clemenceau. L'atto di donazione, firmato il 12 aprile 1922, prometteva allo Stato 19 pannelli, mentre alle pareti ne furono appesi 22.
2. Paul Guillaume, Novo Pilota — Amedeo Modigliani

Quando Amedeo Modigliani dipinse questo ritratto, Paul Guillaume aveva 23 anni e già commerciava in scultura africana ed esponeva i cubisti. Lo aveva fatto conoscere al pittore un anno prima il poeta Max Jacob, e, come scrive con prudenza il museo, dal 1915 Guillaume era probabilmente già il suo mercante. Prese in affitto per lui uno studio a Montmartre, e in seguito per le mani di Guillaume passarono circa 100 dipinti e 50 disegni di Modigliani. Fra il 1915 e il 1916 Modigliani fece in tutto quattro ritratti di Guillaume, e «Novo Pilota» è il primo.
Modigliani lo dipinse su cartone, in casa della sua compagna, la poetessa inglese Beatrice Hastings, in rue Norvins. Guillaume siede davanti a un fondo rosso, con un cappello di feltro nero, un abito scuro e una camicia bianca dal colletto alto, e tiene una sigaretta all'altezza del petto. Il volto somiglia a una maschera pallida, con il naso lungo e dritto e i baffetti corti, il mento è sollevato, e gli occhi, sotto le palpebre pesanti, guardano in basso lungo il naso.
Modigliani scrisse le parole direttamente sul cartone, con il colore: in alto a sinistra il nome «PAUL GUILLAUME», in alto a destra una stella di David e «Stella Maris», in basso a sinistra «NOVO PILOTA» in lettere verde turchese con uno svolazzo, in basso a destra la firma e l'anno. «Novo pilota» vuol dire «nuovo nocchiero», e Stella Maris, «stella del mare», è il nome latino della Madonna protettrice dei marinai. Secondo il museo, Modigliani raffigurò il giovane mercante come guida e difensore della pittura moderna. L'altra mano di Guillaume, in basso a destra, Modigliani la lasciò appena abbozzata.
3. Arlecchino e Pierrot — André Derain

Arlecchino e Pierrot stanno in piedi, a figura intera, su una pianura nuda e rossiccia sotto un cielo blu, e ciascuno ha sollevato un ginocchio, come se entrambi si fossero fermati a metà di un passo di danza. Arlecchino, con il tricorno messo di traverso e il costume a losanghe rosse, verdi, gialle e blu, suona un piccolo mandolino e guarda dritto davanti a sé. Pierrot, in un ampio camiciotto bianco con la gorgiera e una calottina nera, tiene una chitarra con il manico in alto e ha gli occhi bassi, e il suo volto è serio quanto quello di Arlecchino. Nell'angolo in basso a destra, a terra, ci sono un violino con l'archetto, una brocca scura e un panno bianco spiegazzato, e il museo sottolinea con quanta cura Derain abbia dipinto questa piccola natura morta.
Il quadro lo commissionò Paul Guillaume, dal 1925 fu suo, e venne fotografato appeso a una parete del suo appartamento in avenue de Messine. Arlecchino e Pierrot, appena accennati, ricompariranno sullo sfondo del ritratto della moglie di Guillaume che Derain dipinse nel 1928–1929 (è il numero 11 di questo elenco). Il museo riconosce nel volto di Pierrot lo stesso Guillaume. In un'altra scheda il museo riferisce che per entrambe le figure posò il pittore catalano Jacinto Salvadó, che lavorava per Derain, e che in seguito, in costume da arlecchino, posò anche per Picasso.
4. Il calesse di papà Junier — Henri Rousseau
Henri Rousseau era soprannominato il Doganiere perché per molti anni aveva lavorato a uno dei caselli del dazio di Parigi, dove si pagava la tassa sulle merci che entravano in città. Nel 1908 era in pensione da tempo, viveva in povertà e doveva dei soldi al fruttivendolo Claude Junier, la cui moglie gli preparava da mangiare. Junier aveva appena comprato un cavallo e ne andava fiero, e Rousseau saldò il debito con un quadro in cui la famiglia del fruttivendolo viaggia sul calesse. Entro il 1914 il quadro passò da Junier al mercante Paul Rosenberg, nel 1918 era da Villard, e soltanto nel 1927, 17 anni dopo la morte di Rousseau, lo comprò Guillaume.
Rousseau dipinse partendo da una fotografia e, come indica il museo, vi cambiò qualcosa: tolse un albero del viale e spostò i cani, modificandone le dimensioni. Il calesse e il cavallo sono visti di fianco, paralleli al bordo della tela. Le ruote dai raggi fitti sono arancione acceso, lo stesso colore ritorna nelle stanghe e nei finimenti, e la cavalla grigia pomellata tocca appena la strada con gli zoccoli, tanto che il museo la descrive ritta «in punta di piedi». Tutti i passeggeri, tranne il canuto Junier con le redini in mano, guardano dritto verso lo spettatore. Secondo una tradizione l'uomo con il cappello di paglia a destra è Rousseau stesso, e la cavalla si chiamava Rosa.
I cani nel quadro sono tre, e ciascuno ha una scala diversa. Quello grande e nero sta sotto il calesse, fra le ruote, uno piccolo lo tiene in braccio la giovane donna seduta dietro, e uno minuscolo corre sulla strada molto più avanti. Il pittore americano Max Weber, che allora era amico di Rousseau, gli chiese perché il cane nero fosse così grande, e Rousseau rispose che lo esigeva la sua tela.

