I due palazzi barocchi del Belvedere li costruì l'architetto Johann Lucas von Hildebrandt per il principe Eugenio di Savoia, e li terminò nel 1723. Dalla fine del Settecento nel Belvedere Superiore era esposta la pinacoteca imperiale, che nel 1891 fu trasferita nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, appena costruito, e il museo di oggi ricominciò da capo nel maggio 1903, quando nel Belvedere Inferiore aprì la Galleria moderna. A volerla furono Gustav Klimt e gli artisti della Secessione viennese, che negli anni precedenti avevano comprato quadri e li avevano donati allo Stato.
Il 20 marzo 1938, otto giorni dopo l'Anschluss, il nuovo direttore Bruno Grimschitz chiuse la sezione d'arte moderna della galleria, e gli acquisti fatti sotto di lui provenivano da collezioni sottratte agli ebrei di Vienna. Nel 1998 l'Austria approvò una legge sulla restituzione delle opere d'arte, e da allora il museo verifica la provenienza delle sue opere. Stando ai conti del museo stesso, i dipinti di Klimt restituiti agli eredi dei precedenti proprietari sono dieci, e fra questi c'è il ritratto dorato di Adele Bloch-Bauer del 1907, che nel 2006 fu acquistato dalla Neue Galerie di New York.
1. Lo sposalizio della Vergine — Michael Pacher
Esattamente al centro della tavola si incontrano le mani: Giuseppe e Maria hanno unito le destre, e il sommo sacerdote, con un'alta mitra tempestata di pietre, le sostiene da sotto mentre con l'altra mano li benedice. In questa scena Giuseppe veniva di solito dipinto vecchio, mentre in Pacher è un giovane dai riccioli scuri e dalla barba rossiccia, e il suo enorme mantello color cinabro occupa tutto il terzo sinistro della tavola. Giuseppe tiene in mano un sottile bastone verde, che secondo la tradizione fiorì e così lo indicò come lo sposo prescelto. Il bastone esce dal bordo superiore, e tutte le figure sono tagliate a sinistra, a destra e in basso, più o meno all'altezza delle ginocchia, perché un tempo la tavola misurava più del doppio.
È un'anta dell'altare maggiore della chiesa parrocchiale di Salisburgo, l'attuale chiesa dei Francescani. La città commissionò l'altare nel 1484 a Michael Pacher, maestro di Brunico, nel Tirolo meridionale, e lo pagò 3300 fiorini. Secondo le fonti salisburghesi era il più grande e il più costoso altare a sportelli del suo tempo. Pacher si trasferì a Salisburgo nel 1495 per portare a termine il lavoro, e lì morì nel 1498.
Nel 1709 l'altare gotico fu sostituito da uno barocco, opera di Johann Bernhard Fischer von Erlach. Del vecchio si conservò soltanto la Madonna in trono scolpita in legno, che a quel tempo era venerata come immagine miracolosa, mentre le altre parti dell'altare finirono a proprietari diversi. Quando quest'anta, dipinta su entrambe le facce, sia stata rifilata e segata nello spessore, gli storici non sono riusciti a stabilirlo. Il suo lato posteriore è diventato un quadro a sé, la «Flagellazione di Cristo», anch'esso conservato al Belvedere. Un altro frammento dell'altare, la scena in cui i fratelli gettano nella cisterna Giuseppe figlio di Giacobbe, fu ritrovato nel 1951 proprio nel convento francescano di Salisburgo.
2. Apoteosi del principe Eugenio di Savoia — Balthasar Permoser

Il principe Eugenio di Savoia, il condottiero che combatté contro i turchi al servizio degli Asburgo, teneva questo gruppo in marmo, dove lui stesso è raffigurato come Ercole, nella sala da pranzo degli ufficiali della sua casa, al pianterreno della torre sud-occidentale del Belvedere Superiore. Lo scolpì a Dresda Balthasar Permoser, scultore di corte del principe elettore di Sassonia, tra il 1718 e il 1721, poco dopo le vittorie di Eugenio sui turchi a Petervaradino e a Belgrado. Il museo ritiene che il committente fosse Eugenio stesso, anche se un dizionario biografico tedesco del 1887 scriveva che il nome del committente era sconosciuto.
