La Scuola statale di disegno aprì a Sofia il 14 ottobre 1896. Fino ad allora i pittori bulgari si formavano all’estero, a Mosca e a San Pietroburgo, a Vienna, a Monaco di Baviera e a Firenze. Il disegno di legge che istituiva la scuola fu preparato dal ministro della pubblica istruzione Konstantin Velichkov, dallo studioso di letteratura Ivan Shishmanov e da due pittori, il ceco Ivan Mrkvička e il bulgaro Anton Mitov, e il primo direttore fu Mrkvička. La Bulgaria non ebbe uno Stato proprio fino al 1878, quindi il paese aprì una scuola di pittura neppure due decenni dopo la liberazione.
Abbiamo scelto 15 opere lungo le quali si può ripercorrere la strada della pittura bulgara, dall’icona fino a una scuola tutta sua. A tracciarla furono la Chiesa, una famiglia di pittori di icone di Samokov, un principe, un ministro, insegnanti chiamati dalle terre ceche e infine i primi pittori formati in patria.
Quasi tutte queste opere fanno parte dell’esposizione permanente di Kvadrat 500. L’edificio fu costruito negli anni Ottanta dell’Ottocento per la Tipografia di Stato, più tardi ospitò una scuola tecnica e nel 2015 aprì come sede principale della galleria. Cominceremo con due icone della cripta della cattedrale di Aleksandr Nevskij, dove dal 1965 ha sede una filiale della galleria, il Museo di arte cristiana, e finiremo con un acquerello dipinto da Ivan Milev nel 1926.
1. San Giorgio / Santi Geronzio e Policronia, icona a doppia faccia