5. Le nozze — Henri Rousseau

Otto persone si sono raccolte su un prato in un gruppo compatto, come davanti al fotografo, e tutte guardano dritto verso lo spettatore. Le cinque teste della fila di dietro sono disposte una sopra l'altra contro il fogliame, come ritagliate nella carta. Davanti a sinistra, su un ceppo, siede un vecchio canuto in blusa blu, appoggiato a un bastone, a destra una vecchia con la cuffia bianca tiene le mani sulle ginocchia, e fra loro sta la sposa, in un abito bianco lungo fino a terra. I suoi piedi sull'erba non si vedono, e il museo scrive che sembra sospesa in aria. Il lungo velo della sposa ricade sulla gonna della vecchia, e in primo piano siede un cane nero arruffato, troppo grande per quel posto, che guarda lo spettatore con occhi rossicci.
Guillaume comprò «Le nozze» nel 1929 dal pittore Serge Férat, amico del poeta Apollinaire e uno dei primi collezionisti di Rousseau. Il museo definisce Rousseau un «maestro dei paradossi spaziali» e ritiene che abbia sollevato la sposa da terra di proposito.
Nel 2025, in vista della mostra su Rousseau aperta nel 2026, il laboratorio C2RMF, il centro di ricerca dei musei francesi, esaminò il quadro ai raggi X e all'infrarosso, e i risultati li rese noti il servizio d'informazione franceinfo. Secondo quel resoconto, quattro figure dello sfondo Rousseau le dipinse più tardi, l'abito della sposa in origine era più lungo, il velo fu rifatto e il cane venne aggiunto. Gli occhi del cane forse coprono il punto dove prima c'erano i piedi della sposa. Sotto il velo, la vecchia risultò avere tre mani.
6. Il piccolo pasticciere — Chaïm Soutine

