Quando nel 1878 ad Atene aprì la prima galleria pubblica di pittura, conteneva 117 quadri, in gran parte di artisti stranieri. La Galleria Nazionale fu istituita solo con la legge del 10 aprile 1900, e un anno dopo ricevette la collezione di Alexandros Soutsos, che aveva lasciato il proprio patrimonio per fondare un museo di pittura. Nel 1954 il lascito Soutsos fu unito alla Galleria, e il nome di Soutsos entrò nella denominazione completa del museo.

Nell'Ottocento i greci impararono a dipingere a Monaco di Baviera, perché il re di Grecia Ottone era bavarese, e quasi tutti i pittori greci di quel secolo passarono per l'Accademia di Monaco. Alcuni tornarono e insegnarono ad Atene, altri restarono in Germania e dipinsero il villaggio greco a memoria. Questa lista si apre con un cretese che partì per Venezia, poi per Toledo, e in patria non tornò più, e si chiude con un quadro dipinto intorno al 1925 nel cortile di una casa d'isola, nella calura dell'estate.

1. La sepoltura di Cristo — El Greco

La sepoltura di Cristo
La sepoltura di CristoEl Greco, 1570, Galleria Nazionale di Atene

L'icona della «Passione di Cristo» su fondo oro, dipinta a Candia dal giovane Domenikos Theotokopoulos, nel dicembre 1566 fu stimata e venduta per 70 ducati d'oro. Candia, l'odierna Iraklio, era la città principale di Creta, l'isola apparteneva allora a Venezia, e secondo il catalogo pubblicato dalla Galleria Nazionale nel 2014 a Venezia un quadro di Tiziano o di Tintoretto costava più o meno altrettanto. L'icona è andata perduta. Poco dopo il pittore partì per Venezia, nel 1570 si trasferì a Roma e da lì in Spagna, dove lo chiamarono El Greco, cioè il Greco. Morì a Toledo nel 1614 senza essere mai tornato a Creta, e per tutta la vita firmò in lettere greche.

Prima dell'acquisto nemmeno la «Sepoltura» era mai stata in Grecia. La storia della tavola l'ha ricostruita Michalis Doulgeridis, responsabile del laboratorio di restauro della Galleria. Sul retro c'è lo stemma dei Ledesma de la Fuente, famiglia che nel 1710 ricevette dal re di Spagna il titolo comitale, poi la tavola passò in una collezione messicana e a un collezionista francese dell'Ottocento, anche se quando e come abbia cambiato proprietario Doulgeridis non lo scrive. Nel gennaio 1995 fu venduta all'asta da Christie's a New York, poco dopo finì presso il mercante londinese Derek Johns, e intorno al 2000 la Galleria la comprò, secondo Doulgeridis, per 700.000 dollari. Il denaro venne da una colletta in tutta la Grecia, dai contributi di aziende statali, dalla Fondazione Onassis e dai fondi della Galleria stessa.

La Galleria data la tavola intorno al 1568–1570, agli anni veneziani del pittore. Della pittura di icone, scrive il museo, vi sono rimasti solo il supporto di legno e la tempera all'uovo, e la tempera il pittore la mescolò con l'olio, come facevano i veneziani. La composizione la ricavò da due incisioni, la «Deposizione dalla croce» del Parmigianino e la «Sepoltura di Cristo» di Battista Franco. Il sarcofago di pietra bianca è messo di sbieco, con uno spigolo verso chi guarda, per portare lo sguardo in profondità. Cristo siede sul suo bordo, pallido e pesante, con la testa caduta sulla spalla, gli occhi chiusi e il braccio sinistro abbandonato, mentre il piede nudo poggia a terra. A sinistra un uomo vestito di marrone, con un panno bianco sul capo, si china dandoci le spalle e tira il sudario oltre il bordo del sepolcro. Dietro il corpo, fra le donne, la Vergine dal velo grigioverde rovescia la testa all'indietro, e il museo scrive che sta svenendo. Davanti al sarcofago, a terra, ci sono la corona di spine e tre chiodi scuri.

A destra, un po' in disparte, sta un giovane dal mantello arancione fuoco, con il capo chino. È Giovanni Evangelista, ed entrò nella composizione dopo gli altri. I restauratori della Galleria hanno esaminato la tavola all'infrarosso e hanno visto che il pittore aveva concluso la prima fase del lavoro e solo allora aveva deciso di aggiungere Giovanni. Doulgeridis osserva che questa figura manca in tutte le incisioni note di cui El Greco si servì.

La sepoltura di Cristo
La sepoltura di CristoEl Greco, 1570, Galleria Nazionale di Atene

2. Il concerto degli angeli — El Greco

Il concerto degli angeli
Il concerto degli angeliEl Greco, 1600, Galleria Nazionale di Atene
Annunciazione
AnnunciazioneEl Greco, 1614, Fundación Banco Santander

Il «Concerto degli angeli» era la parte superiore di un'«Annunciazione». Nel 1608 El Greco ricevette l'incarico degli altari per la chiesa dell'Ospedale Tavera a Toledo, l'«Annunciazione» era destinata all'altare laterale destro, e quando il pittore morì, nel 1614, i quadri per l'ospedale erano ancora incompiuti. A quanto pare, alla fine dell'Ottocento la tela fu tagliata. La parte inferiore, con la Vergine e l'arcangelo Gabriele, si trova a Madrid, nella collezione del Banco Santander, mentre ad Atene è arrivato il cielo sopra di loro.