Questa icona fu dipinta su entrambi i lati perché la si portava fuori dalla chiesa nelle processioni e doveva essere vista da tutte e due le parti. Su un lato è raffigurato san Giorgio, sull’altro i suoi genitori, Geronzio e Policronia. I genitori di Giorgio compaiono di rado nella pittura di icone. Secondo l’agiografia, Geronzio era un militare della Cappadocia e un pagano, mentre Policronia, cristiana di Lidda, crebbe il figlio nella propria fede.
L’icona fu dipinta alla fine del XIII secolo a Nessebar, porto bizantino sul mar Nero che in quegli anni passò più volte da Bisanzio alla Bulgaria e viceversa. I nomi dei pittori non si sono conservati. Per lo stile li si collega a Costantinopoli, e uno studio vi riconosce anche legami con Salonicco. Dipinsero a tempera su una tela incollata a una tavola di legno.
I due lati ci sono giunti in condizioni diverse. Il lato con Giorgio fu ridipinto tra il XVI e il XVII secolo, e il santo che vi si vede appartiene in gran parte a questa ridipintura tarda, stesa sopra la pittura del Duecento. Giorgio è raffigurato a mezza figura su fondo oro, con un mantello rosso sopra un’armatura blu, la lancia nella mano destra e la spada nella sinistra, e uno scudo dietro la spalla. Sul lato dei genitori non sono state rilevate ridipinture, ed è lì che la pittura della fine del XIII secolo si è conservata meglio. Gli studiosi ne mettono in risalto i volti, soprattutto quello di Geronzio, modellato con passaggi sottili dalla luce all’ombra.
Con ogni probabilità era l’icona titolare di una delle due chiese di San Giorgio di Nessebar. La didascalia della galleria indica la chiesa di San Giorgio il Vecchio, detta anche il Grande, mentre il testo di una mostra tenuta a Mosca nel 2008 indica la chiesa di San Giorgio il Piccolo. Entrambe le chiese sono state demolite. Quella Vecchia, ricostruita sulle fondamenta precedenti nel 1704, a giudicare da un’iscrizione, fu abbattuta negli anni del socialismo, quando Nessebar venne riedificata secondo un nuovo piano, e lo storico dell’arte Asen Vasiliev fece in tempo a rilevarla prima della demolizione.
2. L’icona di Poganovo
In basso sul lato anteriore, tra le due figure, è scritto in lettere greche rosse che l’icona fu offerta dalla «basilissa fedele in Cristo Dio», cioè da una regina. Il titolo si è conservato, il nome invece è andato perduto e lo si ricostruisce come Elena. Di Elene plausibili ce ne sono due, e gli storici discutono ancora su quale delle due abbia commissionato l’icona.
André Grabar, e più tardi Bissera Pentcheva, lessero nell’iscrizione il nome di Elena Dragaš, imperatrice bizantina. Suo padre Costantino Dragaš, signore di queste terre, cadde nel 1395 nella battaglia di Rovine, e secondo questa lettura l’icona fu dipinta intorno al 1395 in sua memoria. Lo storico dell’arte serbo Gojko Subotić e chi ne segue la tesi indicano un’altra Elena, della famiglia Mrnjavčević, che più tardi prese il velo con il nome di Jefimija. Era la vedova del despota Uglješa, ucciso nel 1371 nella battaglia della Marica. Secondo questa lettura l’icona fu dipinta dopo il 1371, molto probabilmente a Salonicco.
Sul lato anteriore la Vergine e san Giovanni Evangelista stanno in piedi, a figura intera, uno di fronte all’altra su fondo oro. La Vergine, qui chiamata Cataphyge, cioè Rifugio, ha la posa in cui la si dipinge accanto alla croce nelle scene della Crocifissione, solo che sull’icona la croce manca, e china il capo addolorata. Giovanni è raffigurato vecchio, come autore dell’Apocalisse, benché accanto alla croce lo si rappresenti di solito giovane.
Sul retro si legge la scritta «Il miracolo di Latomos». Il giovane Cristo Emmanuele, in una tunica d’oro, siede su un arcobaleno dentro una mandorla di sette cerchi azzurri, e sulle mani e sui piedi si vedono le piaghe. Sotto di lui da un colle sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, nell’acqua nuotano sette pesci, il profeta Ezechiele sta in piedi con entrambe le braccia alzate e il profeta Abacuc siede sulle rocce, il mento appoggiato alla mano. Di questa composizione l’arte bizantina conosce tre esempi: il mosaico del V o VI secolo nella chiesa di Hosios David a Salonicco, la pittura murale del XII secolo nell’ossario del monastero di Bačkovo e questa icona.
L’icona era conservata nella chiesa del monastero di San Giovanni Evangelista a Poganovo, nella gola del fiume Erma, in quello che oggi è territorio serbo. Durante la prima guerra mondiale o poco dopo fu portata al Museo nazionale di Sofia, ufficialmente per un restauro, e al monastero non tornò più. Appartiene all’Istituto archeologico nazionale con museo dell’Accademia bulgara delle scienze, erede di quel Museo nazionale, e per molti anni la galleria l’ha esposta nel suo museo della cripta, avendola ricevuta in deposito dall’istituto.

