Nel dicembre 1936 Andrew Mellon, banchiere di Pittsburgh e dal 1921 al 1932 segretario al Tesoro degli Stati Uniti, propose in alcune lettere al presidente Franklin Roosevelt di donare al Paese la sua collezione di dipinti e sculture, di costruire per essa un edificio a Washington e di lasciare il denaro per gli stipendi del personale. Pose come condizione che l'edificio si chiamasse Galleria nazionale d'arte e non portasse il suo nome, e per tutto ciò che vi sarebbe stato esposto fissò regole che dovevano salvaguardare «l'alto livello di qualità». Il Congresso accettò il dono il 24 marzo 1937, il giorno in cui Mellon compiva 82 anni.
Dumbarton Oaks, il centro di ricerca dell'Università di Harvard a Washington, spiega la rinuncia al nome con il desiderio di Mellon di attirare verso la galleria altri donatori. Dopo di lui altri proprietari privati, dal fondatore di una catena di negozi a basso prezzo a una scuola di beneficenza londinese, donarono, lasciarono in eredità e vendettero quadri alla galleria alle proprie condizioni.
Cominciamo con un ritratto femminile che Mellon comprò nel 1926 e chiudiamo con un quadro del dono Widener che nel 2022 la galleria ha smesso di considerare opera di Vermeer.
Il segretario al Tesoro compra antichi maestri, anche dall'Ermitage (1926–1931)

1. Ritratto di una dama — Rogier van der Weyden, 1460 circa
Il bordo del velo trasparente e inamidato passa a questa giovane donna dritto sulla fronte, poco sopra le sopracciglia, e sotto la stoffa sottile si intravedono la pelle e le sopracciglia stesse. Il velo è appuntato a una bassa cuffia dorata spinta indietro sulla nuca e si apre ai due lati della testa in due ali rigide e spigolose che arrivano fino alle spalle. Gli occhi sono abbassati e guardano in basso, oltre di noi, e le dita sono intrecciate proprio sul bordo della tavola, tanto che quelle di sotto sono tagliate dalla cornice. Il fondo è blu scuro, l'abito è nero, e l'unico colore vivo del ritratto è la cintura rossa sotto il seno, con una fibbia d'oro traforata.
Rogier morì nel 1464, e questo è uno dei suoi ultimi ritratti. Il nome della dama non ci è giunto. La National Gallery di Londra possiede una versione della stessa composizione dipinta nella bottega di Rogier, e il museo londinese stesso scrive che la tavola di Washington è «attribuita con sicurezza» al maestro ed è «di qualità nettamente superiore».
Il ritratto era probabilmente appeso nella Casa gotica di Wörlitz, presso i principi, poi duchi, di Anhalt-Dessau (quel «probabilmente» compare nella provenienza redatta dalla galleria stessa). L'ultimo proprietario che la galleria nomina, il duca Federico II di Anhalt, morì il 21 aprile 1918, e chi abbia venduto il quadro dopo la sua morte la galleria non lo indica. Nel 1925 il quadro dei duchi di Anhalt passò a un mercante dell'Aia, la galleria Bachstitz, e da lì alla ditta londinese e newyorkese di Joseph Duveen.
Nel dicembre 1926 Mellon lo comprò da Duveen. Secondo la galleria, aveva cominciato a collezionare alla fine degli anni Dieci, sull'esempio dell'amico Henry Clay Frick, anche lui collezionista, e comprava da due mercanti che conosceva fin dai tempi di Pittsburgh, Duveen e Charles Carstairs della ditta newyorkese Knoedler. Prendeva soprattutto pittura olandese e inglese, e tra i suoi acquisti un ritratto fiammingo del Quattrocento fa eccezione. L'idea di una galleria nazionale gli venne intorno al 1928, dal 1931 intestò i quadri alla sua fondazione benefica di Pittsburgh, e questo ritratto la fondazione lo ricevette il 30 marzo 1932.

Mellon morì nell'agosto 1937, poco dopo l'inizio degli scavi per le fondamenta della galleria, e meno di un giorno dopo di lui morì l'architetto dell'edificio, John Russell Pope.
2. Philip, Lord Wharton — Anton van Dyck, 1632
Philip, quarto barone Wharton, in questo ritratto ha 19 anni, e la cifra è scritta sulla tela stessa. In basso a destra, in lettere d'oro, si legge in inglese «Philip Lord Wharton 1632 about ye age of 19», «Philip lord Wharton, 1632, circa 19 anni», e nell'angolo in basso a sinistra, in lettere più piccole, «P. Sr Ant: Vandike», dove il pittore è chiamato sir. Van Dyck era arrivato a Londra nella primavera del 1632 come pittore di corte di Carlo I, e il 5 luglio dello stesso anno era stato fatto cavaliere. Secondo la galleria, dopo il suo arrivo Wharton fu il primo inglese, re escluso, a commissionargli un ritratto.
Il giovane lord sta in piedi con la mano destra sul fianco, e il gomito sporge fino al bordo della tela. Indossa un farsetto di seta grigio-lilla con un colletto di pizzo bianco, e tutta la metà inferiore del quadro è coperta da un enorme mantello di raso giallo oro. Contro il suo avambraccio sinistro è appoggiato un lungo bastone da pastore con in cima una paletta di ferro ricurva, con la quale i pastori lanciavano zolle di terra alle pecore che si allontanavano dal gregge, e a destra, per tutta l'altezza, pende una tenda di seta verde smeraldo. La galleria definisce il ritratto arcadico, cioè pastorale, e Aleksandr Benois, nella sua guida alla pinacoteca dell'Ermitage del 1910, scriveva che «è caratteristico vedere un uomo così in costume da maschera, da pastorello, nel velluto e nella seta». Wharton era figlio di un puritano zelante, e dieci anni dopo questo ritratto, durante la guerra civile, si schierò con il Parlamento contro Carlo I e comandò un reggimento nella battaglia di Edgehill.
Il ritratto rimase nella famiglia Wharton fino al 1725, quando lo comprò per Houghton Hall, la sua tenuta nel Norfolk, sir Robert Walpole, primo ministro della Gran Bretagna. Nel 1779 il nipote di Walpole, George, terzo conte di Orford, vendette i quadri di Houghton a Caterina II tramite l'ambasciatore russo a Londra, il conte Aleksej Musin-Puškin. Mellon comprò il ritratto dall'Ermitage nel marzo 1930, secondo la data della galleria, e fu uno dei suoi primi acquisti dall'Ermitage (lo storico Robert Williams lo colloca tra luglio e novembre 1930). Come si svolsero queste vendite lo raccontiamo nel capitolo seguente, dedicato a van Eyck.
All'Ermitage, della stessa collezione di Houghton, è rimasto il doppio ritratto delle figlie di Wharton, Philadelphia ed Elizabeth, che van Dyck dipinse alla fine degli anni Trenta del Seicento.