Il collezionista e mercante ungherese Marcell Nemes fu tra quelli che all'inizio del Novecento riscoprirono El Greco, e comprava i suoi quadri in Spagna. Morì nel 1930, e nel giugno 1931 la sua collezione fu messa all'asta a Monaco. Lo Stato greco vi acquistò la lunga striscia di tela con gli angeli musicanti per 5.900.775 dracme, e la Galleria considera questo acquisto il più importante degli anni in cui la diresse lo scrittore Zacharias Papantoniou.

Il concerto degli angeli
Il concerto degli angeliEl Greco, 1600, Galleria Nazionale di Atene

Gli angeli non hanno ali, e il museo lo fa notare espressamente. Stanno in piedi o seduti sulle nuvole contro un cielo scuro, grigioverde, e il museo ne elenca gli strumenti: spinetta, arpa, flauto e viola da gamba. La spinetta, a quanto pare, è quasi tutta tagliata dal margine sinistro, e se ne vede solo il coperchio di legno scuro, su cui posa la mano l'angelo più esterno, vestito di rosa e lilla. Accanto a lui un angelo riccioluto in giallo e verde regge un libro di musica aperto con note quadrate, al centro si alza un'arpa alta, più a destra un angelo in bianco argento, di spalle, porta il flauto alle labbra, e sul margine destro un angelo in azzurro pallido guarda in alto e tiene una viola, la cui cassa chiara occupa l'angolo in basso a destra. Le vesti sono dipinte a lunghe strisce di luce, e il colore cambia all'interno di una stessa piega, dal rosa al bianco, dal verde al giallo. Il museo considera la tela incompiuta. In basso, fra le nuvole, si agitano piccoli putti nudi, e il margine inferiore della tela passa proprio sopra di loro, lì dove la striscia fu staccata dall'«Annunciazione».

3. Episodio della guerra d'indipendenza greca — Eugène Delacroix

Episodio della guerra d'indipendenza greca
Episodio della guerra d'indipendenza grecaEugène Delacroix, 1856, Galleria Nazionale di Atene

Un insorto greco con la fustanella bianca galoppa su un cavallo color crema chiaro, e il cavallo, nel salto, ha raccolto le zampe anteriori. Il cavaliere porta un berretto rosso avvolto in un fazzoletto giallo, i lembi del fazzoletto e il mantello verde foderato di rosso gli svolazzano alle spalle, e accanto alle redini stringe una piccola arma dall'impugnatura d'argento, a quanto pare una pistola. Sotto gli zoccoli, lungo il margine inferiore della tela, giace bocconi un turco ucciso, con il turbante bianco. A destra un greco a piedi, di spalle, spara con un lungo fucile verso una torre rotonda in rovina, avvolta dal fumo bianco della polvere da sparo, e lì accanto a terra giacciono due cavalli morti. Il museo definisce il quadro antieroico e antiepico, e nel cavaliere vede l'incarnazione di un ideale.

Delacroix era diventato famoso negli anni Venti dell'Ottocento con i soggetti greci. Il «Massacro di Scio» lo espose al Salon del 1824, la «Grecia sulle rovine di Missolungi» la dipinse nel 1826. L'insurrezione greca era allora uno dei temi più seguiti della vita artistica e pubblica di Parigi. In Grecia Delacroix non andò mai. Questa tela la dipinse nel 1856, 30 anni dopo la guerra, quando era già un maestro riconosciuto, e nello stesso anno ne dipinse una simile, con un cavaliere greco e un turco che si arrende, che oggi si trova agli Harvard Art Museums. La firma e la data sono nell'angolo in basso a destra, «Eug. Delacroix / 1856».

Nel 1978 il quadro comparve a un'asta a Parigi, e lo Stato greco lo comprò con il contributo degli armatori Vassilis Goulandris e Stavros Niarchos. La televisione greca ERT riferì allora che il prezzo era stato di circa 3,7 milioni di franchi e che fra i concorrenti all'asta c'era l'attore Alain Delon.

4. Kanaris dà fuoco alla nave ammiraglia turca — Ivan Aivazovsky

L'incendio della nave ammiraglia turca ad opera di Kanaris
L'incendio della nave ammiraglia turca ad opera di KanarisIvan Aivazovsky, 1881, Galleria Nazionale di Atene

Nella primavera del 1822 le truppe turche compirono a Chio una strage, la stessa che due anni dopo avrebbe dipinto Delacroix, e a giugno la flotta turca era alla fonda davanti all'isola e celebrava il Bayram, la fine del Ramadan. Nella notte fra il 18 e il 19 giugno le si avvicinarono due brulotti greci, imbarcazioni cariche di materiale infiammabile. Konstantinos Kanaris, dell'isola di Psara, agganciò il suo brulotto all'ammiraglia del kapudan pascià Nasuhzade Ali Pascià, comandante della flotta ottomana, le diede fuoco e si allontanò su una scialuppa. Il fuoco raggiunse la santabarbara e la nave esplose. Secondo il conto più diffuso morirono circa 2000 persone, e il kapudan pascià, ferito mortalmente, morì a terra. Kanaris divenne poi ammiraglio, fu più volte capo del governo e morì nel 1877.