3. Autoritratto — Zahari Zograf

Nel 1838 Zahari Zograf, pittore di icone di Samokov, scrisse al suo maestro Neofit Rilski, monaco e insegnante presso il quale studiava dal 1827, che desiderava formarsi all’Accademia di belle arti di San Pietroburgo. Invece di partire per San Pietroburgo, nel 1841 prese lezioni di pittura a Plovdiv da due maestri francesi, e ne diede notizia allo stesso Neofit. Lo avevano formato a dipingere icone a tempera su tavola e affreschi sulle pareti, e la pittura a olio su tela la stava imparando proprio in quegli anni.
Nel 1838 ritrasse a olio lo stesso Neofit Rilski, il suo primo ritratto a olio, e intorno al 1840 dipinse l’autoritratto. L’autoritratto non è datato e l’anno è approssimativo. Nel 1840 Zahari affrescava la chiesa di San Nicola nel monastero di Bačkovo e vi raffigurò sé stesso accanto agli abati, e più tardi si ritrasse anche sulle pareti dei monasteri di Trojan e della Trasfigurazione. Fra tutte queste immagini di sé, l’autoritratto è l’unico dipinto da cavalletto. Zahari vi appare a mezza figura, con un alto berretto nero e abiti neri dal colletto rialzato, il pennello nella mano destra. La sinistra è posata sul bordo di un tavolo, lo sfondo è lasciato bruno e uniforme, e l’unico segno del suo mestiere è il pennello. Gli storici dell’arte bulgari vedono nel fatto che un pittore di icone dipinga e firmi il proprio volto una rottura con l’anonimato medievale del suo mestiere.
La tela rimase agli eredi del pittore fino al 1939, quando la galleria la acquistò insieme all’archivio grafico di Zahari e, come scrisse la stampa bulgara, la pagò più di qualunque altro dipinto della sua collezione. L’archivio conta circa 400 disegni. Quando nel 2010, per il bicentenario della nascita del pittore, furono riesaminati, circa 200 vennero attribuiti con sicurezza a Zahari e gli altri 200 a suo padre, Hristo Dimitrov.
4. Ritratto di Hristiyania Zografska — Zahari Zograf
La storia d’amore che si racconta a proposito di questo ritratto viene dalla letteratura, e nessuno ha mai prodotto un solo documento che la confermi. La fonte principale è il libro di Pavel Spasov L’amore peccaminoso di Zahari Zograf, uscito nel 1969, e da questa trama furono poi tratti uno spettacolo per un solo attore, un dramma e un’opera lirica.
Secondo la leggenda, Zahari amava Hristiyania, la moglie del fratello maggiore Dimitar. Nella primavera del 1853 il tifo arrivò a Samokov. Hristiyania si ammalò e fu chiusa in casa, e Zahari andò da lei nonostante il pericolo e, in una delle versioni, la baciò per dirle addio. Hristiyania morì il 7 maggio. Zahari si era contagiato e morì il 14 giugno dello stesso anno.
Zahari dipinse il ritratto intorno al 1844, secondo la datazione attuale della galleria (la letteratura più vecchia dà il 1840), e lo si considera il primo ritratto femminile autonomo della nuova arte bulgara. Hristiyania è raffigurata a mezza figura, sola, con il volto sereno. Indossa un abito rosso rosato e una giacca verde a maniche lunghe, foderata di pelliccia e bordata da una fascia di ricamo a fiori, e in testa porta un alto copricapo con fiori ricamati e una spilla. Al collo ha diversi giri di monete d’oro con una grande medaglia al centro, fili di perle e una piccola croce, alle orecchie orecchini con pietre verdi, al dito un anello.
Hristiyania era figlia di Kosto, ricco mercante di bestiame di Samokov e chorbadzhi, come si chiamavano i notabili benestanti della comunità. Sposò Dimitar nel 1822, e nel dicembre 1823 nacque il loro figlio Zafir. Il padre annotò la nascita nella sua ermeneia, il manuale manoscritto del pittore di icone su cui lavorava la bottega. Zafir studiò in Russia e divenne Stanislav Dospevski.

