Vincent van Gogh in vita non vendette quasi nulla. Alla sua morte, il 29 luglio 1890, i quadri passarono al fratello Theo, mercante d'arte a Parigi, e quando nel gennaio 1891 morì anche Theo, la raccolta andò alla vedova, Johanna van Gogh-Bonger. Jo, come la chiamavano in famiglia, vendette le opere con giudizio, nel 1914 pubblicò le lettere di Vincent e fece più di chiunque altro per la sua fama. Nel 1962 il figlio suo e di Theo, Vincent Willem, cedette la raccolta alla Fondazione Vincent van Gogh, e lo Stato olandese costruì per ospitarla un museo, aperto nel 1973. Museo e fondazione sono rimasti due enti distinti, e tutte e venti le opere di questo articolo appartengono alla fondazione, che le ha affidate al museo in prestito permanente.
A decidere che cosa tenere era la famiglia. Negli anni Venti vendette alla National Gallery di Londra «La sedia di Van Gogh», una semplice sedia impagliata alla luce del giorno, con la pipa e il tabacco sul sedile, e tenne per sé il suo pendant, «La sedia di Gauguin», notturna, con una candela e due romanzi.
In queste venti opere ritornano di continuo persone della vita di Vincent: quella per cui dipingeva, quella con cui lavorava, quella che ritraeva o a cui poi descriveva il quadro in una lettera. Cominceremo dalla chiesa che dipinse per la madre, che si era rotta una gamba, e finiremo con le radici d'albero su una scarpata di Auvers, il quadro che oggi si considera, probabilmente, il suo ultimo.
Nuenen, 1884–1885

1. Fedeli all'uscita della chiesa riformata di Nuenen — Vincent van Gogh, 1884–1885
Il 17 gennaio 1884 la madre di Vincent, Anna van Gogh-Carbentus, scendendo dal treno si ruppe il femore. Vincent viveva da dicembre dai genitori, nella casa del pastore a Nuenen, ed era in cattivi rapporti con il padre. Era presente quando alla madre ridussero la frattura e promise a Theo di scrivergli di lei ogni giorno, e all'inizio di febbraio raccontò al fratello di aver dipinto da poco per lei «una chiesetta con una siepe e degli alberi», e gli mandò uno schizzo. Era la chiesa di suo padre, il pastore Theodorus van Gogh, un piccolo tempio protestante in un villaggio cattolico.
Nel marzo 1885 Theodorus morì all'improvviso. Nell'autunno dello stesso anno, venti mesi dopo la prima versione, Vincent riprese il quadro. Nello schizzo della lettera davanti alla chiesa c'è un contadino con la vanga, e ora Vincent lo coprì di colore, fece uscire i fedeli sul vialetto, aggiunse le foglie ai rami spogli e rese i colori più caldi. Sul senso di questo rifacimento nelle sue lettere non c'è nulla, e gli storici che vi leggono un ricordo del padre dipinto per la vedova si basano sulle date.
I fedeli in primo piano sono già usciti dalla chiesa e camminano sul vialetto di sabbia davanti alla siepe: otto figure in tre gruppi, le donne con cuffie bianche e scialli marroni, e delle tre donne al centro quella di mezzo è avvolta in un mantello scuro con il cappuccio. Chi sta appena uscendo dalla porta si vede presso l'ingresso sotto forma di minuscole figurine scure, e su una di loro spicca un puntino rosso. Le foglie degli alberi sottili sono date con rade pennellate arancioni e ocra, e fra l'una e l'altra si vedono i rami che nel 1884 erano spogli.
La madre tenne il quadro fino alla sua morte, nel 1907. Poi passò alla sorella di Vincent, Anna, e alla morte di Anna, nel 1930, a sua figlia Sara de Jong-van Houten. Nell'agosto 1958 Sara lo vendette alla prima Fondazione Vincent van Gogh, a Laren, e il quadro tornò al ramo della famiglia che discendeva da Theo. Nel dicembre 2002 due ladri salirono con una scala sul tetto del museo, ruppero una finestra con una mazza e portarono via il quadro insieme a una marina giovanile, la «Veduta del mare a Scheveningen». I due dipinti furono ritrovati nel 2016 vicino a Napoli, nella casa di un narcotrafficante legato alla camorra, e la restauratrice del museo Kathrin Pilz trovò la chiesa in condizioni sorprendentemente buone.
Durante il restauro del 2017–2019 dalla tela fu tolta la vernice ingiallita stesa nel 1961, mentre il sottile strato di albume con cui Vincent aveva coperto la prima versione, quella invernale, fu lasciato al suo posto, fra i due strati della sua pittura.