Eugenio sta al centro, con la corazza del suo tempo e una fastosa parrucca a riccioli, e sopra la corazza porta gettata una pelle di leone. A sinistra si slancia in una lunga diagonale la Fama con la tromba, e il principe ne copre il padiglione con il palmo sinistro, come se le impedisse di proclamare le sue imprese. Ai piedi di Eugenio sta rannicchiato un prigioniero turco. Una tradizione vuole che Permoser abbia dato a questo turco il proprio volto, e il museo ammette che possa essere così.
Eugenio non spiegò mai perché avesse sistemato il gruppo lontano dalle sale di rappresentanza. Il museo avanza due ipotesi: il marmo gli parve poco all'antica, oppure lo aveva ordinato fin dall'inizio come monumento per il tempo dopo la sua morte. Eppure il gruppo di Permoser finì sul frontespizio della serie di incisioni con le vedute del Belvedere pubblicata da Salomon Kleiner. Dopo la morte del principe, nel 1736, il marmo rimase in un angolo del cortile tra il giardino e il palazzo, nel 1836 fu spostato nella sala terrena, al pianterreno, come pendant della statua dell'imperatore Carlo VI dello scultore Georg Raphael Donner, e nel 1922 fu trasferito nel Belvedere Inferiore, nel Museo del Barocco appena inaugurato.
3. Teste di carattere — Franz Xaver Messerschmidt

Nel 1774 allo scultore Franz Xaver Messerschmidt fu negata la cattedra all'Accademia di belle arti di Vienna, benché da cinque anni sostituisse il professore di scultura e avesse già realizzato i busti di Maria Teresa e di suo marito. Il cancelliere di Stato Kaunitz, a credere a chi riassume la sua lettera, scrisse all'imperatrice di apprezzare il talento di Messerschmidt e accennò a una «confusione nella testa» e a un comportamento sconveniente. La pensione offerta in cambio del posto lo scultore la rifiutò, lasciò Vienna e nel 1777 si stabilì dal fratello a Presburgo, l'odierna Bratislava.
Le teste le cominciò intorno al 1770 e continuò a farle fino alla morte, nel 1783, senza committente, per sé. I curatori del Belvedere ritengono che partisse dal proprio volto e mettesse insieme un repertorio di espressioni. L'editore berlinese Friedrich Nicolai, che andò a trovarlo nel 1781, raccontò che Messerschmidt si pizzicava sotto le costole e guardava allo specchio la smorfia che ne veniva fuori.
La testa numero 33 è fusa in una lega di stagno e piombo. È affondata nel petto, tanto che il mento sparisce tra le pieghe del collo, gli occhi sono strizzati fino a far comparire le rughe sulle tempie, il naso è arricciato e la bocca è serrata in una linea sollevata agli angoli, che può essere tanto un ghigno trattenuto quanto uno sforzo. Il Belvedere la acquistò nel 1923 a Vienna, a un'asta della casa di Albert Kende. In tutto le teste del museo sono circa 16, e alcune sono in prestito dai loro proprietari.
Nel Novecento le teste furono a lungo spiegate con la malattia mentale dello scultore, e nella mostra del 2025 il Belvedere ha contestato questa lettura, accostandole agli studi settecenteschi sulla mimica. I titoli le teste li ricevettero solo dopo la morte di Messerschmidt. Suo fratello Johann Adam le comprò all'asta dei beni del defunto e verso il 1791 le vendette a Franz Strunz, un ristoratore viennese. Nel novembre 1793 Strunz espose 49 teste nel Bürgerspital, il grande ospizio cittadino dove allora gestiva la cucina. Un opuscolo anonimo che accompagnava la mostra diede un nome a ciascuna testa. La numero 33 fu chiamata «Un arciscellerato», e il museo cita ancora oggi questo soprannome accanto al numero.
4. Napoleone valica il Gran San Bernardo — Jacques-Louis David

Il ritratto del primo console Bonaparte dipinto da Jacques-Louis David fu mandato da Parigi a Milano nel 1803, nel palazzo della Repubblica Italiana, che allora la Francia teneva sotto il suo controllo. Nel 1834, quando Milano apparteneva di nuovo all'Austria, il quadro fu portato a Vienna, nella pinacoteca imperiale, che a quel tempo aveva sede nel Belvedere Superiore. Così il ritratto ufficiale di un nemico recente degli Asburgo finì nel palazzo del principe Eugenio. Quando nel 1891 la pinacoteca si trasferì nel nuovo Kunsthistorisches Museum, il quadro partì con lei e appartiene tuttora a quel museo, mentre al Belvedere si trova in prestito.