3. Annunciazione — Jan van Eyck, 1434–1436 circa
Quando arrivò l'ordine di consegnare per la vendita l'«Annunciazione» di Jan van Eyck, il personale dell'Ermitage cercò di trattenere il quadro facendo notare che nell'ordine il pittore era chiamato van Dyck e che il museo non possedeva nessuna «Annunciazione» di van Dyck. Il quadro fu consegnato comunque, e nel giugno 1930 lo comprò Andrew Mellon.
Il governo sovietico vendeva all'estero quadri dell'Ermitage attraverso l'ente per l'esportazione Antikvariat, per procurarsi la valuta necessaria alle importazioni industriali del primo piano quinquennale. Mellon comprava tramite tre ditte insieme, la galleria Matthiesen di Berlino, la Colnaghi di Londra e la Knoedler di New York, e i quadri venivano consegnati a Berlino perché allora gli Stati Uniti non riconoscevano l'Unione Sovietica, come spiegò poi in tribunale Charles Henschel della Knoedler. Dal marzo 1930, se si conta dalla data che la galleria assegna al primo di questi acquisti, all'aprile 1931 Mellon comprò così 21 quadri e, secondo il calcolo dello storico Robert Williams, li pagò circa 6,65 milioni di dollari.
Gli acquisti erano tenuti segreti, dal 1932 circa i giornali ne riportavano le voci, e Mellon smentiva. Li confermò soltanto nel febbraio 1935 il suo avvocato Frank Hogan, alle udienze della causa fiscale di Mellon a Pittsburgh, e lì l'«Annunciazione» fu valutata 503.010 dollari. La commissione federale d'appello tributario si pronunciò il 7 dicembre 1937, quattro mesi dopo la morte di Mellon: non riscontrò alcuna frode e riconobbe la sua fondazione come ente legittimo, però su tre delle nove transazioni contestate decise contro di lui, e ai suoi esecutori testamentari fu chiesto un supplemento d'imposta di circa 600.000 dollari.

Il quadro è alto e stretto, le figure ne occupano soltanto la metà inferiore, e sopra di loro si alza una chiesa in penombra con un soffitto piatto di legno. Le parole dell'arcangelo Gabriele, AVE GRA PLENA, «Ave, piena di grazia», escono in lettere d'oro dalle sue labbra, e la risposta di Maria, ECCE ANCILLA DNI, «Ecco l'ancella del Signore», è scritta capovolta, perché fosse letta dall'alto. Le ali di Gabriele hanno strisce iridescenti e occhi come le penne di pavone, sul pavimento dorato sono incise scene dell'Antico Testamento, e proprio sotto l'orlo della veste di Maria Sansone fa crollare il tempio sui convitati.
Prima dell'Ermitage la tavola apparteneva al re dei Paesi Bassi Guglielmo II. Nel 1848 Nicola I, fratello di sua moglie Anna Pavlovna, gli prestò un milione di fiorini prendendo in pegno la collezione di quadri, nel 1849 il re morì pieno di debiti, gli eredi misero i quadri all'asta, e il 12 agosto 1850, all'Aia, il pittore Fëdor Bruni comprò l'«Annunciazione» per Nicola I. All'Ermitage, probabilmente tra il 1864 e il 1870, la pittura fu trasportata dalla tavola su tela, ed è per questo che la galleria la descrive come olio su tela trasportato da tavola.
Nel marzo 1997 l'«Annunciazione» tornò per qualche settimana all'Ermitage, per una mostra del ciclo «Capolavori dai musei del mondo».
4. Venere allo specchio — Tiziano, 1555 circa
Questa Venere Tiziano la tenne nella sua casa veneziana per più di 20 anni, fino alla morte, nel 1576. La galleria ipotizza che i suoi allievi ne ricavassero repliche per i committenti, e di questa composizione si conoscono almeno 30 versioni, di Tiziano stesso e della sua bottega.
Venere siede, nuda fino ai fianchi, con la mano destra posata sul seno, e con la sinistra trattiene sulle ginocchia il lembo di un mantello di velluto rosso scuro foderato di pelliccia bruna, con un'ampia bordura d'oro. Un amorino, di spalle, sta in piedi su un cuscino a righe e le regge davanti uno specchio rettangolare dalla cornice nera, un altro, infilatosi tra lo specchio e la sua spalla, le solleva sopra la testa una corona di foglie con piccoli fiori. Nello specchio si vedono soltanto una striscia del suo viso, un orecchino di perla e un occhio, e quell'occhio guarda dritto lo spettatore. Secondo la lettura della galleria, nello specchio Venere osserva chi sta guardando lei.
Nel 1581 il figlio di Tiziano, Pomponio, vendette la casa a Cristoforo Barbarigo, e i quadri rimasti all'interno passarono con ogni probabilità al nuovo proprietario insieme alla casa. La prima menzione certa della «Venere» è nel testamento di Barbarigo del 1600. Il quadro rimase presso i Barbarigo per più di due secoli e mezzo, nel palazzo Barbarigo della Terrazza a Venezia, finché nel 1850 gli eredi di Giovanni di Alvise Barbarigo lo vendettero a Nicola I, e all'Ermitage restò fino all'aprile 1931, quando lo comprò Mellon.