Aivazovsky dipinse quella notte nel 1881, 59 anni dopo. Nel 1822 aveva cinque anni e viveva a Feodosia. Il cielo, il mare e gli scogli sono di un azzurro violaceo freddo, e solo a sinistra del centro arde una fiamma giallo-arancio. La nave a tre alberi con le bandiere rosse mostra la poppa a chi guarda, il fuoco erompe dalla prua insieme a schegge di legno, le scintille volano più in alto dell'alberatura, e l'angolo in alto a sinistra è coperto di fumo nero. A destra, tagliata dai margini della tela, si allontana una barca con una mezza dozzina di uomini. Uno sta in piedi, con la camicia bianca e una fascia rossa in vita, e guarda in alto, verso il fuoco, mentre dall'incendio fino alla barca si stende sull'acqua una scia dorata. Il punto di vista è basso, all'altezza dei rematori.

Nella scheda della Galleria il quadro risulta donato dal Politecnico. Dal 1841 vi si raccoglievano i quadri di proprietà dello Stato, e probabilmente la tela di Aivazovsky entrò nella Galleria nel 1900, quando il Politecnico li cedette al nuovo museo. Come fosse arrivata al Politecnico, gli studiosi non sono riusciti a chiarirlo. Quando Aivazovsky morì a Feodosia, nel 1900, sul suo cavalletto c'era l'incompiuta «Esplosione di una nave», e anche lì Kanaris fa saltare l'ammiraglia turca davanti a Chio.

5. L'esodo di Missolungi — Theodoros Vryzakis

L'esodo di Missolungi
L'esodo di MissolungiTheodoros Vryzakis, 1853, Galleria Nazionale di Atene

Il padre di Theodoros Vryzakis, Petros, fu impiccato dai turchi nel 1821, il primo anno dell'insurrezione, e la Galleria apre la biografia del pittore definendolo un orfano della guerra d'indipendenza. Da ragazzo visse nell'orfanotrofio dell'isola di Egina, nel 1832 fu portato a Monaco, nella scuola per orfani greci fondata dal re Ludovico I di Baviera, e nel 1844 entrò all'Accademia di Monaco. Per l'anno di nascita la Galleria indica due date, il 1814 o il 1819. La guerra Vryzakis la dipinse quasi tutta in Baviera, a memoria, sulla base di incisioni e degli studi che aveva fatto in Grecia fra il 1848 e il 1851.

Le truppe turche ed egiziane assediarono Missolungi per un anno intero. Nella primavera del 1826 in città cominciò la fame, e nella notte fra il 22 e il 23 aprile, alla vigilia della Domenica delle Palme, la guarnigione e gli abitanti tentarono insieme la sortita. I turchi conoscevano il piano in anticipo, e molti morirono mentre uscivano dalla città.

Vryzakis dipinse l'«Esodo» a Monaco nel 1853, su una tela alta e centinata, e la divise in due zone, una celeste e una terrena. In alto Cristo siede in trono su una nuvola, con le braccia spalancate, e intorno a lui ci sono angeli con corone d'alloro e rami di palma. In basso i combattenti si lanciano all'attacco su un ponte di legno, il loro capo con la fustanella bianca leva una sciabola ricurva, e sopra di lui sventola una bandiera bianca con la croce azzurra. Fra gli uomini una giovane donna con il fez rosso prende la mira con il fucile, a destra un uomo con un coltello fra i denti scavalca il muro reggendo uno stendardo rosso con una mezzaluna sull'asta, e sotto il ponte giacciono donne e bambini caduti, fra cui una madre che stringe a sé il suo neonato. Il museo scrive che la composizione si sviluppa in verticale, senza profondità, e nell'impianto il quadro ricorda un'icona. Secondo il museo, nel 1853 ottenne a Vienna il primo premio.

Vryzakis dipinse questo soggetto tre volte, e si è salvata soltanto questa tela. Secondo Katerina Spetsieri-Beschi, studiosa della sua opera, la acquistò il re Ludovico I di Baviera, poi il quadro uscì dalla collezione di Monaco, passò in mani private e finì all'ambasciata greca a Roma, dove Spetsieri-Beschi lo ritrovò nel 1977. Quando e come sia passato alla Galleria, nei documenti non si è trovato.

Le altre due versioni, sempre secondo lei, bruciarono nel 1929, quando fu appiccato il fuoco al municipio di Missolungi. L'immagine però si è conservata, perché nel 1856 a Parigi da questo quadro fu tratta una litografia. Dopo l'incendio Angelos Kasolas, che aveva 23 anni, ne dipinse una copia per Missolungi partendo da quella litografia, e questa copia, come Sacra Icona dell'Esodo, viene portata ogni anno in processione per la città.