2. I mangiatori di patate — Vincent van Gogh, 1885
Anthon van Rappard, un pittore amico di Vincent da diversi anni, ricevette nella primavera del 1885 una litografia dei «Mangiatori di patate» e il 24 maggio rispose da Utrecht. «Lei può fare di meglio, per fortuna. Perché allora ha osservato e trattato tutto in modo così superficiale?» Seguiva un elenco. La manina civettuola della donna sul fondo, «com'è falsa», l'uomo a destra non ha «né ginocchio, né ventre, né polmoni», il suo braccio è di un metro troppo corto, e la donna a sinistra al posto del naso ha «una specie di cannello di pipa con un dadino in cima». Il giorno dopo Vincent gli rimandò quella lettera, scrivendoci sopra che l'aveva appena ricevuta, con sua sorpresa, e che gliela restituiva. Seguirono altre lettere irritate, e alla fine dell'estate la corrispondenza fra i due si interruppe per sempre.
Vincent dipinse il quadro nella primavera del 1885 a Nuenen, per dimostrare a Theo, che lo manteneva, di saper condurre in porto una composizione con molte figure. Prima aveva dipinto per tutto l'inverno teste e mani di contadini, diverse decine di teste, e all'inizio di maggio confessò al fratello di aver finito tutte le teste con grande cura e di averle subito ridipinte senza pietà nel colore di «una bella patata impolverata, non sbucciata, s'intende». Posarono Gordina de Groot e, probabilmente, i suoi familiari, nella loro casa di Nuenen. Vincent voleva che si vedesse che quella gente, che mangia patate alla luce della lampada, aveva vangato la terra con le stesse mani che ora tende verso il piatto.
Nella stanza c'è una sola luce, quella di una piccola lampada con il paralume piatto appesa al soffitto, e in quella luce si vedono soltanto i volti, le mani, le cuffie bianche e le patate. A sinistra un giovane e una giovane allungano la forchetta verso il piatto comune, un uomo anziano tiene una tazza sul palmo aperto, a destra una donna anziana versa da una teiera in una fila di tazze, e al centro, di spalle, siede una bambina, una sagoma quasi nera contro la tavola illuminata. Sulla parete di sinistra sono appesi un orologio a pendolo e un piccolo quadretto con la crocifissione.
Vincent continuò a difendere questo quadro anche in seguito. Nell'ottobre 1887, ormai a Parigi, scriveva alla sorella Wil che i contadini che mangiano patate restavano, dopotutto, il meglio di quanto avesse fatto. Theo appese il quadro sopra il camino del suo appartamento parigino, e dopo la sua morte Jo lo tenne in sala da pranzo.
3. Natura morta con Bibbia — Vincent van Gogh, 1885
Sulla pagina destra della Bibbia aperta, sopra le righe che Vincent ha reso con pennellate grigie, si leggono due scritte in francese, «ISAIE» e «Chap. LIII». È il capitolo 53 del libro del profeta Isaia, quello del servo di Dio disprezzato e rifiutato dagli uomini. La Bibbia è posata sul tavolo, un volume pesante rilegato in pelle, dietro c'è un candeliere con la candela spenta, e davanti le è appoggiato un libriccino sciupato con la copertina giallo limone e le pagine con gli angoli piegati. Sulla copertina si legge «EMILE ZOLA» e «LA JOIE DE VIVRE», il romanzo di Zola «La gioia di vivere».
Il padre di Vincent, il pastore Theodorus van Gogh, era morto all'improvviso nel marzo 1885. Alla fine di ottobre Vincent mandò la natura morta a Theo e nella lettera descrisse «una Bibbia aperta, quindi di un bianco spezzato, rilegata in pelle, su fondo nero, con un primo piano bruno-giallo e un'altra nota di giallo limone». Disse di averla dipinta in un solo giorno. La lettera faceva parte della loro lunga discussione sul nero, in cui Theo, parlandogli di uno studio di Manet, spingeva il fratello a schiarire la tavolozza alla maniera di Parigi. Vincent rispondeva che ormai dipingeva senza esitare qualsiasi oggetto, quali che fossero la forma e il colore, ma in questa lettera non scrive del padre né di che cosa significhino la Bibbia e il romanzo di Zola messi uno accanto all'altro.
Il resto gli storici lo ricavano dagli oggetti stessi. Al museo leggono il quadro come due visioni del mondo affiancate, la fede ereditata dal padre e il naturalismo moderno del figlio, e considerano la candela spenta un segno di morte. Gli storici Cliff Edwards e Kathleen Powers Erickson hanno notato che il servo sofferente del capitolo 53 e l'eroina di Zola si somigliano. Pauline Quenu, un'orfana derubata dalla famiglia che l'ha accolta, si dedica comunque a prendersi cura di quella famiglia.

Parigi, 1886–1888

4. Ritratto di Vincent van Gogh — John Peter Russell, 1886
John Peter Russell, nato a Sydney, viveva dell'eredità di una famiglia di ingegneri e poteva permettersi di comprare i quadri degli altri. Aveva studiato per tre semestri alla Slade School di Londra e all'inizio del 1885 era entrato nello studio parigino di Fernand Cormon, sul boulevard de Clichy. Vincent vi arrivò un anno dopo, da principiante. Erano tutti e due stranieri e allievi, e nel 1886 Russell ritrasse Vincent nel suo studio di Montmartre.
Vincent è quasi di spalle: la giacca scura e la spalla occupano la metà destra della tela, e lui ha girato la testa all'indietro e guarda da sopra la spalla, con gli occhi di sbieco. La barba bruno-rossiccia è la macchia più calda del quadro. Vicino al petto tiene nella mano sollevata una bacchetta sottile, una matita o un pennello, e la mano è dipinta con più libertà del volto, a pennellate rosa e bianche spezzate.
Sopra la testa, sul fondo scuro, è scritto in grande, con un rosso pallido, «VINCENT», sotto «PICTOR», «pittore» in latino, in alto a sinistra «J. P. RUSSELL» e «PARIS 1886», a destra «AMITIE», «amicizia» in francese. Le lettere sono sbiadite fin quasi al colore del fondo, e bisogna cercarle subito sopra i capelli.

Vincent lasciò il ritratto da Theo, a Parigi. Nel settembre 1889, dalla casa di cura per malati di mente di Saint-Rémy, esortava il fratello a raccogliere ritratti, «soprattutto di artisti», e gli chiedeva di custodire «il mio ritratto fatto da Russell, a cui tengo tanto».
5. Agostina Segatori al Café du Tambourin — Vincent van Gogh, 1887
I tavoli del caffè-cabaret Le Tambourin, sul boulevard de Clichy, avevano la forma di tamburelli, e il catalogo del museo osserva che lo si sa soltanto da questo quadro, perché fotografie della sala non se ne sono conservate. Qui il piano del tavolo è rotondo, con uno spesso bordo rosso-arancio e cerchietti scuri lungo il margine, simili a sonagli, e della stessa forma sono i due sgabelli in primo piano, con un ombrello chiuso posato su quello di sinistra. Al tavolo siede da sola la padrona del locale, Agostina Segatori, con le braccia incrociate sul piano. Porta un alto cappello bruno-rossiccio e tiene fra le dita una sigaretta sottile, a destra c'è un boccale di birra su una pila di piattini, e sulla parete dietro di lei è appesa una stampa giapponese con una figura in una lunga veste blu.
Agostina, italiana, secondo il museo originaria di Napoli, posava come modella dal 1860 circa, e nel 1866 l'aveva ritratta Corot. Nella prima metà del 1887 Vincent fu il suo amante. Pagava i pasti con i quadri, appendeva al Tambourin nature morte di fiori sperando che i clienti le comprassero, e alla fine dell'inverno vi organizzò una mostra-vendita di stampe giapponesi, che lui stesso in seguito definì un fiasco.
Nel luglio 1887, mentre Theo era nei Paesi Bassi, Vincent passò al caffè, perché altrimenti, come scrisse al fratello, avrebbero pensato che avesse paura di farsi vedere. La Segatori era «pallida come la cera», gli disse che i quadri erano a sua disposizione e lo avvertì che qualcuno nel locale cercava lite con lui. Vincent non volle riprenderli subito e decise di aspettare Theo, perché i quadri appartenevano a tutti e due, e nella lettera successiva aggiunse di essere ancora affezionato a lei. Il caffè andava verso il fallimento e stava passando in altre mani.
Che fine abbiano fatto i quadri rimasti lì lo si sa solo dal racconto di Émile Bernard, un giovane pittore di cui Vincent era amico a Parigi, messo per iscritto molti anni dopo, e il museo gli dà credito con la riserva «probabilmente». Secondo Bernard, i quadri furono presi a saldo dei debiti e venduti per pochi soldi.