Le radiografie pubblicate all'inizio degli anni Settanta mostrarono che Tiziano aveva dipinto la «Venere» sopra un doppio ritratto abbandonato di un uomo e una donna.
5. Madonna d'Alba — Raffaello, 1510 circa
Per la posa della Vergine nella «Madonna d'Alba» Raffaello disegnò a sanguigna un giovane uomo in camicia e a gambe nude. Il foglio si conserva al Museo di Belle Arti di Lilla, e sull'altro lato c'è uno schizzo dell'intera composizione dentro un cerchio.
Nel quadro Maria siede direttamente sull'erba, appoggiata all'indietro a un vecchio ceppo, con il corpo girato verso destra e la testa voltata di scatto a sinistra, verso una sottile croce di canna che stringono il Bambino e il piccolo Giovanni Battista inginocchiato, vestito di pelli, e il suo volto è serio. Ha la gamba destra distesa in avanti, da sotto il mantello blu spunta il piede nudo in un sandalo grigio-azzurro, e nella sinistra Maria tiene un libriccino chiuso, con un dito infilato tra le pagine. Raffaello dipinse il quadro a Roma intorno al 1510, due anni dopo esservisi trasferito da Firenze.
La galleria ammette che a commissionare il quadro sia stato lo storico Paolo Giovio e che da lui sia passato a una chiesa di Nocera, vicino a Napoli, e in entrambi i casi scrive «forse». Nel 1686 lo comprò il viceré di Napoli, il marchese del Carpio, attraverso sua figlia passò ai duchi d'Alba, da cui prese il nome, e l'ultima della famiglia a possederlo fu la duchessa d'Alba a Sanlúcar, vicino a Siviglia. Gli eredi della duchessa vendettero la Madonna all'inviato danese in Spagna, il conte Bourke, che nel 1820 la cedette al banchiere londinese William Coesvelt, e questi nel 1836 la vendette per Nicola I. All'Ermitage la pittura fu trasportata dalla tavola su tela.
Mellon comprò la «Madonna d'Alba» nell'aprile 1931 per 1.166.400 dollari. Il prezzo fu tenuto segreto, da Mosca si parlava di un milione e mezzo, e quando nel 1935, alle udienze fiscali, venne fuori la cifra vera, i giornali scrissero che nessuno aveva mai pagato tanto per un quadro.

La fondazione di Kress, creatore di una catena di negozi a basso prezzo (1938–1961)
6. Adorazione dei pastori (Natività Allendale) — Giorgione, 1505–1510 circa
Nel dicembre 1938 l'«Adorazione dei pastori» di Giorgione fu esposta nella vetrina del negozio Kress sulla Fifth Avenue a New York, perché i clienti la vedessero prima di Natale, e la fondazione Kress la ricorda come «la vetrina natalizia più sbalorditiva nella storia della Fifth Avenue». Samuel Kress (1863–1955) aveva fondato la catena S. H. Kress & Co., grandi magazzini in cui la merce costava cinque e dieci centesimi, e la sua fondazione raccolse oltre 3000 opere europee. La parte più grande la fondazione la donò alla National Gallery tra il 1939 e il 1961, e il resto lo distribuì tra 18 musei di altre città, scegliendoli in parte perché lì c'era un negozio Kress. La fondazione comprava dai mercanti e donava i quadri a gruppi, così l'anno del dono cade spesso diversi anni dopo l'acquisto.
Il quadro passò per le collezioni del cardinale Fesch a Roma e del collezionista Claudius Tarral, nel 1847 lo comprò Thomas Wentworth Beaumont, e per quasi 90 anni rimase nello Yorkshire, a Bretton Hall, presso i suoi discendenti, poi visconti Allendale, da cui prese il secondo titolo. Nell'agosto 1937 gli Allendale lo vendettero a Joseph Duveen. Duveen lo vendeva come Giorgione, mentre Bernard Berenson, conoscitore della pittura italiana che per molti anni aveva lavorato per lui sotto contratto, lo riteneva un Tiziano giovanile, e dopo questa disputa la loro collaborazione finì. La biografa di Berenson Rachel Cohen, citando il socio di Duveen Edward Fowles, scrive che Duveen pagò il quadro 315.000 dollari e che nel 1938 la fondazione Kress glielo comprò per 400.000. Nel 1939 la fondazione lo donò alla galleria, che lo cataloga come Giorgione.
La composizione è divisa in due. A destra si alza una roccia bruna con l'ingresso scuro di una grotta, e proprio davanti all'ingresso, nell'angolo in basso a destra, si stringe la Sacra Famiglia: Maria, nel mantello blu, è inginocchiata, il Bambino giace su un panno bianco steso su un fascio di paglia, e Giuseppe, nel mantello di un arancio dorato luminoso, si appoggia a un blocco di pietra. A sinistra si apre un paesaggio chiaro con un fiume, una torre e montagne azzurre, e da lì si chinano verso il Bambino due pastori in abiti laceri. Nell'angolo più alto a sinistra, tra le foglie di un albero, siede su una nuvola un angioletto minuscolo, dipinto con tanta leggerezza che attraverso di lui si vedono le foglie.
7. Laocoonte — El Greco, 1610–1614 circa
Il principe Paolo Karađorđević possedeva il «Laocoonte» già nel maggio 1934, prima di diventare, quello stesso anno, reggente di Jugoslavia. Dal maggio 1934 al dicembre 1935 il quadro rimase alla National Gallery di Londra, a cui il principe lo aveva prestato. Nel 1941 la sua reggenza finì con un colpo di Stato, Paolo si ritrovò in esilio in Sudafrica e da Johannesburg si accordò perché per tutta la durata della guerra il quadro fosse custodito dalla National Gallery di Washington. Nel 1946 lo affidò in vendita alla ditta Knoedler, a febbraio lo comprò la fondazione Kress e nello stesso anno lo donò alla galleria, nel cui edificio il quadro si trovava già.
È l'unico soggetto mitologico nella pittura di El Greco. Nell'inventario dei beni di suo figlio Jorge Manuel, del 1621, compaiono tre «Laocoonte», e di questi solo uno è giunto fino a noi. In seguito il quadro appartenne all'infante Antonio d'Orléans in Spagna, entro il 1910 era presso il mercante parigino Durand-Ruel, nel 1911 fu esposto a Monaco di Baviera e nel 1914–1915 fu dato in prestito a Berlino.
Il sacerdote Laocoonte, che secondo l'«Eneide» di Virgilio aveva messo in guardia i troiani dal cavallo di legno e morì insieme ai figli, ucciso dai serpenti, giace supino sulle pietre scure e tiene un serpente vicinissimo al viso. A sinistra sta in piedi uno dei figli, sopra il suo braccio alzato un secondo serpente si piega ad ansa, e l'altro figlio giace accanto al padre con le gambe piegate in aria. Al posto di Troia El Greco dipinse Toledo, dove lavorava: sulla collina mura rosa e grigie con una porta, e davanti alla porta un piccolo cavallo rossiccio.