L'esodo di Missolungi
L'esodo di MissolungiTheodoros Vryzakis, 1853, Galleria Nazionale di Atene

6. Ritratto della signora Serpieri — Nikiforos Lytras

Ritratto della signora Serpieri
Ritratto della signora SerpieriNikiforos Lytras, 1869, Galleria Nazionale di Atene

Clémence Serpieri è in piedi, a figura intera e a grandezza naturale, su una tela alta quasi due metri e mezzo. Dipinto nel 1869, è il più sontuoso dei ritratti di rappresentanza di Lytras. Indossa un abito di velluto color vino scuro che le lascia scoperte le spalle, lo strascico scivola verso l'angolo in basso a sinistra, le pieghe illuminate della gonna sono di un rosso acceso, mentre il resto del velluto è quasi nero. Sulle braccia è gettato uno scialle di pizzo nero, fra i capelli ha tre stelline con pietre preziose, al collo un doppio filo di perle, e nella mano destra abbassata un ventaglio semiaperto. A sinistra si alza un'enorme colonna scanalata, come vuole il ritratto di rappresentanza, e sul tappeto orientale, accanto all'orlo della gonna, giace una sola rosa bianca. Guarda dritto verso chi osserva, calma e senza sorridere.

Era la moglie di Giovanni Battista Serpieri, ingegnere metallurgico italiano che nel 1864, con soci marsigliesi, fondò una società per estrarre argento e piombo al Laurio, a sud di Atene. La società soprattutto rifondeva le scorie lasciate dalle miniere antiche. Ad Atene Serpieri aveva un palazzo in via Panepistimiou, e l'italiano e sua moglie, che portava un nome francese, appartenevano al vertice di quella nuova società ateniese che Lytras ritraeva.

Nikiforos Lytras nacque nel 1832 a Pyrgos, sull'isola di Tino, studiò alla Scuola delle Arti di Atene e nel 1860 partì per Monaco, dove all'Accademia fu allievo di Karl von Piloty. Nel 1865 tornò ad Atene, dal 1866 insegnò pittura nella stessa Scuola delle Arti e tenne la cattedra per quasi 40 anni, fino alla morte, nel 1904. La Galleria lo chiama il padre della pittura neogreca. Furono suoi allievi Altamouras e Iakovidis, di cui si parlerà più avanti, e suo figlio Nikos, anche lui pittore, dipinse l'ultimo quadro di questa lista.

Secondo la scheda della Galleria, il quadro è un dono di Ioannis V. Serpieri, uno dei membri della famiglia. Nel 2011 il ritratto fu esposto a una mostra di tesori sconosciuti delle collezioni della Galleria, e la direttrice Marina Lambraki-Plaka lo scelse come opera principale della mostra. La rivista LiFO scrive che la cornice dorata fu ordinata all'estero ed è così pesante che per appendere il quadro ci vollero otto persone.

Ritratto della signora Serpieri
Ritratto della signora SerpieriNikiforos Lytras, 1869, Galleria Nazionale di Atene

7. Caicco a Spetses — Ioannis Altamouras

Caicco a Spetses
Caicco a SpetsesIoannis Altamouras, 1877, Galleria Nazionale di Atene

Nell'angolo in basso a destra di questo piccolo quadro Ioannis Altamouras scrisse in greco il luogo e il giorno: Spetses, 16 giugno 1877. Al centro c'è una nave a vele quadre, anche se in greco si chiamava caicco qualsiasi veliero da lavoro. Tutte le vele pendono, sgualcite e afflosciate come nella bonaccia, e solo la più bassa e la più grande è illuminata da una luce calda, fra il crema e l'ocra. Il mare è piatto e pallido. Accanto alla fiancata c'è una barca scura con due uomini, uno dei quali, in camicia bianca, è ai remi. Dietro la poppa galleggia una scialuppa vuota, e attraverso il sottile strato di colore del cielo affiora la trama della tela. Sul margine destro, nel terzo superiore, sopra il cielo è steso un piccolo rettangolo opaco verde oliva e ocra, che non appartiene all'immagine e sembra un ritocco tardo o una lacuna stuccata.

Altamouras nacque nel 1852 in Italia, figlio del pittore napoletano Francesco Saverio Altamura e della greca Elena Boukoura, di una famiglia di armatori dell'isola di Spetses. I genitori si separarono, e intorno al 1857 la madre portò i figli ad Atene. Fra il 1871 e il 1872 il giovane Altamouras frequentò la classe di Nikiforos Lytras, e fra il 1873 e il 1876 studiò a Copenaghen, all'Accademia Reale, con il pittore di marine Carl Frederik Sørensen, grazie a una borsa reale (secondo il Museo Benaki gliela concesse il re Giorgio I, che era lui stesso un principe danese). Nel 1876 Altamouras tornò malato di tubercolosi, si stabilì a Spetses, l'isola natale della madre, e lì dipinse navi. Morì a Spetses nel 1878, a 26 anni.

Sua madre, Elena Boukoura Altamura, è considerata la prima pittrice greca con una formazione accademica, ed è diventata lei stessa una figura quasi leggendaria. Si racconta che in Italia le donne non fossero ammesse allo studio della pittura e che lei, per poter studiare, si fosse tagliata i capelli e si fosse fatta passare per un uomo. A rendere famosa questa storia è stato soprattutto il romanzo di Rea Galanaki «Elena, o Nessuno», uscito nel 1998. Alla mostra del 2011 al Museo Benaki fu esposto il suo autoritratto con un abito simile a quello di una monaca, i capelli tagliati corti e la fede nuziale. Sua figlia Sofia morì nel 1872, il figlio nel 1878, e secondo un'altra tradizione dopo la loro morte Elena bruciò i propri quadri. La curatrice di quella mostra, Eleni Kypraiou, la pensa diversamente e ritiene che quadri e carte li abbiano bruciati i parenti mentre sgombravano la casa di Spetses dopo la morte di Elena, nel 1900.