6. Cortigiana (da Eisen) — Vincent van Gogh, 1887
La copertina del numero di maggio 1886 della rivista parigina «Paris Illustré», dedicato al Giappone, era occupata dalla riproduzione a colori di una stampa di Keisai Eisen con una cortigiana di alto rango. Nell'autunno del 1887 Vincent ne ricalcò la figura su carta da lucido, quadrettò il lucido e seguendo la griglia riportò la figura sulla tela, raddoppiandone le dimensioni, e il lucido quadrettato si è conservato.
La cortigiana sta su un campo piatto giallo senape, inscritto in un rettangolo alto e stretto, girata verso destra e con lo sguardo rivolto indietro, sopra la spalla. I capelli sono raccolti in alto e infilzati da lunghi spilloni azzurri che si irradiano intorno alla testa, e il pesante kimono esterno a macchie verdi, rosse e nere si avvolge a spirale sull'orlo. La fascia blu a righe è annodata sul davanti, e il museo spiega che così la annodavano le cortigiane, mentre una donna rispettabile la annodava dietro.
Lo stagno con le ninfee, il bambù, le due gru bianche dalle zampe rosse in alto a sinistra, il grosso rospo e la piccola rana sulle foglie in basso, la barca rossa con due figure in alto li aggiunse Vincent, prendendo i motivi da altre stampe giapponesi. Le stampe erano dei due fratelli. Nell'inverno 1886–1887 le avevano comprate in quantità dal mercante parigino Siegfried Bing, dapprima con l'idea di rivenderle, e nel marzo 1888 Vincent scriveva alla sorella che lui e Theo avevano «centinaia di queste stampe giapponesi».
Il quadro rimase a Theo. Il museo fa notare che nel gergo francese dell'epoca la gru e la rana erano nomi della prostituta, e legge la cornice di gru e rane intorno alla cortigiana come uno scherzo di Vincent.

7. Autoritratto o ritratto di Theo van Gogh — Vincent van Gogh, 1887
Nel 1943 lo storico dell'arte svedese Carl Nordenfalk ipotizzò che due piccoli ritratti della raccolta di Jo, uno con il cappello di paglia e l'altro con il cappello di feltro, raffigurassero Theo. Il figlio di Theo, Vincent Willem, che i parenti chiamavano l'Ingegnere, rispose che in famiglia nessuno l'aveva mai detto. Nel 1958 l'autore del catalogo delle opere di Van Gogh, J.-B. de la Faille, dichiarò ritratto di Theo il cartone con il cappello di feltro, e l'Ingegnere obiettò seccamente: «Mia madre diceva che era Vincent». Nel 1960 disse allo storico dell'arte A. M. Hammacher che sua madre si era sempre rammaricata che un ritratto di Theo non esistesse.

Nel 2011, tuttavia, il ricercatore del museo Louis van Tilborgh riconobbe Theo nell'uomo con il cappello di paglia. Ha la barba color ocra e ben curata, mentre quella di Vincent era rossa e arruffata, e l'orecchio arrotondato, laddove Vincent aveva orecchie «carnose». Il ritratto fu ribattezzato, e i giornali di tutto il mondo parlarono dell'unico quadro con Theo. Nel 2019 l'ex responsabile delle collezioni del museo, Sjraar van Heugten, sostenne il contrario. L'uomo con il cappello di paglia ha gli occhi verdazzurri, come Vincent, mentre Theo li aveva chiari, grigio-azzurri, e a suo dire è difficile credere che Vincent vestisse il fratello con un trasandato abito estivo e ritraesse sé stesso da signore distinto.
Il ritratto è piccolo, su cartone, e ha gli angoli consumati. L'ampio cappello di paglia è costruito con brevi pennellate color limone e crema, gli occhi sono di un azzurro vivo, le palpebre toccate di rosso, al collo è annodato un fiocco azzurro pallido, e a destra del volto si vede proprio quell'orecchio arrotondato, rosa aranciato. Il volto è dipinto a piccoli tocchi precisi, molto più fini di quelli della giacca e del fondo grigio-blu fatto di brevi riccioli.
Nel luglio 2019 il museo riconobbe che non si può stabilire chi sia raffigurato e diede al quadro un doppio titolo. Il ritratto gemello con il cappello di feltro, al museo, continua a essere considerato un autoritratto.
8. Ritratto della nonna — Émile Bernard, 1887
Émile Bernard e Vincent si scambiarono dei quadri a Parigi nell'inverno 1887–1888, prima che Vincent partisse per il Sud. Bernard ricevette uno dei suoi autoritratti, con ogni probabilità l'«Autoritratto con cappello di paglia» che oggi è a Detroit, e Vincent questo ritratto. Nell'autunno del 1888, da Arles, ricordò a Theo che Bernard aveva già un suo autoritratto, «che allora gli ho scambiato con il ritratto di sua nonna».
La nonna, Sophie Albertine Bodin-Lallement, rimasta vedova da poco e trasferitasi ad Asnières, vicino a Parigi, Bernard la dipinse tre volte nell'autunno del 1887, nello studio di legno che i genitori gli avevano fatto costruire in giardino. Bernard aveva diciannove anni, e quello stesso anno, con Louis Anquetin, inventò quello che poi fu chiamato cloisonnismo, campiture piatte di colore chiuse da un contorno scuro, come in una vetrata. Delle tre versioni, quella di Amsterdam è la più elaborata.