5. Ritratto di Mariola Dospevska — Stanislav Dospevski

Il padre di Mariola, Bozhko, era orafo e uomo in vista a Tatar Pazardžik, l’odierna Pazardžik, dove lei nacque nel 1837. Alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento, nel 1857 secondo alcune fonti e nel 1858 secondo altre, sposò il pittore Stanislav Dospevski, che si stabilì nella sua città. Nel 1869 lui le fece il ritratto.
Dospevski era il figlio maggiore di Hristiyania Zografska, e Zahari Zograf era suo zio. Al battesimo lo chiamarono Zafir, e il cognome lo prese dal villaggio di Dospej, vicino a Samokov, da cui veniva suo nonno. Dal 1851 al 1853 studiò alla Scuola di pittura e scultura di Mosca, poi fino al 1856 all’Accademia di belle arti di San Pietroburgo, e di solito lo si definisce il primo pittore bulgaro con una formazione accademica.
Il ritratto della moglie è dipinto a olio su tela 11 o 12 anni dopo le nozze. Mariola siede su uno sfondo grigio uniforme, in un abito marrone con colletto di pizzo bianco e bottoni bianchi, porta all’orecchio un orecchino d’oro e con la mano regge una lunga catenella d’oro, all’estremità della quale, all’altezza della cintura, pende un orologio. Nell’angolo in basso a destra Dospevski appose la firma e l’anno. La galleria lo annovera fra le opere migliori dei pittori del Risorgimento bulgaro (così in Bulgaria si chiama l’epoca del risveglio nazionale che precedette la liberazione) che si erano formati nelle accademie di Russia, Italia e Germania. Pochi mesi dopo il ritratto, il 2 febbraio 1870, Mariola fondò «Prosveta», la prima società femminile di Pazardžik, e ne fu la prima presidente.
Nell’agosto 1877, durante la guerra russo-turca, le autorità ottomane arrestarono Dospevski a Pazardžik con l’accusa di spiare per i russi. Fu tenuto prigioniero a Plovdiv, poi mandato a Costantinopoli, nel carcere di Mehterhane, e lì morì il 6 gennaio 1878, due mesi prima del trattato di Santo Stefano del 3 marzo, che diede vita allo Stato bulgaro per cui aveva lottato. Fu sepolto nel cortile della chiesa bulgara di Santo Stefano a Costantinopoli.
6. Il khan Asparuh e il suo seguito marciano verso il Danubio — Nikolai Pavlovich
Nikolai Pavlovich, nato a Svištov sul Danubio, passò l’inverno 1860–1861 a Odessa vendendo ai bulgari del posto litografie con scene della storia bulgara, le prime litografie su questi temi, che aveva realizzato nel 1860 a Belgrado. La pittura di storia l’aveva studiata all’Accademia di Monaco di Baviera con Wilhelm von Kaulbach e Karl von Piloty. Sotto il dominio ottomano, però, non c’era nessuno che commissionasse quadri a olio di storia bulgara, e quei soggetti circolavano in stampe che Pavlovich stesso vendeva ai bulgari a Odessa, Bucarest, Belgrado e Costantinopoli.
Dipinse Asparuh a olio alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, circa dieci anni prima della liberazione. Nel 681 Asparuh condusse i bulgari oltre il Danubio e vi fondò lo Stato da cui i bulgari fanno cominciare la propria storia, e Pavlovich dipingeva l’inizio di quella storia per un paese che uno Stato ancora non l’aveva.
Asparuh cavalca un cavallo morello al centro del corteo. Accanto a lui camminano anziani dalla barba grigia con i bastoni, guerrieri con l’elmo e una donna con dei bambini, dietro si allungano carri coperti e oltre i carri si apre un’ampia valle. Sopra l’esercito volano tra le nuvole degli angeli, alcuni con scudi e spade, benché i bulgari di Asparuh fossero pagani e avrebbero ricevuto il battesimo soltanto nell’864, sotto il principe Boris.

Il quadro è annoverato fra i primi dipinti storici bulgari a olio, anche se Pavlovich pubblicava litografie storiche dal 1860 e la sua prima composizione storica, L’incontro di Raina con i fratelli a Preslav, l’aveva realizzata tra il 1865 e il 1866.
Nel 1911, 17 anni dopo la morte del pittore, il Ministero della pubblica istruzione acquistò dalla sua famiglia per il Museo nazionale 23 opere, dipinti storici e gran parte dei disegni preparatori, e con ogni probabilità Asparuh entrò nella collezione allora. Lo stesso soggetto Pavlovich lo aveva pubblicato a parte nel 1870, in una grande litografia intitolata Asparuh.
7. Lucifero — Franz von Stuck

Il principe Ferdinando aveva 30 anni, e le grandi potenze non lo avevano ancora riconosciuto sovrano della Bulgaria, quando nel 1891 arrivò a Monaco di Baviera per incontrare politici e banchieri. Secondo la galleria, in quel viaggio acquistò Lucifero nello studio del pittore monacense Franz von Stuck per la collezione di palazzo a Sofia. Nel 1889 Il guardiano del Paradiso di Stuck, un angelo radioso alla porta del Paradiso, aveva vinto la medaglia d’oro all’esposizione del Palazzo di Vetro di Monaco, e Lucifero, dipinto nel 1890, è considerato di solito il pendant oscuro di quell’angelo.
Lucifero siede solo, curvo in avanti, su una tela quasi quadrata, e la occupa quasi per intero. Il corpo è muscoloso e nudo, il mento poggia sulla mano, e di lato pende un’ala chiara dai riflessi azzurri. La tela è quasi nera, e i punti più chiari sono gli occhi, bianchi e luminosi, che fissano dritto lo spettatore. A sinistra, nel buio, arde una piccola fiamma azzurra.
La storia che segue la conosciamo soltanto dalla voce di Stuck, che amava raccontarla. Ferdinando si sarebbe lamentato con lui che i suoi ministri, vedendo il quadro per la prima volta, si facevano il segno della croce. Nelle versioni bulgare a segnarsi sono i preti che passano davanti alla tela, e le signore svengono.
Lucifero rimase nella collezione di palazzo fino al 25 dicembre 1930, quando il figlio di Ferdinando, lo zar Boris III, lo cedette al Museo nazionale. Nel 1948 il quadro passò ai fondi della Galleria nazionale d’arte, nel 1985 alla Galleria nazionale d’arte straniera e nel 2015 a Kvadrat 500.