Caicco a Spetses
Caicco a SpetsesIoannis Altamouras, 1877, Galleria Nazionale di Atene

8. Raccogliendo le reti — Konstantinos Volanakis

Marina Lambraki-Plaka, che ha diretto la Galleria Nazionale, raccontò alla rivista LiFO che nel 2002 la Galleria aveva comprato questo quadro a un prezzo vantaggioso. Di solito Volanakis lo comprano gli armatori greci, e loro, secondo lei, preferiscono i quadri con le navi e si interessano meno ai pescatori su una vecchia barca.

Raccogliendo le reti
Raccogliendo le retiKonstantinos Volanakis, 1871, Galleria Nazionale di Atene

La barca sta a destra del centro, pesante e consunta, e si vede come una sagoma quasi nera, perché la luce viene dal fondo del quadro, dall'orizzonte, dove sul mare spunta l'alba. Sulla barca ci sono cinque uomini. Un pescatore a braccia nude è chino sulla rete, un altro sta così in basso che se ne vedono solo la testa e la schiena, la testa dell'unico in piedi, con il cappello a tesa larga, arriva poco sopra la linea dell'orizzonte, il quarto si sporge oltre il bordo e tira la rete, e a poppa un ometto con il berretto siede dietro una brocca di vetro blu. Dal bordo pende la rete bagnata, sopra la poppa sporge in diagonale verso l'alto un pennone con una vela strappata, e nel quadro non c'è diagonale più forte di questa. A sinistra, in disparte, c'è una nave a vele quadre, le nuvole sono grigio perla e crema, e giallo pallido vicino all'orizzonte. Nell'angolo in basso a sinistra c'è la firma «C. Bolanachi München 71», e cioè il quadro fu dipinto a Monaco, lontano da qualsiasi mare, nel 1871.

Volanakis nacque nel 1837 a Iraklio, a Creta, e da giovane lavorò come contabile nella casa commerciale di suo cognato Georgios Afendoulis a Trieste. I giornali greci raccontano che Afendoulis trovò delle navi disegnate nei libri contabili e da allora gli pagò gli studi. Nel 1864 Volanakis entrò all'Accademia di Monaco, allievo di Piloty, qualche anno dopo vinse un concorso austriaco per un quadro sulla battaglia navale di Lissa, e quel quadro lo comprò l'imperatore Francesco Giuseppe. La Galleria colloca «Raccogliendo le reti» fra i primi slanci impressionisti della pittura greca e lo considera uno dei quadri più liberi di Volanakis. In Grecia tornò solo nel 1883, si stabilì al Pireo e nel 1895 vi aprì una sua scuola.

9. Il fidanzamento dei bambini — Nikolaos Gyzis

Il fidanzamento dei bambini
Il fidanzamento dei bambiniNikolaos Gyzis, 1877, Galleria Nazionale di Atene

Il prete di campagna con la tonaca nera ha già messo l'anello al bambino e, come descrive il museo, tende il palmo aperto verso la bambina perché prenda il suo. Il bambino, con la giacca rossa e i calzoni larghi bianchi, guarda smarrito la propria mano premuta sul petto, mentre la bambina, tutta in bianco, con una cuffietta, abbassa gli occhi e si protende verso un libro aperto sul tavolino. I due stanno in mezzo a una bassa stanza di villaggio, e gli adulti, seduti o in piedi, li circondano a semicerchio. A destra ride di gusto un uomo baffuto con una zucca rotonda usata come borraccia, che secondo il museo contiene il vino per il brindisi. Gli uomini a sinistra si scambiano occhiate e sogghignano, sulla porta si affollano donne con fazzoletti bianchi, e nell'angolo in basso a sinistra una giovane donna con un corpetto ricamato si china su una culla dove dorme un neonato.

Il museo spiega l'usanza così: i bambini venivano fidanzati presto, forse per sottrarli al devscirme, il reclutamento con cui le autorità ottomane prendevano i ragazzi cristiani e ne facevano giannizzeri e funzionari.

Nikolaos Gyzis nacque nel 1842 nel villaggio di Sklavochori, a Tino, a otto anni si trasferì con la famiglia ad Atene e studiò alla Scuola delle Arti. Nel 1865 partì per Monaco con una borsa della fondazione della Evangelistria, la principale chiesa di pellegrinaggio di Tino, e dal 1868 fu allievo di Piloty. Nel 1872 Gyzis tornò in Grecia per due anni, e nel 1873, insieme a Nikiforos Lytras, che il museo chiama suo amico, conterraneo e maestro, fece un viaggio in Oriente, in Asia Minore. Nel 1874 si stabilì definitivamente a Monaco, vi divenne professore all'Accademia e in Grecia non tornò più. Il «Fidanzamento dei bambini» lo dipinse nel suo studio di Monaco nel 1877, a memoria e dagli schizzi di quel viaggio, e, come scrive la Galleria, il quadro esiste in due versioni, entrambe premiate.