La nonna è girata verso sinistra e guarda lo spettatore di sbieco da sotto le palpebre pesanti, con gli angoli della bocca all'ingiù. Porta una cuffia nera con un lungo lembo che le scende sulla schiena e un abito nero piatto con una gala fino al mento, e le mani restano fuori dal quadro, perché l'abito prosegue oltre il bordo inferiore. Il volto è coperto da un fitto tratteggio verticale, il naso e le sopracciglia sono tracciati con linee blu scuro, le labbra segnate con un'unica pennellata di cinabro. Dietro di lei pende una stoffa rosso mattone con grandi rose verde acqua, a destra c'è un cuscino bianco dipinto a dense pennellate verticali, il punto più chiaro della tela, a ridosso dell'abito nero, e davanti al cuscino sta un'alta cappelliera legata con lo spago.
Nell'estate del 1888, da Arles, Vincent scrisse a Bernard dei «due ritratti di tua nonna», e questo era uno dei due. «Mai sei stato più vicino a Rembrandt, mio caro, che allora.» Bernard firmò le altre due versioni, oggi a Boston e a Kansas City, mentre questa non è firmata, e il catalogo del museo lo spiega con il fatto che il quadro passò a Vincent nello scambio prima che Bernard avesse il tempo di firmarlo.
9. Autoritratto davanti al cavalletto — Vincent van Gogh, 1887–1888
Il suo ritratto al cavalletto Vincent lo descrisse a parole nel giugno 1888, quattro mesi dopo il trasferimento ad Arles, per la sorella minore Wil. Parlava di «un ritratto che ho dipinto allo specchio e che ha Theo» ed elencava il volto grigio-rosa, gli occhi verdi, i capelli color cenere, le rughe sulla fronte e intorno alla bocca, il tutto «legnoso», una barba rossissima, trascurata e triste, le labbra piene, un camiciotto blu di tela grezza, e sulla tavolozza giallo limone, cinabro, verde Veronese e blu cobalto. Il museo considera questo quadro l'ultimo che dipinse a Parigi.
La tela sul cavalletto sta a destra, girata di taglio verso di noi, e sul listello giallo del telaio sono scritti in rosso aranciato la firma «Vincent» e il numero «88». Nel quadro c'è una mano sola, e tiene sia la tavolozza sia un mazzo di pennelli. Sul camiciotto blu sono sparsi trattini arancioni e gialli, la barba rossa arde accanto al blu, e il museo fa notare che sulla tavolozza ci sono le stesse coppie di colori complementari, rosso e verde, giallo e viola, blu e arancio, con cui è dipinto tutto il ritratto. Dipingeva guardandosi allo specchio, ma l'abbottonatura, come hanno notato i ricercatori del museo, la riportò dal lato in cui si trova negli abiti da uomo.
Il quadro rimase nell'appartamento di Theo quando Vincent partì per il Sud. Nella stessa lettera alla sorella raccontò che aspetto avesse ora. Aveva capelli e barba tagliati corti, il colorito da grigio-verde-rosa era diventato grigio-arancio, al posto dell'abito blu ne portava uno bianco, «sempre impolverato», e andava in giro carico di bastoni, del cavalletto e della tela, «come un porcospino».

Arles, 1888–1889
10. La casa gialla (La strada) — Vincent van Gogh, 1888
L'ala destra della casa al numero 2 di place Lamartine, ad Arles, Vincent la prese in affitto il 1° maggio 1888 per 15 franchi al mese. La casa era, come scrisse a Theo, «gialla fuori, bianca dentro, in pieno sole», con due stanze grandi al pianterreno, per lo studio e la cucina, e due piccole di sopra. Poté andarci ad abitare solo a metà settembre, quando con i soldi di Theo comprò i letti. Nella casa voleva fondare un atelier del Sud, e come primo ospite invitò il pittore Paul Gauguin.
Alla fine di settembre Vincent dipinse la casa dalla strada e, descrivendo il quadro al fratello, parlò della casa e dei suoi dintorni «sotto un sole di zolfo, sotto un cielo di cobalto puro», e aggiunse che il soggetto era difficile e che proprio per questo voleva vincerlo. Il suo amico Paul-Eugène Milliet, tenente degli zuavi, trovava il quadro orribile e non capiva come ci si potesse divertire a dipingere una bottega di droghiere così banale. Vincent gli citò in risposta il boulevard dell'«Ammazzatoio» di Zola e il lungofiume di «Bouvard e Pécuchet» di Flaubert.
La Casa gialla sta a sinistra del centro, con le persiane verdi e la porta verde sull'angolo, e le persiane delle due finestre del piano di sopra sono diverse, quasi chiuse a sinistra, spalancate a destra. A sinistra si vede una casa rosa con le persiane verdi, per metà nascosta da un albero, il ristorante dove Vincent cenava ogni giorno. A destra un treno passa sul ponte della ferrovia e tira nel cielo blu una lunga striscia di fumo bianco, e in fondo alla strada, fra i due ponti, abitava il postino Joseph Roulin, di cui Vincent ritrasse la famiglia a dicembre. Di traverso sulla strada, in primo piano, ci sono due mucchi bassi grigio-bruni. A lungo li si è presi per lo scavo delle tubature del gas che Vincent fece portare in casa per l'arrivo di Gauguin, ma nel 2025 il ricercatore del museo Teio Meedendorp ha dimostrato che ad Arles il gas era arrivato molto prima, e che nei mucchi c'era la sabbia con cui si copriva lo sterco dei cavalli.
Il 25 giugno 1944, durante un bombardamento americano sui ponti e sulla stazione, una bomba colpì la casa, e le rovine furono demolite, mentre i ponti della ferrovia del quadro sono ancora in piedi.