Nell'inverno 1922–1923 il collezionista americano Albert Barnes vide a Parigi, da Paul Guillaume, il ritratto di un giovane pasticciere dipinto da Chaïm Soutine. Soutine allora era povero e lo conoscevano soltanto a Montparnasse. Nel 1923 Guillaume descrisse quel quadro sulla rivista «Les Arts à Paris», ricordò il pasticciere «dall'orecchio immenso e magnifico» e scrisse che l'entusiasmo di Barnes per quella tela aveva fatto di Soutine, in un solo giorno, un pittore famoso. Barnes comprò una cinquantina di quadri di Soutine, per lo più dalle scorte del mercante Léopold Zborowski, con cui il pittore lavorava allora, e circa 16 tramite Guillaume. Il museo scrive che Guillaume, a quanto pare, descriveva il pasticciere che oggi si trova alla Fondazione Barnes di Filadelfia.
Il pasticciere dell'Orangerie è un altro. Soutine lo dipinse nel 1922–1923, e in tutto il museo conosce sei varianti di questo soggetto. Il ragazzo siede di fronte allo spettatore, con un cappello bianco da pasticciere tutto stropicciato, spinto sulla nuca, e una giacca a doppio petto che si allarga quasi da un bordo all'altro della tela. Ha il collo sottile, la testa sembra piccola per un corpo simile, le orecchie sporgono, e quella a destra per chi guarda è più grande e più rossa dell'altra. Le mani sono raccolte in basso, sulle ginocchia, e sotto di esse c'è un panno rosso vivo, la macchia più accesa del quadro.
Guillaume comprò questa tela all'inizio degli anni Trenta, dopo che era passata da Zborowski e dal mercante Jos Hessel, e lo fece, secondo il museo, «in ricordo del primo pasticciere che aveva tanto amato».
7. Grande nudo con drappeggio — Pablo Picasso
All'inizio degli anni Venti Picasso dipingeva donne massicce in pose classiche, e il museo, che data questo quadro al 1921–1923, ne elenca le fonti. Sono l'antichità, la «Fornarina» di Raffaello, che si stringe al petto un velo, Ingres e Renoir, le cui bagnanti facevano parte della collezione personale di Picasso.
La donna è seduta e occupa quasi tutta la tela: la sommità del capo sfiora il bordo superiore, le ginocchia sono tagliate da quello inferiore. Ha la testa china, gli occhi chiusi, e i lunghi capelli castani e ondulati le ricadono sulla schiena. Con la mano sinistra preme sulla spalla destra un panno bianco, e quella mano è più larga del suo viso, tanto che il museo, nella sua scheda, la definisce sproporzionata. Con la destra la donna attorciglia lo stesso panno fra le cosce. Il fondo è di un grigio uniforme, e nelle pieghe in basso la biacca è stesa così sottile che lascia trasparire lo strato grigio-bruno sottostante. Il quadro ha anche un secondo titolo, «Donna alla toeletta».
Guillaume lo comprò nel 1927 e due anni dopo lo espose alla mostra della sua collezione. Dopo la sua morte, come scrive il museo, Domenica si separò dalle opere più audaci di quel periodo, ma questo quadro lo tenne. Nel 1936–1937 prestò il «Grande nudo» a una mostra di Picasso a New York.
8. Odalisca con i pantaloni rossi — Henri Matisse
Nel 1927 un critico paragonò le odalische nizzarde di Matisse alla «vetrina di un venditore di carta da parati». Questa odalisca Guillaume la comprò di persona, e nel 1929 era esposta alla mostra della sua collezione nella galleria Bernheim-Jeune. Dopo la sua morte, secondo il museo, dei quadri di Matisse la vedova tenne per sé quasi soltanto quelli dipinti a Nizza fra il 1917 e il 1929.
Matisse la dipinse a Nizza nel 1924–1925. La donna è distesa su un divano che corre in diagonale dall'angolo in alto a sinistra a quello in basso a destra, la testa poggia su un rullo turchese e su un cuscino cremisi, il braccio destro è sollevato verso la tempia. Indossa una tunica bianca, collane e braccialetti, e i pantaloni rossi sono stretti ai polpacci da nastri ricamati d'oro. Dietro di lei pende una stoffa di un blu cobalto intenso con rose rosate e grandi motivi giallo ocra, a destra stanno due alti pannelli con fiori cremisi su un fondo verde menta pallido. Il volto Matisse lo accennò con poche pennellate, e le stoffe intorno le dipinse con una pasta più densa di quella della figura. Il museo giudica sproporzionatamente grande il tavolino rotondo con il vaso di fiori davanti alla stoffa blu, e vi vede l'unico segno di profondità di questa stanza.