Il fidanzamento dei bambini
Il fidanzamento dei bambiniNikolaos Gyzis, 1877, Galleria Nazionale di Atene

La luce entra nella stanza da una profonda finestra bianca a sinistra, e nel quadro spiccano più di tutto il vestito della bambina e la tovaglia ricamata. Nell'angolo in basso a destra Gyzis ha ammucchiato stoffe a righe, rosse e dorate, un paiolo di rame, piatti di peltro e un fez rosso, e il museo spiega questo mucchio con il desiderio del pittore di mostrare la consistenza delle superfici, dal rame lucente alla seta.

10. Ecco lo Sposo che viene — Nikolaos Gyzis

Ecco lo Sposo che viene
Ecco lo Sposo che vieneNikolaos Gyzis, 1899, Galleria Nazionale di Atene

«Ecco, lo Sposo viene nel mezzo della notte» si canta nelle chiese ortodosse nei primi giorni della Settimana Santa, e le parole risalgono alla parabola evangelica delle dieci vergini. Da questo tropario Gyzis prese il titolo dell'ultimo grande quadro, che dipinse a Monaco fra il 1899 e il 1900. Il soggetto, secondo il museo, è la seconda venuta di Cristo come la descrive l'Apocalisse, e in una lettera citata dal museo Gyzis chiama il suo Cristo un dio dolcissimo che porta al mondo luce, salvezza e consolazione.

La tela è quadrata, alta due metri e larga altrettanto, e tutto vi è costruito intorno a un asse verticale. Fra due larghe fasce di un nero bluastro si alza un campo rosso-arancio, al cui centro siede in trono un Cristo piccolo, quasi bianco, con l'aureola d'oro. Intorno a lui nuvole rosse e arancioni si aprono ad archi, come una volta, sopra di lui si libra una figura alata con le braccia alzate, ai lati stanno degli angeli, e in mano a due di loro si distinguono bene le trombe. Dal basso sale verso il trono un'ampia scala azzurro pallido, rigata di sottili linee d'oro. I gradini sono vuoti, e ai due lati si affollano in ginocchio piccole figure con aureole d'oro. Molte figure sono soltanto contornate sopra un sottile strato di colore, attraverso il quale affiora la tela.

Gyzis aveva ideato questa composizione molto tempo prima, e già in una lettera del 1894 accenna a un paradiso, che chiama con le parole del tropario, augurandosi di avere la forza di dipingerlo. Nel 1900 il quadro fu esposto a Monaco. Faceva parte di un grande ciclo religioso che Gyzis non fece in tempo a finire, e la zona inferiore con la «Caduta di Satana», secondo lo studioso Spyros Petritakis, non la dipinse mai. Gyzis morì a Monaco nel gennaio 1901. Lo stesso Petritakis scrive che nel 1910, a Monaco, il filosofo Rudolf Steiner dedicò a questo quadro un'intera conferenza.

11. Sulla terrazza — Iakovos Rizos

Sulla terrazza
Sulla terrazzaIakovos Rizos, 1897, Galleria Nazionale di Atene

Su una terrazza di marmo un ufficiale siede di profilo su una sedia scura, con le gambe accavallate, in giubba nera dal colletto alto, pantaloni blu con una larga banda cremisi e stivali alti con gli speroni. Ha alzato la mano destra con il palmo aperto, a metà di una frase, e nella sinistra abbassata tiene un libriccino rosso, con un dito fra le pagine. Il museo lo descrive come un bell'ufficiale di cavalleria. Nel 2023 il critico Christoforos Marinos ha analizzato per la rivista LiFO i segni sul suo colletto, una granata fiammeggiante e tre stelle, e ne ha concluso che si tratta di un colonnello d'artiglieria. Il quadro fu dipinto nel 1897, l'anno in cui la Grecia perse in un mese la guerra con la Turchia, e Marinos vi vede una scena all'ombra di quella guerra, con un ufficiale che si riposa fra le signore nell'anno della sconfitta.

Accanto a lui ci sono due giovani donne. Una, con la camicetta bianca dalle maniche a sbuffo, si appoggia con entrambe le mani alla balaustra, l'altra, in abito rosa, si è abbandonata su una poltrona di legno curvato e ha posato i piedi su uno sgabello. Marinos nota che i loro volti si somigliano molto e ipotizza che per Rizos abbia posato un'unica modella. A destra, su un tavolino intarsiato di madreperla, ci sono una caraffa di vino rosato e tre bicchieri, e a sinistra, in lontananza sopra gli alberi, si alza l'Acropoli, rosa nella luce della sera. Il museo scrive che è la terrazza di una casa neoclassica nella Plaka, il vecchio quartiere ai piedi dell'Acropoli, mentre Marinos ritiene che la veduta sia inventata.

Secondo Marinos, Rizos viveva a Parigi dal 1875 e per questo quadro ricompose Atene a memoria e da album fotografici. Aveva studiato con Alexandre Cabanel e dipingeva signore eleganti nei salotti e nei giardini. La firma «Rizo 97» è in basso a sinistra, sulle piastrelle del pavimento. Nel 1900, all'Esposizione universale di Parigi, il quadro ottenne una medaglia d'argento, più tardi il pittore lo donò alla Galleria, e nel 2021 il Louvre lo scelse per il manifesto della sua mostra «Parigi-Atene. La nascita della Grecia moderna, 1675–1919».