A destra due figure nude stanno in disparte rispetto a quanto accade, e sulla loro identità gli studiosi discutono ancora. Vi si sono visti Apollo e Artemide, Paride ed Elena, Adamo ed Eva, mentre la galleria ipotizza con cautela che siano dèi che assistono alla propria vendetta. Tra le loro teste è inserita una terza testa, pallida, di profilo, e il cielo verde-azzurro le invade il mento e il collo.
8. Adorazione dei Magi (tondo Cook) — Beato Angelico e Filippo Lippi, 1440–1460 circa
Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, nell'inventario dei suoi beni del 1492, nella grande camera al pianterreno di palazzo Medici a Firenze, è registrato un «tondo grande» con la cornice dorata, con la Madonna, il Bambino e i Magi che vanno a offrire i doni, «di mano di fra Giovanni», il nome da frate del Beato Angelico, stimato 100 fiorini. Si ritiene che sia proprio questa tavola. La galleria la definisce il dipinto di maggior valore del palazzo, e per fare un confronto, le sei tavole di Paolo Uccello nella stessa camera, tra cui le tre «Battaglie di San Romano», furono stimate in tutto 300 fiorini.
Il tondo lo iniziò il Beato Angelico, frate domenicano, e dopo la sua morte, nel 1455, lo completò Filippo Lippi, frate carmelitano, e quale figura sia dell'uno e quale dell'altro si discute ancora. La galleria assegna all'Angelico la testa di Maria e a Lippi i Magi riccamente vestiti e il Giuseppe dal viso largo.
Più di 100 persone scendono a spirale dall'alto a destra, da una collina verde lungo bianche mura merlate e attraverso un arco in rovina a sinistra, fino ai Magi inginocchiati in basso, e il più anziano di loro, toltasi la corona, tiene il piedino del Bambino. Sul tetto della stalla c'è un grande pavone dal collo azzurro, e più a destra un rapace piomba su un fagiano. La galleria ritiene che questi uccelli Lippi li abbia aggiunti per ultimi, sopra la pittura già finita. Sui resti di un muro a destra dell'arco stanno cinque giovani nudi, e in basso nell'erba è sdraiato un cane bianco con le orecchie mozze.
Dalla fine del Cinquecento, per circa due secoli, il tondo appartenne alla famiglia fiorentina dei Guicciardini. Nel 1810 fu venduto come Botticelli, nel 1826 a Londra come Beato Angelico, nel 1849 fu attribuito a Filippo Lippi, e nel 1874, all'asta della collezione di Alexander Barker, passò come opera di suo figlio Filippino Lippi e andò a sir Francis Cook, di cui da allora porta il nome. Gli eredi di Cook lo tennero a Doughty House, a Richmond, nel febbraio 1947 la fondazione Kress lo comprò da loro, ormai come Filippo Lippi, e nel 1952 lo donò alla galleria. La galleria lo cataloga sotto due nomi.


9. L'imperatore Napoleone nel suo studio alle Tuileries — Jacques-Louis David, 1812
Lo scozzese Alexander, marchese di Douglas, erede dei duchi di Hamilton, commissionò a David il ritratto di Napoleone con una lettera del 3 agosto 1811, mentre la Gran Bretagna era in guerra con la Francia. David, dal 1804 primo pittore di Napoleone, concordò con lui un prezzo di 1000 ghinee e annotò il ritratto nel suo registro come quadro destinato all'Inghilterra.
Napoleone sta in piedi, a figura intera, accanto alla scrivania, con la mano destra infilata nel panciotto bianco. In una lettera dell'8 maggio 1812 David spiegava di aver ritratto l'imperatore nell'occupazione a lui più consueta, il lavoro. Napoleone aveva passato la notte nello studio a stendere il suo codice, le candele si erano consumate, l'orologio segnava l'alba, e stava per prendere la spada e andare a passare in rassegna le truppe. Una candela della lampada sul tavolo si è spenta e fuma, l'altra arde ancora, sull'alto orologio a destra, secondo la lettura della galleria, sono le 4 e 13, sul foglio arrotolato sul tavolo si leggono le lettere COD, e la spada con l'elsa d'oro è posata sulla poltrona rivestita di velluto rosso con api d'oro. Secondo gli studiosi, con ogni probabilità Napoleone non posò per il ritratto.
Il ritratto rimase a Hamilton Palace, vicino a Glasgow, fino al 1882, quando la collezione del palazzo andò all'asta da Christie's, e lo comprò un certo F. Davis, probabilmente per il conte di Rosebery, futuro primo ministro e autore di un libro sugli ultimi anni di Napoleone. Nel 1951 il sesto conte di Rosebery vendette il quadro alla ditta Wildenstein, nel 1954 la fondazione Kress lo comprò da Wildenstein, e nel 1961 il ritratto entrò nella galleria con l'ultimo grande dono della fondazione.
David terminò il ritratto alla fine di marzo del 1812, tre mesi prima che l'esercito di Napoleone entrasse in Russia.

Una casa di Filadelfia si trasferisce a Washington (acquisti del 1911–1922, dono del 1942)