9. La casa Bernot — Maurice Utrillo
Fra i passanti di questa strada di Montmartre c'è un uomo che sta di spalle davanti a un piccolo cavalletto con una tela. Ha i capelli bianchi, porta una bombetta e un cappotto verde grigio, e nella mano sinistra tiene i pennelli e una tavolozza impiastricciata di colore. Accanto a lui, anch'esse di spalle, camminano per la strada una mezza dozzina di donne, in golfino e pesanti scarpe scure, e le loro gonne, turchesi, nere e verde oliva, sono gonfie a campana, tanto che le figure sembrano bambole.
Il selciato di rue du Mont-Cenis scende in pendenza. A sinistra c'è una bottega con un'insegna bianca su cui è scritto in maiuscole rosse «BERNOT», e accanto alla porta è appesa una targa blu con il nome della via. Secondo il museo, in quella bottega si vendeva carbone. A destra si alza un lampione di ghisa e corre un muro dall'intonaco scrostato, e nell'angolo in alto a destra, tagliato dal bordo della tela, biancheggia il campanile della basilica del Sacré-Cœur. Utrillo contornò finestre, tetti e lampione con spesse linee nere.
Utrillo era cresciuto a Montmartre, però nel 1924 viveva lontano da Parigi, nel dipartimento dell'Ain, nella Francia orientale, e la strada, come scrive il museo, con ogni probabilità la dipinse da una cartolina. Il quadro apparteneva a Guillaume, e dopo la sua morte rimase a Domenica. Nell'angolo in basso a destra Utrillo firmò «Maurice, Utrillo, V,» e aggiunse la data, febbraio 1924. Con la lettera V indicava il cognome della madre, la pittrice Suzanne Valadon.

10. Fanciulle al pianoforte — Pierre-Auguste Renoir

Nel 1892 lo Stato francese comprò da Renoir le «Fanciulle al pianoforte» per il Musée du Luxembourg, dove si esponevano i pittori viventi, e fu il suo primo quadro in una collezione pubblica. Quella tela oggi è al Musée d'Orsay. Renoir dipinse questa composizione più volte, la tela dell'Orangerie è di fattura più libera, e il Musée d'Orsay la definisce un bozzetto a olio. L'Orangerie, per parte sua, non usa la parola «bozzetto» e scrive che esistono almeno altre sei versioni.
Una ragazzina bionda siede al pianoforte, di profilo netto. I capelli, sciolti sulla schiena, sono raccolti in cima alla testa da un fiocco rosa, e porta un vestito bianco e grigio a pois minuti con un'ampia fascia azzurra annodata dietro in un grande fiocco, i cui capi ricadono sulla sedia. Con una mano suona, l'altra l'ha alzata verso il bordo dello spartito. Una ragazzina dai capelli scuri, in un vestito rosa salmone, si appoggia con il gomito al pianoforte, si regge il mento con la mano e guarda lo spartito. L'angolo in alto a sinistra è pieno di rapide pennellate verdi, turchesi, blu e ocra, in cui si può leggere tanto una tenda quanto del fogliame o una carta da parati, e in basso a sinistra il bordo della tela taglia una sottile sedia dorata. Il museo scrive che Renoir evitò i dettagli superflui per concentrarsi sulle due figure, e suppone che il quadro sia stato dipinto a casa del pittore: nel 1890 aveva regalato un pianoforte alla moglie per le nozze.
Renoir tenne a lungo questa tela con sé. Dal 1914 al 1917 la lasciò in deposito a Parigi presso la galleria di Durand-Ruel, nel 1919 il quadro era presso il mercante Ambroise Vollard, e dal 1928 appartenne a Guillaume. Domenica, dopo la morte del marito, lo tenne.
11. Ritratto di Madame Paul Guillaume con un grande cappello — André Derain