11. Autoritratto con ritratto di Émile Bernard (I miserabili) — Paul Gauguin, 1888
Nel settembre 1888 Vincent chiese da Arles a Paul Gauguin e a Émile Bernard, che allora lavoravano a Pont-Aven, in Bretagna, di farsi il ritratto a vicenda e di mandarglielo, e lui in cambio avrebbe mandato opere sue. Così, pensava, si scambiavano le opere gli artisti giapponesi. Il museo ritiene che fosse anche un modo per affrettare l'arrivo di Gauguin, perché Vincent temeva che la compagnia di Pont-Aven non lo lasciasse partire. Gauguin aveva quarant'anni, era tornato da poco dalla Martinica, era pieno di debiti e intorno a lui si erano raccolti dei giovani pittori, mentre Bernard ne aveva venti.
Fecero a modo loro, e ciascuno dipinse sé stesso e mise il ritratto dell'altro sullo sfondo. Il 1° ottobre Gauguin spiegò a Vincent di essersi ritratto come Jean Valjean dei «Miserabili» di Hugo, l'ex forzato che la società opprime e ha messo fuori legge, e descrisse il proprio volto come «la maschera di un bandito mal vestito e potente come Jean Valjean, che ha la sua nobiltà e la sua dolcezza interiore». Con i fiorellini infantili della carta da parati, diceva, aveva voluto attestare «la nostra verginità artistica».
Il quadro arrivò ad Arles pochi giorni dopo. Vincent scrisse a Theo che gli sembrava raffigurare prima di tutto un prigioniero, «nemmeno un'ombra di allegria», che le ombre sul volto avevano un blu lugubre e che Gauguin aveva l'aria malata e tormentata, e che lui preferiva il ritratto mandato da Bernard. Voleva che Theo comprasse il quadro, ma Gauguin rispose che non era in vendita ed era fatto per Vincent.
La testa di Gauguin è addossata al bordo sinistro, e gli occhi guardano di sbieco lo spettatore da sotto le palpebre pesanti. Il volto è spezzato in piani netti, un arancio caldo sul naso e sulla guancia e un'ombra verde e fredda sull'altra metà, senza alcun passaggio, e sotto il naso pendono folti baffi rossicci. Tutto il resto è occupato da una carta da parati piatta, giallo cromo, con piccoli mazzolini di fiori. In alto a destra, tagliato dal bordo, è appeso un rettangolo verde con il profilo di Bernard contornato da una linea rossa, e in basso a destra è scritto in colore scuro «les misérables», sotto «à l'ami Vincent», «all'amico Vincent», e la firma «PGauguin 88».
12. La camera da letto — Vincent van Gogh, 1888
«Ho ancora gli occhi stanchi», così Vincent cominciò la lettera a Theo del 16 ottobre 1888. Per settimane aveva arredato e decorato la Casa gialla per l'arrivo di Gauguin, poi era stato costretto a riposare due giorni e mezzo senza azzardarsi a uscire, e in quel tempo aveva dipinto la sua camera da letto per la decorazione della casa, come spiegò in una lettera allo stesso Gauguin. Guardare il quadro, a suo dire, doveva riposare la testa, e lo aveva dipinto per vendicarsi del riposo forzato.
A Theo lo descrisse colore per colore. Le pareti viola pallido, il pavimento di mattonelle rosse, il letto e le sedie color burro fresco, le lenzuola e i cuscini di un verde limone chiarissimo, la coperta scarlatta, la finestra verde, il tavolino da toilette arancione, il catino blu, le porte lilla, e niente ombre, «come nelle stampe giapponesi».
Oggi le pareti e le porte sono azzurre. Nella mescolanza del viola c'era un pigmento rosso, che è sbiadito lasciando solo il blu, e il pavimento da rosso è diventato rosa grigiastro, cosicché il lilla originale si è conservato soltanto in una pennellata sul bordo destro, sotto la cornice. Tutto il resto è al suo posto: lo specchio con la cornice nera sulla parete a sinistra della finestra, l'asciugamano accanto alla porta di sinistra, due ritratti maschili in cornici arancioni sulla parete destra, il cappello di paglia appeso al gancio dietro la testiera.
All'inizio del 1889, mentre Vincent era in ospedale dopo una crisi, il Rodano straripò, e nella casa non riscaldata dai muri trasudavano acqua e salnitro. Il colore della «Camera da letto» cominciò a staccarsi, Vincent lo fermò incollandoci sopra dei giornali e alla fine di aprile mandò la tela a Theo, definendola uno dei suoi quadri migliori, e nel 2010 la restauratrice del museo Ella Hendriks ha trovato nello strato pittorico tracce microscopiche di inchiostro da stampa. Nel settembre 1889, a Saint-Rémy, Vincent ripeté due volte la «Camera da letto», nelle dimensioni dell'originale (questa tela è oggi a Chicago) e più piccola, per la madre e Wil (quest'ultima è al Musée d'Orsay), e lo fece prima che l'originale fosse rintelato.