David e la sua bottega dipinsero cinque versioni di questo ritratto (così si contano di solito), e quella di Vienna è datata 1801 o 1802. La si riconosce dal mantello rosso-arancio e dal cavallo grigio pomellato. Il cavallo s'impenna su una sporgenza innevata, il mantello si gonfia sopra il cavaliere, e Bonaparte guarda tranquillo lo spettatore e indica in alto con la mano. In basso a sinistra, sulle rocce, sono incisi tre nomi: BONAPARTE, sotto un ANNIBAL mezzo cancellato e ancora più in basso KAROLVS MAGNVS IMP, cioè Annibale e Carlo Magno, che anch'essi avevano condotto eserciti oltre le Alpi, e fra i tre il nome di Bonaparte è il più nitido. In realtà, nel maggio 1800, Bonaparte passò il valico a dorso di mulo, con una guida.
5. Il mattino del Corpus Domini — Ferdinand Georg Waldmüller
Ferdinand Georg Waldmüller, conservatore della pinacoteca dell'Accademia di belle arti di Vienna con il titolo di professore, nel 1857 mandò al ministro delle Finanze, scavalcando i suoi superiori, un opuscolo su come ridare vita all'arte patria. Già prima, nel 1846 e nel 1849, aveva attaccato per iscritto l'insegnamento accademico e chiesto che gli studenti imparassero dal vero invece di copiare. Per l'opuscolo del 1857 lo Stato lo punì mandandolo in pensione con metà stipendio. Nel 1864 l'imperatore gli restituì lo stipendio intero e lo riabilitò, e nel 1865 Waldmüller morì.
Il quadro porta la data dello stesso 1857. Dal 1912 si trova nel museo, ma appartiene all'associazione degli amici del Belvedere, che quell'anno ne fece il suo primo acquisto e lo diede in prestito alla galleria dello Stato.
Il sole del mattino cade al centro del cortile, su quattro bambine in abiti bianchi di mussola e ghirlande di fiori, e su di loro si posa la luce più viva del quadro. A destra un ragazzo con la giacca verde si allontana con un alto cero avvolto di fiori e nastri e si volta con un largo sorriso. In primo piano ci sono bambini in abiti di tutti i giorni, scalzi. Una bambina, in ginocchio, porge una piccola ghirlanda, un'altra si è accovacciata e allunga la mano verso i fiori di un'amica vestita a festa. Nel 2021, in una mostra sulla povertà nella pittura Biedermeier viennese, il Belvedere spiegava questa differenza senza giri di parole: i bambini scalzi in processione non ci vanno. A sinistra, in disparte, un vecchio con un camiciotto blu siede su una panca a testa bassa, e vicino a lui, contro il muro, una bambina si preme il dorso della mano sull'occhio.

6. I cinque sensi — Hans Makart
Il barone Joseph Alexander von Helfert commissionò a Hans Makart cinque quadri per il suo appartamento sul Parkring, uno dei tratti della Ringstrasse di Vienna. Ognuno raffigura una donna nuda a figura intera e a grandezza naturale, e ogni tela è alta più di tre metri e più stretta di una porta comune, perché i quadri dovevano essere appesi fra una finestra e l'altra. Nell'appartamento di Helfert, stando al museo, non arrivarono mai, e il museo non ne dice il motivo. Makart cominciò il ciclo nel 1872 e lo terminò alla fine del 1879, negli anni in cui era il pittore più alla moda di Vienna.
Sul retro della «Vista» c'è la scritta «dipinto per H. O. Miethke, 1879» con una clausola sui diritti di riproduzione. Il mercante d'arte viennese Miethke pubblicò il ciclo in incisioni e portò i quadri in mostra a Dresda, Vienna e Berlino. Un documento che colleghi la commissione di Helfert a questa scritta gli studiosi finora non l'hanno trovato.
Delle cinque tele le più esposte sono la «Vista» e l'«Udito». Nella «Vista» la donna tiene vicino alla spalla uno specchietto ovale in una cornice dorata, ma guarda altrove, e sopra la sua testa si apre un'enorme foglia di palma a ventaglio, e soltanto in quel punto della tela si vede il cielo. Nell'«Udito» si è voltata di profilo e porta le dita all'orecchio. Il museo descrive le cinque figure come pose di un unico corpo che ruota lentamente.
Lo Stato comprò il ciclo da Miethke nel 1901, l'anno in cui l'imperatore approvò la creazione di una galleria statale d'arte moderna.