12. Il bottino — Théodore Ralli

Il bottino
Il bottinoThéodore Ralli, Galleria Nazionale di Atene

La prima volta Théodore Ralli dipinse questo soggetto nel 1885, e in quella versione, oggi in una collezione privata, la prigioniera greca sta in piedi, sottomessa, fra i soldati turchi e la roba saccheggiata. Per il Salon di Parigi del 1906 rifece la scena e tolse i soldati. La ragazza è sola in una chiesa ortodossa devastata, scalza, con la camicetta strappata fino alla vita e le mani legate dietro la schiena, e guarda dritto verso chi osserva, con le sopracciglia aggrottate e la bocca socchiusa. In testa ha un fazzoletto bianco con una fila di monete d'oro, una treccia le scende sulla spalla, e in vita porta una larga fascia rossa.

Ralli nacque nel 1852 a Costantinopoli, in una famiglia di mercanti originaria di Chio, lavorò per breve tempo nella ditta di famiglia a Londra, poi si trasferì a Parigi e studiò con Jean-Léon Gérôme. Dal 1875 espose a ogni Salon, fino al 1904 passò gli inverni al Cairo, dipingeva harem, prigioniere e chiese greche e vendeva l'Oriente al pubblico parigino. Morì nel 1909 a Losanna. Nel catalogo del Salon il «Bottino» era accompagnato da versi francesi su una greca in catene che fra i trofei non versa lacrime, sfida il vincitore turco e vendicherà i suoi fratelli. Il quadro appartiene alla fondazione dell'imprenditore e collezionista Evripidis Koutlidis, e la Galleria espone la collezione della fondazione insieme alla propria in base a un accordo di lunga durata.

Sul pavimento della chiesa sono ammucchiati gli arredi sacri, calici d'argento e dorati, candelieri, una lampada votiva, e di traverso sul gradino dell'altare giace un candelabro dorato rovesciato. Dal soffitto pendono tre catene vuote, e Christoforos Marinos nota che vi erano appese delle lampade. Sotto l'icona di Giovanni Battista è appoggiato un rivestimento d'icona in argento sbalzato, con il vuoto ritagliato al posto del volto. In basso a destra è aperto un libro dal taglio rosso, e accanto, sul pavimento, c'è una candela bianca, dal cui stoppino ancora acceso sale un filo di fumo.

Il bottino
Il bottinoThéodore Ralli, Galleria Nazionale di Atene

13. Concerto infantile — Georgios Iakovidis

Quattro ragazzini scalzi hanno messo su un'orchestra in una stanza di campagna. Uno siede a cavalcioni di una sedia, di spalle, con la bacchetta del tamburo, quello dai capelli rossi, piegato all'indietro, suona una tromba d'ottone, il piccolo dietro di lui si è messo le mani a coppa intorno alla bocca, e il quarto, tutto stracci, se ne sta in disparte e soffia nel lungo beccuccio di un annaffiatoio di rame, perché, come scrive il museo, uno strumento vero non gli è toccato. Li ascoltano una giovane madre, che tiene sulla panca una bimba vestita di rosso protesa con tutte e due le mani verso i musicanti, e una sorella maggiore bionda seduta al tavolo. Il museo identifica la stanza con l'interno di una casa contadina bavarese.

Concerto infantile
Concerto infantileGeorgios Iakovidis, 1900, Galleria Nazionale di Atene

La luce viene da due parti, dalla finestra a sinistra coperta di verde e dalla finestra profonda al centro, e tutta la stanza è inondata di arancione, con ombre azzurre. La camicia bianca del ragazzo al tamburo è attraversata dalla luce. Il museo considera il quadro uno dei più audaci di Iakovidis e scrive che qui il pittore si avvicinò all'impressionismo. Questo soggetto lo dipinse due volte. La versione precedente, più fredda, fu esposta negli anni Novanta dell'Ottocento, fra l'altro ad Atene nel 1896, e lì, a giudicare dalle descrizioni, ad ascoltare i bambini c'era una nonna che si tappava le orecchie. La versione luminosa la dipinse per l'Esposizione universale del 1900 a Parigi, dove il quadro vinse la medaglia d'oro.

Iakovidis nacque nel 1853 a Lesbo, studiò ad Atene con Nikiforos Lytras, dal 1877 all'Accademia di Monaco, e visse a Monaco più di 20 anni. Nel 1900, l'anno della medaglia parigina, il governo greco lo richiamò in patria per organizzare la Galleria Nazionale appena istituita. La sua carica si chiamava eforo, cioè conservatore, e il 28 luglio 1900 il Politecnico e l'Università di Atene gli consegnarono le 258 opere con cui la Galleria cominciò. Il quadro lo firmò in basso a destra, sulle assi del pavimento, in maiuscole greche, «Γ. ΙΑΚΩΒΙΔΗΣ» e l'anno, ma tracciò la prima lettera del cognome in modo che somigliasse a una J latina. A Monaco si firmava Jakobides.