10. Donna che tiene una bilancia — Johannes Vermeer, 1664 circa
La bilancia che la donna regge con due dita della mano destra è in equilibrio, ed entrambi i piatti d'ottone sono vuoti, con un minuscolo riflesso lungo il bordo di ciascuno. Alla galleria questi riflessi sono stati esaminati al microscopio, e ne è risultato che sono dipinti in modo diverso dalla catena d'oro e dalle perle sul tavolo, per cui nei piatti non ci sono né oro né perle. Eppure nel 1696, a un'asta ad Amsterdam, il quadro era in vendita come «una giovane signora che pesa l'oro», e nel catalogo della collezione Widener del 1913 si intitolava «Donna che pesa l'oro».
La luce cade dall'alto a sinistra, da una finestra dietro una tenda giallo-arancio, e illumina soltanto lei, il cappuccio bianco, il viso, le mani e le perle uscite dallo scrigno sul tavolo. Alle sue spalle è appeso un quadro scuro con il Giudizio universale, in alto, in un pallido alone, Cristo alza entrambe le mani, e la testa della donna cade proprio sotto di lui.
Vermeer visse tutta la vita a Delft, dal 1632 al 1675, e di lui restano dai 35 ai 37 quadri. Nel 1910 la ditta londinese Colnaghi comprò questo quadro, probabilmente dalla contessa de Ségur, nata Périer, a ottobre la newyorkese Knoedler ne rilevò un quarto, e l'11 gennaio 1911 le due ditte lo vendettero a Peter Widener. Vent'anni dopo le stesse due ditte vendevano a Mellon i quadri dell'Ermitage.
Peter A. B. Widener (1834–1915) si arricchì con le linee tranviarie di Filadelfia e collezionò pittura europea a Lynnewood Hall, la sua villa di Elkins Park, vicino a Filadelfia. Suo figlio Joseph (1871–1943) ridusse la collezione a circa 100 quadri e nel 1942 donò alla National Gallery più di 2000 oggetti, grafica compresa, tra cui circa 100 dipinti. Per l'uscita dei quadri dallo Stato la Pennsylvania pretendeva un'imposta di successione del cinque per cento, e alla fine la pagò il Congresso, che su richiesta di Roosevelt stanziò a questo scopo 195.000 dollari.
11. Il mulino — Rembrandt, 1645–1648
Prima che «Il mulino» partisse per l'America, fu esposto per due giorni alla National Gallery di Londra, e i giornali parlarono di circa 11.000 visitatori al giorno. In Inghilterra il quadro era arrivato negli anni Novanta del Settecento, quando furono venduti i quadri olandesi della collezione dei duchi d'Orléans, ed entro il 1824 era passato ai marchesi di Lansdowne, nella loro tenuta di Bowood.
Nel 1911 il mercante Arthur Sulley, come si scoprì poi per incarico di Peter Widener, offrì al marchese di Lansdowne 100.000 sterline. Il 9 marzo 1911, alla Camera dei Comuni, un rappresentante del Tesoro spiegò che il marchese aveva accettato l'offerta riservando al Paese il diritto di comprare il quadro per primo alla stessa cifra e promettendo di versare 5000 sterline di tasca propria, e che i fiduciari della National Gallery non avevano una somma simile e non potevano indire una sottoscrizione pubblica. Nonostante una campagna per tenere il quadro a Londra, nell'aprile 1911 «Il mulino» passò a Widener.
Nello stesso aprile Sulley lo spedì a Berlino, al restauratore Hauser, che lavorava per il direttore dei musei berlinesi Wilhelm von Bode. Il 10 aprile Hauser telegrafò che togliere tutta la vernice avrebbe significato rovinare il quadro e propose di eliminare soltanto le macchie gialle a destra, sul cielo e sull'acqua. Dallo stesso 1911 l'attribuzione a Rembrandt è stata più volte contestata, e la galleria la riconosce.

Sulla massa scura di un bastione sorge il mulino con le pale color salmone pallido, in basso, in riva all'acqua, una donna lava i panni, e a destra si avvicina alla sponda una barca con l'albero abbassato. Il cielo grigio-argento sopra l'acqua è riemerso con la pulitura del 1977–1979, quando la galleria rimosse la vernice scurita, e prima di allora lo si vedeva giallo dorato.
12. Il festino degli dei — Giovanni Bellini e Tiziano, 1514–1529
Le due metà del paesaggio del «Festino degli dei» sono dipinte in modo diverso: a destra, dietro le figure, c'è una fila regolare di tronchi sottili e diritti con il cielo chiaro tra l'uno e l'altro, mentre a sinistra si alza una ripida rupe bruna sotto un cielo azzurro con nuvole. Giovanni Bellini dipinse il quadro nel 1514, probabilmente su commissione di Alfonso I d'Este, duca di Ferrara, per il suo studio privato nel castello, chiamato camerino d'alabastro, ed era il primo dei baccanali che il duca vi commissionò. Bellini aveva allora circa 80 anni, da decenni era il primo pittore di Venezia, e questa è la sua ultima grande opera, perché nel 1516 morì.
Gli esami tecnici della galleria, pubblicati nel 1990 dal restauratore David Bull e da Joyce Plesters della National Gallery di Londra, hanno distinto nel quadro tre mani. Il pittore ferrarese Dosso Dossi sostituì gli alberi di Bellini a sinistra con una collina con degli edifici e mise un fagiano su un ramo a destra. Intorno al 1529 Tiziano, allievo di Bellini (di lui si parla a proposito della «Venere allo specchio»), ridipinse da capo quella parte, con la rupe e le nuvole, perché il quadro si accordasse con i suoi baccanali per lo stesso camerino, e del lavoro di Dosso lasciò solo il fagiano. Le figure, secondo le conclusioni della galleria, sono rimaste come le aveva dipinte Bellini.
Il soggetto è tratto dai «Fasti» di Ovidio. A una festa di Bacco Priapo si avvicina furtivo alla ninfa Lotide addormentata, l'asino di Sileno raglia, la ninfa si sveglia e gli dèi ridono di Priapo. Bellini dipinse l'istante prima che l'asino si metta a ragliare. A destra Priapo, in giubba verde, si è chinato e solleva l'orlo della veste bianca della ninfa addormentata, e a sinistra, sopra la compagnia, spunta la testa dell'asino con le lunghe orecchie.
I quadri rimasero nel camerino fino al 1598. Alfonso II d'Este morì senza eredi legittimi, Ferrara passò allo Stato della Chiesa, e il cardinale Pietro Aldobrandini portò a Roma i quadri del camerino, che poi ereditò Ippolito Aldobrandini. In seguito il «Festino degli dei» passò ai fratelli Camuccini a Roma, poi al duca di Northumberland nel castello di Alnwick, e nel 1921–1922 fu comprato per la collezione del defunto Peter Widener, e a curare l'affare fu suo figlio Joseph.