Nel 1931 il restauratore olandese Jan Cornelis Traas rintelò di nuovo il quadro, e della rintelatura precedente si sa soltanto che Traas la giudicò irrimediabilmente scadente. Da allora il bordo inferiore è coperto da una striscia di nastro, e sotto il nastro il pavimento ha conservato il suo colore di prima, più vicino alla pesca.
13. La sedia di Gauguin — Vincent van Gogh, 1888
Vincent possedeva già nel 1882 «La sedia vuota», un disegno di Luke Fildes uscito nel 1870 sulla rivista inglese «The Graphic», con lo studio di Dickens il giorno della morte dello scrittore. Nel dicembre di quell'anno scriveva al fratello che di sedie vuote ce n'erano molte, che ce ne sarebbero state ancora di più e che prima o poi, al posto di Fildes e degli altri artisti, «non resteranno che sedie vuote».
Nel novembre 1888 Gauguin abitava con lui nella Casa gialla, e verso il 19 novembre Vincent annunciò a Theo un nuovo studio, «la poltrona di Gauguin, rossa e verde, effetto di notte, sul sedile due romanzi e una candela». Nella stessa lettera scriveva che gli faceva molto bene la compagnia di un uomo intelligente come Gauguin, e poterlo vedere lavorare.
La poltrona è bruno-rossa, con lo schienale alto e ricurvo e i braccioli, sul legno corrono riflessi blu-viola, e il sedile è verde, di paglia intrecciata. Sul sedile arde una candela bianca in un candeliere blu, e accanto ci sono due libri, uno giallo e uno color crema chiaro. In alto a sinistra, sulla parete, brucia un becco a gas dentro un grande alone giallo e rotondo. Il gas Vincent lo aveva fatto portare nello studio in ottobre, perché lui e Gauguin avessero luce per lavorare d'inverno.
Nel febbraio 1890, ormai a Saint-Rémy, Vincent raccontò al critico Albert Aurier, che aveva appena scritto un articolo su di lui, che pochi giorni prima di separarsi da Gauguin, quando la malattia lo aveva costretto a entrare in una casa di cura, aveva provato a dipingere «il suo posto vuoto», la poltrona con una candela accesa e romanzi moderni al posto dell'assente. Qui la memoria lo tradì: il quadro fu dipinto un mese prima della rottura, quando Gauguin abitava ancora nella casa.
Jo non espose mai il quadro, che mancava perfino alla grande retrospettiva del 1905 allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Louis van Tilborgh lo spiega con il fatto che Jo non amava Gauguin, lo riteneva in parte responsabile del crollo di Vincent a dicembre e non voleva mostrare la sua poltrona. Il quadro fu esposto per la prima volta nel 1928 a Berlino, nella galleria di Paul Cassirer, tre anni dopo la morte di Jo.


14. Ritratto di Marcelle Roulin — Vincent van Gogh, 1888
Il postino Joseph Roulin, vicino di casa e amico di Vincent ad Arles, posò per lui il giorno in cui gli nacque una figlia. Il 31 luglio 1888 Vincent scrisse alla sorella Wil che stava lavorando al ritratto di un postino in uniforme blu scuro e giallo, che quel giorno la moglie del postino aveva partorito e che lui era raggiante di contentezza. La bambina fu chiamata Marcelle, ed era la più piccola dei tre figli.
A dicembre, quando Marcelle aveva quattro o cinque mesi, Vincent la dipinse tre volte da sola e due volte sulle ginocchia della madre, Augustine. All'inizio di dicembre annunciò a Theo di aver fatto i ritratti di tutta la famiglia del postino, il marito, la moglie, la neonata, il figlio minore e il figlio di 16 anni, «tutti con carattere e molto francesi, benché sembrino russi».
La bambina guarda dritto verso lo spettatore con occhi rotondi blu scuro, in ognuno un puntino giallo di luce. Una cuffietta color crema le incornicia il viso come un cappuccio, le labbra sono strette in un piccolo fiocco rosso aranciato, e il fondo giallo-verde chiaro è steso a pennellate spesse, in rilievo. In basso si congiungono due mani paffute, con un sottile braccialetto d'oro al polso e un anellino con una pietra rossa al dito.
Nel maggio 1889 il ritratto partì in una cassa, insieme ad altri quadri di Arles, per Theo, che in aprile aveva sposato Jo. In luglio Jo scrisse a Vincent una lettera in cui gli annunciava di aspettare un bambino, e gli parlava del ritratto. Gli ospiti chiedevano perché lo avessero appeso in un angolo così nascosto, mentre lei, dal suo posto a tavola, vedeva «i grandi occhi azzurri della bambina, le sue belle manine e le guance tonde» e sperava che il suo bambino sarebbe stato altrettanto forte, sano e bello. Vincent rispose che la piccola dei Roulin era venuta al mondo sorridente e sana quando i genitori sbarcavano a stento il lunario.
15. Van Gogh che dipinge i girasoli — Paul Gauguin, 1888
Vincent aveva dipinto i girasoli nell'agosto 1888. Gauguin, arrivato alla Casa gialla il 23 ottobre, lo ritrasse a dicembre, quando di girasoli non ce n'erano più, al cavalletto davanti a un vaso di quei fiori, a memoria. Proprio il lavoro a memoria era l'oggetto della loro disputa. Gauguin dipingeva di testa, Vincent dal vero, verso la fine di novembre le discussioni si facevano sempre più accese, e Vincent stesso le definiva «eccessivamente elettriche». Gauguin si lamentava con Bernard che Vincent amasse gli effetti casuali della pasta spessa, «e io detesto il pasticcio».
Gauguin guarda Vincent dall'alto. Vincent è stretto nell'angolo in basso a destra, la testa china, gli occhi quasi chiusi e abbassati verso la mano, e il braccio destro attraversa tutto il quadro, tanto che la punta del pennello sottile arriva alla gamba del cavalletto, accanto al fiore più alto. I girasoli stanno in un vaso blu scuro sul sedile di paglia di una sedia, al centro del più grande è dipinto qualcosa di simile a un occhio, e il catalogo del museo collega quest'occhio ai girasoli di Vincent che oggi sono a Londra.
Verso il 20 dicembre Gauguin terminò il ritratto. Il 23 dicembre Vincent ebbe una crisi durante la quale si mutilò l'orecchio, e Gauguin partì per Parigi, dove all'inizio di gennaio consegnò il quadro a Theo. Theo scrisse a Jo, allora ancora sua fidanzata, che fra tutti i ritratti di Vincent quello era il più fedele alla sua natura interiore.