8. Un fiorentino — Konstantin Velichkov

Nell’agosto 1886 alcuni ufficiali filorussi deposero il principe di Bulgaria Alessandro di Battenberg, e gli organizzatori del colpo di Stato nominarono ministro dell’istruzione lo scrittore Konstantin Velichkov. Lui rifiutò l’incarico. Quando a capo del governo salì Stefan Stambolov, avversario del partito russo, Velichkov, noto russofilo, lasciò il paese e alla fine degli anni Ottanta visse in esilio a Firenze.
Dieci anni prima, nel 1876, aveva preso parte all’insurrezione d’aprile a Pazardžik, era stato condannato a morte ed era tornato libero su pressione della commissione europea che indagava sulla repressione della rivolta. A Firenze Velichkov, che aveva già superato i 30 anni, cominciò per la prima volta a studiare pittura sul serio, con Giuseppe Ciaranfi, pittore di storia e di genere che insegnava all’Accademia di Belle Arti della città, e nel 1888 dipinse Un fiorentino, uno studio a olio su tela. Un anziano fiorentino con occhiali tondi e un berrettino nero, un fazzoletto bianco al collo e un panciotto rosso, ride e suona la chitarra davanti a una tappezzeria verde a motivi floreali. Il modello è tutto preso dalla chitarra e sembra essersi dimenticato del pittore.
Nel 1894, dopo le dimissioni di Stambolov, Velichkov tornò in patria e divenne ministro della pubblica istruzione nel governo di Konstantin Stoilov. Il disegno di legge sulla Scuola di disegno lo presentò lui stesso all’Assemblea nazionale. Lasciò il ministero nel 1897 e morì a Grenoble nel 1907.
9. Rachenitsa — Ivan Mrkvička
A un’asta della casa Apollo e Mercurio al Grand Hotel di Sofia, alla fine degli anni 2000, la Rachenitsa di Ivan Mrkvička fu venduta per 75.100 euro, e allora la si definì il quadro più caro mai venduto all’asta in Bulgaria. A essere battuta fu una seconda versione quasi identica, dipinta nel 1906. La prima, del 1894, si trova alla Galleria nazionale, che la definisce il dipinto bulgaro più amato.
Nel 1881 il governo della Rumelia orientale, provincia autonoma nel sud dell’attuale Bulgaria, invitò il ceco Mrkvička a insegnare disegno a Plovdiv, e il pittore, che allora aveva 25 anni, rimase a vivere nel paese per 40 anni. Dal 1889 abitò a Sofia, e lì dipinse la Rachenitsa, due anni prima di diventare il primo direttore della Scuola di disegno.
Due uomini in abiti contadini ballano la rachenitsa, una veloce danza bulgara, al centro di un’affollata osteria di villaggio nei dintorni di Sofia, sotto un soffitto basso dalle travi scure. Uno, alto, con camicia e calzoni bianchi e una fascia rossa in vita, danza in piedi. L’altro si è accovacciato davanti a lui, di spalle, e alza sopra la testa un fazzoletto bianco. Tutto intorno, sulle panche e ai tavoli, gli spettatori siedono e guardano.