La moglie di Paul Guillaume alla nascita si chiamava Juliette Lacaze, e il nome Domenica glielo diede lui. Nel 1928–1929 la ritrasse André Derain, ex fauve, che alla fine degli anni Venti era diventato il pittore di punta di Guillaume. Il ritratto apparteneva a Guillaume dal 1929, nello stesso anno lui lo espose alla mostra della sua collezione, e a casa lo appese al posto d'onore nella camera da letto della loro palazzina in avenue Foch.
Domenica siede in poltrona con un enorme cappello di paglia, la cui tesa è più larga delle sue spalle e le si stende dietro la testa come un disco chiaro. Tutto il quadro è dipinto in toni beige, ocra e crema, tranne una tenda rosso scuro in alto a sinistra. Le spalle sono avvolte in una mantella di raso color crema con una lunga frangia bianca, le mani incrociate in grembo. Ha grandi occhi azzurro chiaro, e, come nota il museo, Derain mise nelle pupille dei riflessi bianchi per ravvivare lo sguardo. Gli orecchini di perle riprendono quel bianco.
In alto a destra, secondo il museo, sono appena accennati Pierrot e Arlecchino, e il museo stesso si chiede se si tratti del grande quadro commissionato da Guillaume o di uno dei due bozzetti preparatori, che i coniugi tenevano anch'essi in casa. Dopo la morte di Guillaume nel 1934 la collezione passò a Domenica. Lei tenne il ritratto, nel 1950 lo prestò alla mostra «Cento ritratti di donne» alla galleria Charpentier di Parigi, e nel 1959 lo vendette allo Stato insieme alla collezione. La biografia di Domenica, uscita nel 1996, s'intitola «La signora dal grande cappello».

12. Yvonne e Christine Lerolle al pianoforte — Pierre-Auguste Renoir
Domenica comprò questo quadro il 10 giugno 1937 e nei documenti si registrò come «Madame Paul Guillaume», benché il marito fosse morto da tre anni. Prima di lei il quadro era passato per gallerie di Parigi, di New York e della Svizzera.
Verso il 1897 Renoir ritrasse al pianoforte Yvonne e Christine, figlie del pittore e collezionista Henry Lerolle. Il soggetto è lo stesso delle «Fanciulle al pianoforte», solo che qui le ragazze hanno un nome, e alla parete sono appesi quadri della collezione del padre. Una delle sorelle, in abito bianco dal collo alto, siede al pianoforte nero e suona. L'altra, in abito rosso aranciato con un nastrino di velluto nero al collo, sta in piedi dietro di lei, con il viso rivolto allo spettatore, e allunga la mano verso lo spartito. In alto a sinistra, in una cornice dorata, è appeso un quadro di Edgar Degas con cavalli da corsa e fantini, in alto a destra ci sono ballerine dello stesso Degas in tutù rosa, con le teste rimaste oltre il bordo superiore della tela. Il museo chiama questi quadri «Prima della corsa» e «Ballerine sotto un albero». Il secondo si trova oggi al Norton Simon Museum di Pasadena.
Le due sorelle sposarono poi due figli del collezionista Henri Rouart, vecchio amico di Degas: Yvonne sposò Eugène, Christine sposò Louis.