La battuta che si cita spesso a proposito di questo quadro l'ha riferita soltanto Gauguin, 15 anni dopo, nel libro «Avant et après», e il catalogo del museo la considera non verificabile. Secondo Gauguin, Vincent, vedendo il ritratto, disse: «Sono proprio io, ma io diventato pazzo», e la sera al caffè gli scagliò in testa il bicchiere di assenzio. Vincent stesso, nel settembre 1889, chiese al fratello se avesse visto il ritratto in cui Gauguin lo aveva ritratto mentre dipingeva i girasoli, e scrisse che era proprio lui, «estremamente stanco e carico di elettricità», com'era in quel periodo.
16. Girasoli — Vincent van Gogh, 1889
Partito da Arles, Gauguin scrisse a Vincent chiedendogli i girasoli su fondo giallo appesi nella stanza che aveva occupato nella Casa gialla, e offrendo in cambio gli studi lasciati ad Arles. Il 17 gennaio 1889 Vincent si indignava in una lettera a Theo perché Gauguin gli reclamava un quadro di girasoli, e scriveva che «questi girasoli li tengo categoricamente per me», dato che Gauguin di quadri con i girasoli ne aveva già due, «che gli bastino».
A Gauguin stesso rispose quattro giorni dopo con più dolcezza. Gli contestò il diritto a quella tela, ma ne lodò la scelta, osservando che se la peonia apparteneva al pittore Jeannin e la malvarosa a Quost, il girasole se l'era preso lui prima degli altri, e promise di provare a dipingerne due esattamente uguali. Il 28 gennaio annunciò a Theo di aver finito delle «ripetizioni assolutamente equivalenti e identiche». Questa tela è una delle due, la ripetizione del quadro di agosto che oggi è alla National Gallery di Londra, e Vincent la dipinse poche settimane dopo essere uscito dall'ospedale.
I gialli qui sono tre, la parete giallo limone pallido, il tavolo di un giallo più intenso e il vaso ocra aranciato con una fascia crema in basso, sulla quale è scritto in azzurro «Vincent». Dove il tavolo incontra la parete corre una sottile linea rosso scuro. Dei fiori, che sono una quindicina, alcuni hanno ancora tutta la corona di petali, altri l'hanno perduta e restano capolini carichi di semi, e uno si piega oltre il bordo del vaso.
Lungo il bordo superiore, per tutta la larghezza della tela, corre una giuntura appena visibile. Mentre lavorava, Vincent aggiunse in alto un listello stretto di pino e vi dipinse la parte alta del mazzo, e le ricerche del 2016–2019 hanno dimostrato che l'aggiunta è sua, perché le sue pennellate passano sopra la giunzione e nel colore del listello sono rimaste le sue impronte digitali. Nel 1961 il restauratore Jan Cornelis Traas, lo stesso che nel 1931 aveva rintelato la «Camera da letto», tolse il listello e lo rifissò con tre bulloni, e da allora la giuntura si vede di più.
Nel gennaio 2019 il museo annunciò che non avrebbe più prestato il quadro per le mostre, perché supporto e strato pittorico sono stabili ma sensibili alle vibrazioni e agli sbalzi di umidità e di temperatura. Dal 1973 era stato prestato solo sei volte, l'ultima nel 2014 a Londra, dove fu appeso accanto alla versione di agosto.

Saint-Rémy e Auvers, 1889–1890

17. Pietà (da Delacroix) — Vincent van Gogh, 1889
Nel maggio 1889 Vincent entrò volontariamente nella casa di cura per malati di mente di Saint-Rémy, e in luglio ebbe una crisi che durò fino alla fine di agosto. In quel periodo una litografia di Célestin Nanteuil dalla «Pietà» di Delacroix, un foglio a buon mercato che Vincent teneva con sé, cadde insieme ad altri fogli nell'olio e nel colore e si rovinò. Il 10 settembre scrisse a Theo che la cosa lo aveva rattristato, e che poi si era tenuto occupato dipingendo questa «Pietà».
A quel punto non usciva dalla sua stanza da due mesi. Alla sorella Wil spiegò che non gli piaceva vedere i propri quadri nella camera da letto, e che per questo aveva copiato un Delacroix e alcuni Millet. Prima dipinse una versione piccola, che poi promise a Wil e alla madre (oggi è in Vaticano), poi questa, grande, per sé, e la appese nella sua stanza. Al fratello spiegava che si metteva davanti il foglio in bianco e nero di Delacroix o di Millet come motivo e ci improvvisava sopra con il colore, come un musicista che suona Beethoven a modo suo.
Maria siede in un mantello blu scuro con un cappuccio pallido, le braccia aperte e i palmi scoperti, e guarda lo spettatore. A Wil descrisse il suo volto come pallido, con lo sguardo smarrito e vago di chi è sfinito dall'angoscia, dalle lacrime e dalle veglie, e le mani come «buone mani solide di operaia». Il Cristo morto scivola in diagonale verso l'angolo in basso a sinistra, le gambe coperte da un panno giallo pallido con pieghe azzurre, in alto a destra incombe una roccia scura, come l'ingresso di una grotta, e la macchia più calda della tela sono i capelli rossi e la barba rossa di Cristo.
La litografia era in bianco e nero, e il colore dei capelli di Cristo lo scelse Vincent. Per questo molti riconoscono nel Cristo un suo autoritratto, anche se nelle lettere Vincent non ne parla, e la somiglianza resta un'interpretazione. Anche la litografia rovinata si è conservata nella raccolta della famiglia, con le sue macchie d'olio e di colore.
18. Rami di mandorlo in fiore — Vincent van Gogh, 1890
Il figlio di Theo e Jo nacque a Parigi il 31 gennaio 1890, e lo chiamarono Vincent Willem in onore dello zio, che ne divenne il padrino. Il 19 febbraio Vincent scrisse alla madre da Saint-Rémy che avrebbe preferito che il bambino portasse il nome del padre, «al quale ho pensato tanto in questi giorni», ma che, visto che le cose erano andate così, aveva subito cominciato per lui un quadro «da appendere nella loro camera da letto», «grandi rami di fiori bianchi di mandorlo su un cielo azzurro». In Provenza il mandorlo è il primo a fiorire, a febbraio.
Sulla tela ci sono solo i rami e il cielo turchese, più chiaro in alto a sinistra. I rami grossi, grigio-verdi, entrano dal basso, si incrociano nel terzo inferiore e si allargano in tutte le direzioni, in alto a destra pende un ramo sottile staccato dagli altri, e tutti escono oltre i bordi. I contorni sono ripassati con una linea scura, come nelle stampe giapponesi. I fiori sono crema e bianchi, alcuni aperti, altri ancora in boccio, rosati vicino al bordo destro, e poco a sinistra del centro, in basso, all'estremità di un ramo grosso, si è aperto il fiore più bianco del quadro.
Il 22 febbraio, tornato da una gita ad Arles, Vincent fu colpito dalla più lunga delle sue crisi e si riprese soltanto alla fine di aprile, quando i frutteti erano già sfioriti. A fine aprile scrisse a Theo che il lavoro andava bene e che l'ultima tela con i rami in fiore era forse il lavoro più paziente e il migliore che avesse fatto, e che si era ammalato proprio mentre dipingeva il mandorlo.
Il bambino per cui fu dipinto il quadro è proprio quel Vincent Willem che nel 1962 cedette la raccolta di famiglia alla fondazione. Nel maggio 1890, diretto ad Auvers-sur-Oise, vicino a Parigi, Vincent passò dal fratello e vide il quadro alla parete, e in giugno scrisse alla sorella Wil che Theo e Jo lo avevano appeso sopra il pianoforte.