Un’ipotesi diffusa dalla stampa bulgara negli anni 2010, fondata soltanto sulla somiglianza con alcuni ritratti, identifica il ballerino vestito di bianco con James Bourchier, nato in Irlanda e corrispondente dai Balcani del «Times» di Londra. La galleria riprende questa ipotesi. Bourchier veniva a Sofia dal 1888, nel 1892 vi si stabilì, era amico di Mrkvička e girava per la città in abiti contadini.
10. Il ritorno dal mercato — Jaroslav Věšín
Jaroslav Věšín arrivò a Sofia nell’autunno del 1897, invitato dal ministro della pubblica istruzione Konstantin Velichkov a insegnare nella Scuola di disegno appena aperta. Aveva studiato all’Accademia di Praga e a Monaco, dal 1884 aveva dipinto per molti anni la campagna slovacca, con i suoi matrimoni e le sue cacce, e quei quadri li pubblicava la rivista praghese «Zlatá Praha», sicché in Bulgaria arrivò già noto come pittore della vita contadina.
Dipinse Il ritorno dal mercato nel 1898, un anno dopo il suo arrivo. Nel quadro è inverno. Un contadino con un pastrano di montone e un colbacco di pelliccia, un bastone di traverso sulle spalle, attraversa a cavallo un campo innevato spingendo avanti con sé quattro cavalli, l’ultimo con un basto vuoto, e oltre il campo si alzano montagne coperte di neve. Nell’angolo in basso a sinistra il ceco Věšín si firmò in cirillico. Il quadro fa parte dei suoi dipinti di mercato del 1898–1899, come la grande Fiera dei cavalli a Sofia e Prima del mercato. I biografi bulgari scrivono che ai mercati lo attiravano i tipi e le scene pittoresche.
Věšín insegnò alla scuola fino al 1904, e fra i suoi allievi ci fu Nikola Petrov, la cui Chiesa di Santa Sofia compare anch’essa in questo elenco. Dopo il 1904 divenne pittore presso il Ministero della guerra, un incarico creato per lui su proposta del principe Ferdinando, e dipinse ritratti ufficiali e manovre. Nella guerra balcanica del 1912–1913, con il grado di colonnello, fu l’unico a figurare nel Quartier generale come «pittore di guerra».

11. Mercato dell’uva a Euxinograd presso Varna — Anton Mitov
Il palazzo estivo del principe vicino a Varna si chiamava Sandrovo, in onore del primo principe di Bulgaria, Alessandro di Battenberg, che gli intimi chiamavano Sandro. Nel 1893 Ferdinando lo ribattezzò Euxinograd, dal Ponto Eusino, come gli antichi greci chiamavano il mar Nero. Il palazzo aveva grandi vigneti di Stato e, dal 1891, anche una cantina per la corte del principe. Un anno dopo il cambio di nome Anton Mitov dipinse Mercato dell’uva a Euxinograd presso Varna.
Nel quadro di Mitov il mercato si stende in un campo aperto ai piedi delle colline. Sui carri stanno grandi botti con accanto ceste d’uva, in primo piano due bufali neri sono sdraiati a terra, vicino a una pozzanghera si aggirano delle oche, e fra i carri si accalca gente con il fez e in costume popolare.
Dal 1890 Mitov insegnava disegno nel ginnasio maschile di Varna, e la vendemmia di Varna ricorre più volte nei suoi quadri del 1893–1894. La pittura l’aveva studiata in Italia. I biografi raccontano del suo viaggio una storia che non c’è modo di verificare: i soldi per partire se li guadagnò come telegrafista, e a Firenze fu arrestato perché, con i suoi abiti migliori, un mantello da pastore detto yamurluk e le fasce avvolte alle gambe, sembrava un brigante del posto. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Firenze con Giuseppe Ciaranfi, lo stesso maestro da cui più tardi andò Velichkov, e si diplomò nel 1885.