Su un foglietto appuntato al mastello di legno in basso a destra è rimasta la firma «joannes bellinus venetus p MDXIIII», «Giovanni Bellini veneziano dipinse nel 1514».
Negli stessi anni: americani che dipingevano a Londra e a Parigi (1940–1963)

13. Sinfonia in bianco n. 1. La ragazza bianca — James McNeill Whistler, 1861–1863, 1872
Nel 1862 la Royal Academy di Londra non accettò questo quadro per la mostra estiva, e Whistler lo espose nella galleria privata di Matthew Morgan, che lo annunciò come «La donna in bianco», dal titolo di un romanzo di Wilkie Collins allora di moda. Whistler scrisse alla rivista «The Athenaeum» che il suo quadro «rappresenta semplicemente una ragazza vestita di bianco, in piedi davanti a una tenda bianca». Nel 1863 la giuria del Salon di Parigi lo rifiutò, e il quadro fu esposto al Salon des Refusés con il titolo «La dama bianca», nella stessa mostra della «Colazione sull'erba» di Manet. Il giorno dell'inaugurazione il pittore Henri Fantin-Latour scrisse a Whistler che ormai era famoso, che intorno al quadro c'era sempre folla e che Courbet lo chiamava un'apparizione.
Whistler, americano, aveva studiato pittura a Parigi e dal 1859 viveva a Londra, ma questo quadro lo dipinse a Parigi nell'inverno 1861–1862 e lo ridipinse nel 1872. La ragazza, in un semplice abito bianco, sta in piedi a figura intera davanti a una tenda bianca, e i capelli sciolti, di un rosso scuro, le ricadono sulle spalle. Nella sinistra abbassata tiene per lo stelo un fiore appassito, sotto i suoi piedi c'è una pelle d'animale chiara con la testa che mostra le zanne, e in alto a destra sulla tenda è scritto in blu scuro «Whistler 1862». Posò Joanna Hiffernan, compagna di vita e modella principale di Whistler negli anni Sessanta dell'Ottocento.
Nel 1875 il quadro fu mandato a Baltimora, al nipote del pittore, nel 1896 lo comprò Harris Whittemore del Connecticut, e nel 1943 la società di famiglia dei Whittemore lo donò alla galleria come «collezione Harris Whittemore». I ritratti americani del Settecento la galleria li aveva già ricevuti dalla fondazione Mellon nel 1940 e nel 1942, e la «Ragazza bianca» fu il primo capolavoro americano dell'Ottocento donato alla galleria da qualcuno fuori della cerchia dei Mellon.


14. Il pattinatore (Ritratto di William Grant) — Gilbert Stuart, 1782
Jane Stuart, figlia del pittore, raccontò questa storia nel 1877, come l'aveva sentita dal padre, quasi un secolo dopo che il ritratto era stato dipinto. Il giovane scozzese William Grant, di Congalton, venne da Gilbert Stuart a posare per un ritratto a figura intera e disse che con un freddo simile era meglio pattinare che stare seduti davanti a un pittore. Andarono a pattinare, secondo la versione della galleria sul laghetto del Serpentine a Hyde Park, il ghiaccio cominciò a incrinarsi, e Stuart disse a Grant di tenersi alle falde della sua giacca e lo riportò a riva. Tornato nello studio, dipinse dal vero la testa di Grant e propose di ritrarlo sui pattini.
Stuart, nato nel Rhode Island, dal 1777 lavorava a Londra nello studio del pittore Benjamin West. Quando nel 1782 il ritratto fu esposto alla Royal Academy, Stuart, come raccontò più tardi, fu «di colpo portato alla fama da un solo quadro».
Grant scivola quasi dritto verso di noi, con le braccia incrociate in alto sul petto, in una giacca nera con il collo di pelliccia grigia e un cappello nero a tesa larga, e l'orizzonte passa all'altezza delle sue cosce. Il quadro è quasi tutto grigio, dal cielo e dagli alberi spogli fino al ghiaccio scuro con le sottili tracce dei pattini, e le uniche macchie calde sono il viso roseo di Grant e le piccole figure rosse sulla riva. A destra, sotto un albero, un uomo vestito di rosso si è chinato e si allaccia un pattino.
Il ritratto rimase ai discendenti di Grant, e nel 1950 la galleria lo comprò da una di loro, la signora John Stuart Bordewich di Londra. Nei quasi 170 anni passati in famiglia fece in tempo a essere esposto alla Royal Academy, nel 1878, come opera di Thomas Gainsborough.
15. Watson e lo squalo — John Singleton Copley, 1778
Il ragazzo pallido e nudo che nuota sul dorso davanti alle fauci spalancate dello squalo è Brook Watson, il committente del quadro. Nel 1749, a quattordici anni, faceva il bagno nel porto dell'Avana, e lo squalo lo attaccò due volte, prima gli strappò la carne del polpaccio, poi gli staccò il piede destro, e in seguito la gamba gli fu amputata sotto il ginocchio. Lo salvarono al terzo tentativo, ed è questo il momento che Copley dipinse. Più tardi Watson si diede al commercio, sedette in Parlamento e nel 1796–1797 fu lord mayor di Londra.
John Singleton Copley, il ritrattista più affermato di Boston, nel 1774 lasciò l'America e si stabilì a Londra, e «Watson e lo squalo» fu il primo grande quadro di storia che vi dipinse. Nel 1778 fu esposto alla Royal Academy con il titolo «Un ragazzo attaccato da uno squalo e salvato da alcuni marinai su una barca, tratto da un fatto realmente accaduto nel porto dell'Avana», senza il nome di Watson.
Le nove persone nella barca formano una piramide. Due giovani marinai si sporgono fuori bordo e si protendono verso la mano del ragazzo, a poppa un giovane dai capelli al vento alza sopra lo squalo una lunga gaffa, e in cima sta un marinaio nero in camicia bianca che tiene una corda avvolta ad ansa intorno al braccio alzato del ragazzo. A questo marinaio la galleria ha dedicato uno studio a parte.