19. Campo di grano con corvi — Vincent van Gogh, 1890
Nel romanzo di Irving Stone «Brama di vivere», del 1934, Vincent dipinge «Campo di grano con corvi» e il giorno dopo si spara, e il film del 1956 con Kirk Douglas portò quella scena sullo schermo. Il museo definisce questa storia un mito tenace, perché dopo questo quadro Vincent ne dipinse ancora diversi.
Il 6 luglio 1890 Vincent andò da Auvers a Parigi a trovare Theo, Jo e il loro bambino. Il piccolo era gravemente malato, Theo pensava di nuovo di lasciare la ditta per mettersi in proprio, erano tutti sfiniti, e Vincent tornò in fretta ad Auvers quello stesso giorno. Verso il 10 luglio scrisse a entrambi, «cari fratello e sorella», che la lettera di Jo era stata per lui come un vangelo, una liberazione dall'angoscia dopo le ore difficili passate insieme, e che anche la sua vita era «minata alla radice». Nella stessa lettera annunciava di aver dipinto tre grandi tele, «immense distese di grano sotto cieli tormentati», in cui aveva cercato di proposito di esprimere la tristezza e una solitudine estrema, e sperava che Theo e Jo vi vedessero ciò che lui trovava sano e fortificante nella campagna. Nella lettera il quadro non è nominato, lo si riconosce dalla descrizione e dal formato.
La tela è larga il doppio della sua altezza. Il cielo, quasi nero al bordo superiore, schiarisce verso il basso fino a un blu intenso, con due nuvole rotonde turchese pallido, e sopra il campo volano una quarantina di corvi, dipinti come piccoli segni neri a forma di V. Al centro, in basso, sale un sentiero bruno-rossastro con strisce di verde brillante ai lati, curva verso destra e si interrompe in mezzo al campo, lontano dal suo margine, mentre altri due sentieri escono dai bordi sinistro e destro. Il 14 aprile 1991 dal museo furono rubati 20 quadri, ritrovati lo stesso giorno in un'auto abbandonata. «Campo di grano con corvi» era gravemente strappato, e la tela dovette essere restaurata.
Due giorni dopo la morte di Vincent, Jo scriveva a Theo quanto le dispiacesse di non essere stata più gentile con Vincent quando era venuto da loro. Nel 1914, nella prefazione all'edizione delle lettere, scrisse che nei suoi ultimi quadri si sente arrivare la sventura, che si avvicina «come gli uccelli neri che sfrecciano sopra il campo nella tempesta».
20. Radici d'albero — Vincent van Gogh, 1890
Andries Bonger, fratello di Jo e amico intimo di Theo, in un testo non firmato del 1893 accennò al fatto che la mattina prima della sua morte Vincent aveva dipinto «un sottobosco pieno di sole e di vita». Nel 2012 il ricercatore del museo Louis van Tilborgh e lo specialista di vegetazione Bert Maes collegarono quelle parole a questa tela, e da allora la si considera, probabilmente, l'ultima opera di Vincent, rimasta incompiuta.
Il museo stesso scrive che a prima vista è un intrico di colori vivaci e di forme selvagge. Poi vi si distinguono tronchi tagliati dal bordo superiore, radici contornate di nero e dipinte in tutte le sfumature del blu, dall'azzurro pallido all'oltremare, la terra arancione e ocra e il fogliame verde. A sinistra del centro c'è un grande groviglio nodoso di radici azzurro pallido, con escrescenze rotonde simili a occhi, e in alcuni punti, in basso, il colore è steso così sottile che traspare la trama della tela.
Nel quadro c'è una scarpata al margine di una cava di marna scavata nel pendio, con alberi capitozzati le cui radici sono rimaste scoperte quando il pendio fu sbancato. Bonger parlava della mattina, mentre il ricercatore del museo Teio Meedendorp, in base al sole sulle radici, ritiene che le ultime pennellate siano state date verso la fine della giornata.
Nel 2020 Wouter van der Veen, direttore scientifico dell'Institut Van Gogh di Auvers, riconobbe questa scarpata in una vecchia cartolina dei primi del Novecento con una veduta di rue Daubigny, a circa 150 metri dalla locanda Ravoux, dove abitava Vincent. I ricercatori del museo ammisero che si trattava, molto probabilmente, proprio di quel luogo e annunciarono la scoperta il 28 luglio 2020, 130 anni dopo la morte di Vincent. Il ceppo più grande del quadro si è conservato sulla scarpata, e lo si può riconoscere.
Cos'altro vedere
La raccolta della famiglia è più ampia, con oltre duecento dipinti e circa cinquecento disegni di Vincent e più di settecento lettere. A una seconda visita conviene cominciare dalle stampe giapponesi che i fratelli compravano da Bing e dalle opere di Émile Bernard, fra cui il suo «Autoritratto con il ritratto di Gauguin», nato dalla stessa richiesta di Vincent da cui nacquero «I miserabili». Fra i quadri acquistati dopo il 1973 vale la pena cercare Millet, Jules Breton, Monet, Seurat e Signac. Delle ultime opere di Vincent stesso consigliamo «Campo di grano sotto un cielo temporalesco», che i ricercatori considerano il secondo dei campi di grano descritti nella lettera di luglio a Theo e Jo.



































