Nel 1893 Mitov fu tra i fondatori della Società per il sostegno dell’arte in Bulgaria, la prima associazione di artisti bulgari, e dal 1895 al 1899 pubblicò insieme a Mrkvička «Izkustvo», cioè «Arte», la prima rivista bulgara dedicata all’arte. Alla Scuola di disegno fu il primo a insegnare storia dell’arte, e la diresse dal 1912 al 1918 e dal 1924 al 1927.
12. Mietitura a Chepinsko — Ivan Angelov
Fu Ivan Angelov, che vi insegnava dal 1900, a introdurre nella Scuola di disegno lo studio a carboncino, e con quel metodo si formarono poi diverse generazioni di artisti bulgari. Angelov aveva studiato a Monaco, prima alla Scuola di arti applicate, poi all’Accademia con Karl von Piloty, dove si diplomò nel 1886, e nei 14 anni successivi insegnò disegno nei ginnasi.
Dipingeva scene di mietitura fin dagli esordi, e la sua Mietitura e la sua Mietitrice piacquero al pubblico all’esposizione di Plovdiv del 1892. Mietitura a Chepinsko è del 1905. La conca di Chepino si trova nei Rodopi occidentali, vicino all’attuale Velingrad. Nel quadro tre mietitrici lavorano in un campo di grano maturo. Una, vestita di rosso, è piegata a tagliare le spighe, la seconda, a destra, è quasi nascosta dal grano, la terza si è raddrizzata e beve da una brocca scura. Ai loro piedi giace un covone legato, e fra le spighe si vedono dei papaveri. La tela è sviluppata in larghezza, e la galleria la descrive come un panorama paesaggistico ricondotto a un’unica tonalità, dalla composizione precisa e di impianto classico.
Nell’ottobre 2016 la galleria scelse questo quadro fra le quattro opere destinate ai visitatori ciechi e ipovedenti, e ne realizzò uno schema in rilievo e un’audiodescrizione in bulgaro e in inglese.

13. La chiesa di Santa Sofia — Nikola Petrov
La basilica di Santa Sofia fu costruita nel VI secolo, sotto Giustiniano, e più tardi la città prese il suo nome. Nel XVI secolo gli ottomani la trasformarono in moschea, i terremoti del 1818 e del 1858 la danneggiarono, e nel 1858 il minareto crollò uccidendo diverse persone, dopodiché l’edificio fu abbandonato. Alla fine dell’Ottocento vi si teneva un magazzino e vi era stato sistemato un posto di osservazione dei pompieri cittadini. Nel 1909 Nikola Petrov dipinse proprio questa basilica abbandonata. La mise su uno spiazzo giallo e spoglio ai margini della città, con dietro una distesa di tetti rossi e il verde dei giardini, e sopra tutto un cielo scuro e pesante. Le persone accanto ai suoi muri sono minuscole.
Petrov nacque a Vidin nel 1881, nel settembre 1898 entrò alla Scuola di disegno e studiò con Věšín, ma a causa di una malattia ottenne il diploma soltanto nel 1913. Dipinse Sofia, il Ponte dei Leoni, il Teatro nazionale, piazza Banski, ed è considerato il fondatore del paesaggio urbano bulgaro. Delle sue vedute di Sofia la galleria scrive che con le sue pennellate espressive Petrov vi si avvicinava a un mosaico dipinto. Vladimir Dimitrov-Maistora, che in Bulgaria è venerato come il massimo pittore nazionale, definiva Petrov il più dotato di tutti e l’unico bulgaro nato per fare il pittore.
Nel 1911 lo Stato acquistò questo quadro, che divenne la prima opera di Petrov nelle collezioni pubbliche. Petrov morì in povertà, di tubercolosi, il 10 dicembre 1916, a 35 anni. In quello stesso 1911 la basilica fu studiata dall’archeologo Bogdan Filov, che si batteva per il suo ripristino, e dal 1926 il consiglio della chiesa chiese il restauro completo dell’edificio, i cui lavori furono diretti dall’architetto Rashenov.