13. Mele e biscotti — Paul Cézanne
La rivista americana TIME raccontò la vendita di questa natura morta in un articolo intitolato «Perduto per il Louvre». Il 14 maggio 1952, alla galleria Charpentier di Parigi, andò all'asta la collezione di Gabriel Cognacq, erede dei grandi magazzini della Samaritaine, e «Mele e biscotti» fu aggiudicato per 33 milioni di franchi. Secondo la rivista, all'asta non si era mai pagato tanto per un Cézanne. Il Louvre aveva il diritto di prelazione, cioè poteva prendere il quadro per la stessa somma, ma non se ne avvalse. Nel verbale dell'asta come acquirente è registrata Madame Jean Walter, mentre TIME definì il compratore «un milionario francese proprietario di miniere di piombo», intendendo suo marito. Secondo il museo, un acquisto a quel prezzo attirò l'attenzione del pubblico sulla collezione di Domenica.
Sul lungo coperchio di legno di una cassapanca sono allineate alla buona 14 mele, gialle, rosse e arancioni, e dietro c'è una parete verde azzurrina con un motivo di rametti grigio-bianchi. I biscotti del titolo sulla tela ci stanno a malapena. Presso il bordo destro c'è un piatto bianco dall'orlo blu, di cui nel quadro è finito circa un terzo, e sopra ci sono alcuni biscotti piatti, rosa e crema. Il piatto è inclinato come se lo si guardasse dall'alto, da un punto di vista più elevato di quello delle mele. Nel registro del mercante Ambroise Vollard, uno dei primi proprietari, il quadro è annotato al prezzo di 150 franchi.
14. Paesaggio — attribuito a Paul Gauguin

Il museo assegna questo paesaggio a Gauguin con la riserva «attribuito», mentre nell'angolo in basso a destra compaiono la firma e la data, «P. Gauguin 1901». In passato il quadro si intitolava «Il curato e i bambini». Quasi tutta la tela è occupata dal verde: un albero alto e sottile con una chioma piatta a strati, due alberi tondi di un giallo acido, palme e foglie di banano in alto a destra, mentre il cielo resta una striscia stretta lungo il bordo superiore. In mezzo a un prato giallo-verde una piccola figura scura in una lunga veste nera è indicata con poche pennellate, e accanto ce ne sono altre, ancora più piccole. Il museo vi vede un missionario seguito da tre bambini e scrive che le figurine sembrano perdersi nella vegetazione.
Con un «probabilmente» il museo colloca il paesaggio a Hiva Oa, nelle isole Marchesi, nei primi mesi dopo che Gauguin, nel settembre 1901, vi si era trasferito da Tahiti. È l'unico quadro di Gauguin della collezione, e lo comprò Domenica, anche se il museo non dice quando né da chi. Fra i precedenti proprietari figurano il collezionista viennese H. Böhler, la galleria Huinck & Scherjon di Amsterdam e il regista di Hollywood Josef von Sternberg, autore dell'«Angelo azzurro».
15. Argenteuil — Claude Monet
La pittrice americana Romaine Brooks tenne questo quadro nella sua casa di Nizza più o meno dal 1921, e verso il 1955 lo comprò Domenica. È l'unico Monet della collezione Jean Walter e Paul Guillaume.
Monet si stabilì ad Argenteuil, una cittadina sulla Senna vicino a Parigi, nel dicembre 1871, e nel 1875 dipinse il bacino dove ormeggiavano le barche a vela del posto. Al centro sono all'ancora due barche con lo scafo color vermiglione, e il loro riflesso rosso scende nell'acqua in pennellate spezzate. Attraverso tutto il quadro corre una fila di alberature sottili, giallo pallido, e le più alte sfiorano il bordo superiore. Il museo nota che le linee prospettiche si aprono dalle barche verso destra e verso sinistra. L'acqua in primo piano è coperta di pennellate giallo-verdi e verde oliva, in cui il museo vede la vegetazione che galleggia sulla Senna, e la fascia inferiore del quadro è quasi tutta verde.
Nel 1959 Domenica vendette la collezione allo Stato. Quando per ospitarla fu aggiunto un piano all'Orangerie, le «Ninfee» persero la luce dall'alto. La sopraelevazione fu demolita soltanto con la ristrutturazione del 2000–2006.

Cos'altro vedere
La collezione conta 22 quadri di Chaïm Soutine e 15 di Cézanne, fra cui il «Ritratto di Madame Cézanne», e di Modigliani, oltre a «Novo Pilota», vale la pena vedere «Antonia» e «Il giovane apprendista». Guillaume compare anche in un altro ritratto, opera di Kees van Dongen. «La grande bagnante» di Picasso fu dipinta nel 1921–1922, negli stessi anni del «Grande nudo con drappeggio».








