Nel testamento redatto il 12 agosto 1803 Watson lasciò il quadro alla scuola di beneficenza londinese Christ's Hospital come «una lezione utilissima per la gioventù», perché la scuola lo ricevesse dopo la morte della sua vedova. Watson morì nel 1807, e il 28 settembre 1819 la scuola decise di accettare il quadro e di appenderlo nella sala grande. Nel 1963 la scuola lo vendette alla National Gallery.
La replica a grandezza naturale che Copley dipinse per sé nello stesso 1778 si trova al Museum of Fine Arts di Boston, e la versione verticale più piccola del 1782 al Detroit Institute of Arts.
Gli eredi donano, la galleria compra e mette alla prova i doni (1956–2022)
16. La ferrovia — Édouard Manet, 1873
Nel 1874 il caricaturista francese Cham disegnò una caricatura della «Ferrovia» per il giornale satirico «Le Charivari», con una didascalia secondo cui quelle due disgraziate, vedendo come le aveva dipinte, avevano voluto fuggire, ma il pittore aveva messo per tempo una cancellata e aveva tagliato loro la strada. Quell'anno la giuria del Salon accettò il quadro.
Una giovane donna in abito blu scuro ha alzato gli occhi da un libro aperto e guarda dritto verso di noi, nell'incavo del suo braccio dorme un cucciolo, e accanto a lei una bambina in abito bianco con un grande fiocco azzurro ci volta le spalle e si tiene alle sbarre nere di una cancellata di ferro. La cancellata attraversa tutto il quadro, e dietro di essa tutto lo spazio è occupato da una nuvola bianca di vapore, da cui affiora una casa di pietra con alte porte ad arco. Secondo gli studiosi, Manet dipinse il quadro in un giardino sopra i binari della stazione Saint-Lazare, e dietro il vapore si vede la porta del suo stesso studio. Per la donna posò Victorine Meurent, e questo fu l'ultimo quadro per cui posò per Manet.
Il baritono Jean-Baptiste Faure, che tra tutti i compratori di Manet fu quello che acquistò di più, comprò il quadro direttamente dal pittore, intorno al 1881 il quadro passò al mercante Durand-Ruel, e nel 1898 lo comprarono i collezionisti newyorkesi Henry e Louisine Havemeyer. La parte principale della collezione Louisine la lasciò nel 1929 al Metropolitan Museum, mentre «La ferrovia» andò a suo figlio Horace, che nel 1956 la lasciò in eredità alla National Gallery «in memoria di sua madre, Louisine W. Havemeyer».
Tra le opere che Manet mandò al Salon del 1874, la giuria rifiutò il «Ballo in maschera all'Opera». Anche quel quadro è a Washington. Nel 1894 lo comprò Henry Havemeyer, e nel 1982 lo donò alla galleria la vedova di Horace.
17. La gita in barca — Mary Cassatt, 1893–1894
Il testamento di Chester Dale vieta alla galleria di prestare le opere della sua collezione. Dale, che a Wall Street commerciava in obbligazioni, collezionò pittura francese insieme alla prima moglie Maud, pittrice e critica d'arte, dal 1955 fu presidente della National Gallery, e quando morì, nel dicembre 1962, lasciò alla galleria circa 240 quadri. Stando a quanto riferito, spiegava la sua condizione così: non voleva che un americano, venuto da lontano per un quadro che desiderava vedere da tempo, trovasse al suo posto una parete vuota e un cartellino con la scritta «in prestito a una mostra».
Mary Cassatt, nata in Pennsylvania, dal 1866 viveva in Francia e consigliava Louisine Havemeyer su quali quadri comprare. «La gita in barca» la dipinse ad Antibes nell'inverno 1893–1894 e la tenne con sé almeno fino al 1918, poi il quadro passò a Durand-Ruel, e il 1° ottobre 1929 Dale lo comprò nella sua sede di New York.

Il punto di vista è preso dalla barca stessa, quasi da dietro la spalla del rematore. Il rematore occupa tutto il terzo destro del quadro con un'unica massa blu scuro, il remo chiaro va dal bordo sinistro, passando per il centro, fino alla sua mano, e di fronte, a poppa, siede una donna con un cappellino dal grande fiocco giallo. Sulle sue ginocchia sta abbandonato un bambino pesante in vestito rosa, che guarda il rematore. L'interno della barca è dipinto in un verde limone piatto, e la fiancata bianca gira intorno a tutta la metà inferiore del quadro come una cornice. Queste macchie di colore piatte e l'angolazione insolita la galleria le collega alla stampa giapponese, che Cassatt studiò a Parigi.
Nel 1966 «La gita in barca» fu riprodotta su un francobollo statunitense da cinque centesimi.
18. Ritratto di Ginevra de' Benci — Leonardo da Vinci, 1474–1478 circa
Il restauratore Mario Modestini portò «Ginevra de' Benci» in America sul volo Swissair 100, in una valigia American Tourister adattata apposta al quadro, e il posto in aereo era prenotato a nome di «Mrs. Modestini». Così arrivò negli Stati Uniti l'unico dipinto di Leonardo da Vinci che in America il pubblico possa vedere.
![Corona di alloro, palma e ginepro con un cartiglio recante l'iscrizione Virtutem Forma Decorat [verso]](https://artgabmlhtb6ca6sy.blob.core.windows.net/article-media/derivatives/131e6e30-6695-4cdb-9a29-2f8aace4f533/1f0d889e-3dd3-4f12-b344-464a85109390-mobile-700-8d4eaffd264ed90a.webp)
La galleria comprò il ritratto il 10 febbraio 1967 dal principe Francesco Giuseppe II del Liechtenstein, che in quegli anni vendeva anche altri quadri della collezione di famiglia. Lo pagò, secondo quanto riportato, circa cinque milioni di dollari, più di quanto si fosse mai pagato fino ad allora per un quadro, e il denaro venne dal fondo di Ailsa Mellon Bruce, figlia del fondatore della galleria (di lei e di suo fratello si parla nel capitolo seguente). I Liechtenstein comprarono probabilmente il ritratto a Firenze già prima del 1712, sotto il principe Giovanni Adamo Andrea I. Nel 1733 sul retro della tavola fu apposto un sigillo rotondo di ceralacca rossa con il loro stemma, e a quella data il ritratto apparteneva a loro di sicuro. Durante la seconda guerra mondiale il quadro fu portato da Vienna a Vaduz.
Ginevra, figlia del banchiere fiorentino Amerigo de' Benci, nel 1474, a sedici anni, sposò Luigi Niccolini. La galleria ritiene che a commissionare il ritratto sia stato con ogni probabilità Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano a Firenze e suo ammiratore platonico, e con la riflettografia infrarossa sul retro, sotto il motto di Ginevra, si è trovato il motto dello stesso Bembo, VIRTUS ET HONOR. Leonardo aveva allora poco più di vent'anni, lavorava a Firenze, e questo è uno dei suoi primi dipinti a olio.
Il viso di Ginevra è pallido, quasi di porcellana, le palpebre pesanti, le labbra serrate, dietro la testa c'è un cespuglio scuro e spinoso di ginepro, e a destra si apre un paesaggio con dell'acqua e due sottili guglie in lontananza. La galleria osserva che allora le donne venivano ritratte in una stanza, con il paesaggio dietro una finestra, mentre Leonardo portò Ginevra all'aperto. Le mani nel ritratto non si vedono, perché la tavola fu tagliata in basso. Dove fossero è ancora discusso: si è proposto di collegare alla «Ginevra» un disegno di mani femminili conservato a Windsor, però la Royal Collection lo data intorno al 1490, parecchio dopo il ritratto.
Sul retro, su un fondo rosso scuro che imita il porfido, è dipinta una corona di alloro e palma intorno a un rametto di ginepro, e la attraversa un cartiglio con la scritta VIRTVTEM FORMA DECORAT, «La bellezza adorna la virtù». Gli steli dell'alloro e della palma scendono oltre il bordo inferiore e non si incontrano, perché insieme alla tavola fu tagliata anche la parte bassa della corona.