14. Paesaggio decorativo — Nikolay Raynov

La società «Rodno izkustvo», cioè «Arte patria», fu fondata a Sofia nel 1919, e i suoi fondatori misero nel programma l’obiettivo di dare all’arte bulgara un carattere nazionale. Tra loro c’era Nikolay Raynov, che il pubblico bulgaro conosceva soprattutto come scrittore, autore di fiabe e di prosa simbolista, e come teosofo.
Intorno al 1910 studiò arte decorativa alla Scuola di arti industriali di Sofia, come dal 1909 si chiamava la Scuola di disegno, con Haralampi Tachev e Stefan Badzhov, e diventò uno dei primi decoratori diplomati in Bulgaria. L’ornamento, diceva, è per le arti figurative ciò che la lingua è per la letteratura. Nel 1925 uscì il suo libro Ornamento e lettera nei manoscritti slavi della Biblioteca nazionale di Plovdiv, per il quale aveva ridisegnato lui stesso testate, iniziali e ornamenti dei manoscritti medievali.
Paesaggio decorativo è di quegli stessi anni Venti, a tempera e inchiostro di china su un foglio grande quanto un libro aperto. I paesaggi decorativi di quel periodo Raynov li costruiva con macchie piatte di colore uniforme e con una linea netta, e i dettagli della natura li trasformava in ornamento. Qui un lago bruno giace fra rocce tondeggianti contornate di nero, le nuvole nel cielo blu sembrano riccioli di ricamo, a destra si alza un albero fatto di fiori posati uno sull’altro, e a sinistra vola un uccello fiabesco. Tutto il foglio è cosparso di minuscoli punti dorati.
Dal 1925 al 1927 studiò storia dell’arte a Parigi, e poi la insegnò fino al 1950 all’Accademia di belle arti di Sofia.
15. Le nostre madri vestono sempre di nero — Ivan Milev
Cinque donne con lunghi veli neri sul capo camminano una dietro l’altra lungo una scura staccionata di assi, tutte di profilo. Due tengono fra le mani qualcosa di rotondo, una ciotola o un pane, una ha rovesciato la testa all’indietro verso il cielo, l’ultima è curva e si copre il viso con la mano. Sotto il nero affiorano strisce di giallo, di lilla e di marrone. Ivan Milev dipinse questo acquerello nel 1926, e la galleria gli dà un secondo titolo, Zadushnitsa, il nome che in Bulgaria si dà ai giorni di commemorazione dei defunti, quando si porta del cibo al cimitero. Milev realizzò anche un’opera distinta intitolata Zadushnitsa, che è un altro quadro.
L’acquerello fu dipinto dopo tre guerre, le due balcaniche e la prima guerra mondiale, e nell’ultima Milev combatté di persona. Nel 1916 il giovane di Kazanlak, che aveva 19 anni, fu richiamato e mandato come pittore al comando di un reparto di aerostieri, e nel 1917 era soldato sul fronte romeno.
Dal 1920 al 1925 studiò all’Accademia di belle arti di Sofia, nella sezione decorativa, con Stefan Badzhov, che in precedenza era stato maestro anche di Raynov, e curò le scenografie di spettacoli del Teatro nazionale. Nel dicembre 1926 si ammalò e morì il 25 gennaio 1927, poche settimane prima di compiere 30 anni. Tre anni prima della morte, nel 1923, Milev annotò nel diario la domanda «C’è un’arte in Bulgaria?», rivolta alla società «Rodno izkustvo», e nella primavera del 1926 vi entrò lui stesso.

Fra l’icona di Nessebar, i cui pittori non hanno lasciato il nome, e l’acquerello di Milev passarono più di 600 anni, e il cammino dalla bottega di icone a una scuola propria ne occupò meno di un secolo. Milev scrisse la sua domanda da studente dell’Accademia di belle arti di Sofia, in cui nel frattempo si era trasformata la Scuola di disegno di Mrkvička. Nel diario la risposta non c’è. La si può ricomporre nelle sale della galleria, dall’autoritratto del pittore di icone che dipinse e firmò il proprio volto fino alle opere di chi si era ormai formato in patria.
Cos’altro vedere
Abbiamo seguito un’unica linea, dall’icona a una scuola propria, e molti dei dipinti migliori della galleria sono rimasti fuori dall’elenco. Il pittore più rappresentato nella collezione è Vladimir Dimitrov-Maistora, ed è da lui che conviene cominciare una seconda visita. Di Nikolai Pavlovich la galleria possiede anche L’Unificazione della Bulgaria settentrionale e meridionale del 1886, e nell’archivio grafico di Zahari Zograf si conservano i suoi disegni e le incisioni dell’Europa occidentale che aveva raccolto. Il dipartimento di arte straniera, creato nel 1985, ha accolto stampe giapponesi, miniature indiane e scultura asiatica, e fra i dipinti europei ci sono il Paesaggio d’Alvernia di Cézanne e La morte di Lara di Delacroix.





