14. Delfi — Konstantinos Maleas

Delfi
DelfiKonstantinos Maleas, 1922, Galleria Nazionale di Atene

Maleas dipinse «Delfi» fra il 1922 e il 1923, guardando dall'alto le montagne, la valle e l'acqua. A sinistra scende in diagonale un pendio grigio-azzurro e lilla, con scuri solchi verde-blu, il fondo della valle è occupato da un'unica grande macchia verde scuro, e attraverso di essa, dall'angolo in basso a sinistra, sale serpeggiando una sottile linea chiara, forse una strada, forse il letto di un torrente. Più in alto ci sono due fasce d'acqua azzurro pallido, e dietro montagne giallo sabbia e rosa, illuminate in pieno, quasi senza ombre. Le parti più chiare del quadro sono i monti lontani, mentre i pendii vicini e la valle sono freddi, grigi e verde scuro. Il colore è steso sottile e asciutto, sotto si vede la trama della tela, e le forme sono semplificate in macchie piatte dai bordi morbidi. La firma «Κ ΜΑΛΕΑΣ» è in basso a sinistra, in lettere rosso ruggine.

Konstantinos Maleas studiò prima architettura a Costantinopoli, dove era nato nel 1879, e la pittura la studiò poi a Parigi fra il 1901 e il 1908, alla Scuola di Arti Decorative e con il neoimpressionista Henri Martin. Fra il 1913 e il 1917 fu ingegnere municipale a Salonicco, e molti suoi quadri bruciarono lì nell'incendio del 1917. Nello stesso anno fu tra i fondatori del gruppo «Arte», che Nikos Lytras aveva riunito per opporsi insieme alla pittura accademica.

La Galleria colloca Maleas accanto al pittore Konstantinos Parthenis fra i fondatori del modernismo greco. Fu tra i primi a dipingere il paesaggio greco a piani di colore puro, senza il chiaroscuro bruno di Monaco, e nel 1923 ricevette il premio per le lettere e le arti. Nel 1919 il gruppo «Arte» organizzò una mostra a Parigi, inaugurata dal primo ministro greco Eleftherios Venizelos, e Maleas e Parthenis vi esposero circa 30 quadri ciascuno.

15. Il cappello di paglia — Nikolaos Lytras

Il cappello di paglia
Il cappello di pagliaNikolaos Lytras, 1925, Galleria Nazionale di Atene

Descrivendo questo quadro, il museo parla di una bambina abbronzata e precisa subito che si tratta proprio di una bambina. Ha i capelli scuri e corti, con una ciocca sulla fronte, guarda chi osserva calma e senza sorridere, e il suo viso si potrebbe prendere per quello di un ragazzino. È scuro di sole e diviso lungo la linea del naso, con una metà nell'ombra marrone scuro e l'altra nella calda luce arancione. Il largo cappello di paglia verde oliva e giallo-verde circonda la testa come un disco, e la bambina indossa una camicia ampia grigio-azzurra, con una profonda scollatura e un fiocchetto lilla.

I colori freddi Lytras li raccolse in basso, quelli caldi in alto. Il grigio-azzurro e il lilla passano dalla camicia al muro imbiancato alle spalle della bambina, più su c'è una larga fascia d'erba secca, dorata e arancione, il cui giallo trapassa nella paglia del cappello, e la parte alta del quadro è chiusa dai cubi bianchi delle case dell'isola. Il museo parla di un orizzonte chiuso, perché Lytras non lasciò né cielo né mare. Il colore è denso, le pennellate larghe, e da esse si capisce in che direzione e a che velocità andava il pennello. Il museo definisce il quadro un ideogramma dell'estate greca su un'isola dell'Egeo e scrive che forse si tratta di Tino, da cui veniva la famiglia del pittore.

Nikos Lytras, figlio di Nikiforos Lytras, l'autore del ritratto della signora Serpieri, nacque ad Atene nel 1883 e studiò alla Scuola delle Arti con il padre e con Georgios Iakovidis. Dal 1907, come un tempo il padre, frequentò l'Accademia di Monaco, dove però trovò ormai l'espressionismo tedesco e i pittori del «Cavaliere azzurro». Combatté nelle guerre balcaniche del 1912–1913, nel 1917 promosse il gruppo «Arte», e nel 1923 fu eletto professore di pittura alla Scuola di Belle Arti, battendo Parthenis nell'elezione. «Il cappello di paglia» lo dipinse intorno al 1925. Nikos Lytras morì nel dicembre 1927, a 44 anni.

Il cappello di paglia
Il cappello di pagliaNikolaos Lytras, 1925, Galleria Nazionale di Atene

Che altro vedere

Di Nikiforos Lytras merita uno sguardo «Il lamento di Psara» (1888), di Vryzakis «L'accoglienza di Lord Byron a Missolungi» (1861), e di Gyzis, oltre alle scene greche, le allegorie dipinte a Monaco «L'arte e i suoi spiriti» e «Sinfonia di primavera». Prima dei pittori di Monaco, nella collezione ci sono icone postbizantine, fra cui la «Crocifissione» di Andreas Pavias, dipinta nella seconda metà del Quattrocento. Il Novecento è rappresentato dall'«Apoteosi di Athanasios Diakos» di Konstantinos Parthenis (1930–1933) e dallo «Studio» di Nikos Hadjikyriakos-Ghika (1960). «Il mulino di Stammer con casa estiva» di Piet Mondrian fu rubato dalla Galleria nel 2012 insieme alla «Testa di donna» di Picasso, e nel 2021 fu ritrovato in una gola vicino a Keratea.