19. Donna con l'ombrellino. Madame Monet e suo figlio — Claude Monet, 1875
Nel 1967 Paul Mellon, figlio del fondatore della galleria, disse che lui e Bunny, e a suo parere anche sua sorella Ailsa Mellon Bruce, avevano sempre amato la natura e la vita all'aria aperta, e che forse proprio questo spiegava la loro attrazione per gli impressionisti. Paul Mellon (1907–1999) fece parte per quasi 50 anni del consiglio dei fiduciari della galleria e ne fu il primo presidente, e insieme alla sorella Ailsa Mellon Bruce (1901–1969) e alla fondazione Andrew Mellon finanziò l'East Building e donò alla galleria più di 1000 opere. Collezionava insieme alla moglie Rachel, che tutti chiamavano Bunny, e comprava solo ciò con cui avrebbe voluto vivere e che avrebbe voluto avere sempre sotto gli occhi.
La «Donna con l'ombrellino» la comprò per lui il mercante parigino Hector Brame il 15 giugno 1965 al Palais Galliera, all'asta della collezione di Georges Menier, e nel 1983 Paul e Bunny Mellon la donarono alla galleria.
Camille, la moglie di Monet, sta in piedi sul crinale di un poggio erboso e si staglia tutta contro il cielo. Indossa un abito bianco, il cui lato in ombra è dipinto di azzurro, lilla e viola, nella destra tiene un ombrellino verde, e il vento le getta sul viso un velo trasparente e lo porta verso destra. Il loro figlio Jean sta dietro, più in basso sul pendio, e l'erba lo nasconde fino alla vita. Monet li dipinse nell'estate del 1875 vicino ad Argenteuil, dove allora viveva, e firmò in basso a destra «Claude Monet 75».
Il primo a comprare il quadro da Monet, nel 1876, fu il medico parigino Georges de Bellio, uno dei suoi acquirenti più fedeli, e due anni dopo lo stesso de Bellio comprò «Impressione, levar del sole» per 210 franchi.
20. Ragazza con il flauto — bottega di Vermeer, 1669–1675 circa
Nell'ottobre 2022 i curatori, i restauratori e gli scienziati della National Gallery, che per due anni avevano studiato i pigmenti e le immagini della «Ragazza con il flauto», conclusero che non l'aveva dipinta Vermeer, e la galleria la attribuì alla «bottega di Vermeer». Secondo le conclusioni dei ricercatori, pubblicate lo stesso anno sul «Journal of Historians of Netherlandish Art», il pittore conosceva i procedimenti di Vermeer dall'interno e ne ripeteva passo per passo l'ordine di lavoro, eseguendo però ogni passaggio in modo più grossolano. Dipinse su una tavola di quercia con una preparazione grigia e grezza che non si trova in nessun altro Vermeer esaminato, mentre Vermeer di solito dipingeva su tela.

La ragazza ci guarda dritto da sotto un ampio cappello conico a strisce grigie, bianche e marroni, quasi tutto il viso è in un'ombra verdastra, e solo la guancia sinistra e il naso sono illuminati da un largo piano rosato. Tra le labbra rosse socchiuse è posato un puntino di luce azzurro-verde, e gli autori dello studio vi vedono una ripetizione mal compresa dell'abitudine di Vermeer di tingere i riflessi del colore di ciò che li circonda. Le dita della mano che regge il flauto dorato sono quasi prive di articolazioni, e il pomolo della sedia a sinistra si è ridotto a qualche macchia di luce. Nella «Ragazza con il cappello rosso», che Mellon donò alla galleria nel 1937, sulla stessa sedia c'è una testa di leone dipinta con poche pennellate, e quel quadro ha superato lo stesso esame.
La «Ragazza con il flauto» la comprò Joseph Widener nel 1923, e nel 1942, quando arrivò alla galleria con il suo dono, fu accolta, secondo gli autori dello studio, come il quinto Vermeer del museo. Stando agli stessi autori, due di quei cinque quadri, la «Ragazza sorridente» e la «Merlettaia» della collezione Mellon, furono riconosciuti in uno studio del 1974 come falsi del Novecento.
Il Rijksmuseum non accettò la conclusione della galleria. Nell'elenco dei quadri per la sua mostra su Vermeer, pubblicato il 1° novembre 2022, indicò la «Ragazza con il flauto» come opera di Vermeer del 1664–1667, il responsabile della pittura Pieter Roelofs disse che il museo l'avrebbe appesa «come un vero Vermeer», e nel 2023 il Rijksmuseum la espose proprio così.
Cos'altro vedere
Degli stessi acquisti di Mellon dall'Ermitage la galleria possiede il «San Giorgio e il drago» di Raffaello, dove il cavaliere porta legata sulla gamba la giarrettiera dell'Ordine della Giarrettiera, l'«Adorazione dei Magi» di Botticelli, «Un nobile polacco» di Rembrandt e il «Trittico Galitzin» del Perugino. Del lascito Dale vale la pena cercare la «Famiglia di saltimbanchi» di Picasso, «Il vecchio musicista» di Manet e la «Bambina con l'annaffiatoio» di Renoir. Nel dono di Ailsa Mellon Bruce c'è la «Ragazza che legge» di Fragonard, sotto la quale nel 2015 si è scoperta un'altra figura, quella dipinta in origine. Nel 1961 la fondazione Kress donò alla galleria «La piccola Crocifissione» di Grünewald. L'arte del Novecento è raccolta nell'East Building dell'architetto Ieoh Ming Pei, da Rothko e «Lavender Mist» di Pollock fino al mobile di Calder.



































