7. Primavera al Prater — Tina Blau
Nel 1882 Tina Blau mandò alla Prima esposizione artistica internazionale del Künstlerhaus di Vienna, la sede espositiva della principale associazione di artisti della città, una tela alta circa due metri e larga tre. Dimensioni del genere le avevano allora i grandi quadri da Salon, e Blau vi aveva dipinto il Prater, il grande parco viennese, in primavera. Secondo un racconto che ripetono tutti i suoi biografi, la giuria voleva respingere la tela: fra i quadri scuri, intonati alla patina da galleria, era troppo chiara e, come si diceva in giuria, avrebbe aperto un buco nella parete. A difenderla fu Hans Makart, l'autore dei «Cinque sensi», e la tela fu appesa, ma in un angolo. Nel 1899 fu acquistata per la pinacoteca imperiale.
La metà superiore della tela è occupata da un cielo azzurro pallido con lunghe nuvole. A destra si alzano enormi alberi vecchi, con le chiome spoglie che cominciano appena a coprirsi di un fogliame giallo-verde chiaro. Lungo il viale al sole vengono verso lo spettatore una signora con un ombrellino color crema, una signora in abito scuro e una bambina, e a sinistra due ragazzini, con i calzoni rimboccati, stanno scalzi in una pozza poco profonda. Il quadro è dipinto in ocra, color paglia e azzurro pallido, e le sole macchie scure sono gli abiti e i tronchi.
Le donne allora non erano ammesse all'Accademia di belle arti di Vienna, e Blau studiò con insegnanti privati e poi a Monaco. Nel 1883 «Primavera al Prater» fu esposta al Salon di Parigi, e lì, secondo la maggior parte delle fonti, ottenne una menzione d'onore.
9. Le cattive madri — Giovanni Segantini
Nel 1901 gli artisti della Secessione viennese donarono allo Stato un quadro di Giovanni Segantini, comprato con una colletta insieme a collezionisti privati. La Secessione l'avevano fondata nel 1897 Klimt e i suoi compagni, uscendo dal conservatore Künstlerhaus, e da allora si battevano perché a Vienna nascesse una galleria statale d'arte moderna. Quando fu inaugurata, nel maggio 1903, il quadro «Le cattive madri» era esposto nel primo allestimento. Segantini stesso, che i secessionisti consideravano un loro precursore, era morto sulle Alpi nel 1899.
Sulla tela si vedono una valle innevata ai piedi dei monti e un solo albero, spoglio e contorto. Nella sua biforcazione è impigliata una donna: la testa rovesciata all'indietro, gli occhi chiusi, i capelli rossicci stesi fra i rami, e la parte inferiore del corpo avvolta in un panno scuro e strappato che si confonde con la corteccia. Al suo seno c'è la piccola testa di un neonato che spunta da un ramo e succhia il latte, e da lontano è facile non notarla. Tutta la tela, la neve come il cielo, Segantini la dipinse a pennellate sottili e separate, simili a fili.
Il soggetto Segantini lo prese dal poema «Nirvana», che il suo amico Luigi Illica, il futuro librettista di Puccini, spacciava per la traduzione di un antico testo indiano. Nel poema le madri che hanno rifiutato la maternità vengono trascinate per punizione in una valle di ghiaccio, finché non si riconciliano con i loro figli. La madre di Segantini morì quando lui aveva circa sette anni. Nel 1911 un allievo berlinese di Freud, Karl Abraham, costruì su questo un saggio psicoanalitico sul pittore, pubblicato a Vienna.

10. La pianura di Auvers — Vincent van Gogh
Il 2 luglio 1890 Vincent van Gogh scrisse da Auvers-sur-Oise al fratello Theo e alla cognata di un paesaggio allungato con i campi: un soggetto come quelli che avrebbe scelto il paesaggista francese Georges Michel, ma nei colori verde tenero, giallo e verde-azzurro. La tela è lunga il doppio della sua altezza, l'orizzonte è alzato fin quasi al bordo superiore, e il cielo è rimasto una stretta fascia turchese uniforme. Sotto si stendono le pezze dei campi in giallo pallido, verde chiaro e verde-azzurro, ognuna contornata di scuro, a sinistra c'è un grande covone, e in basso, nell'erba, sono sparsi i punti rossi e arancioni dei papaveri, l'unica zona calda del quadro. Meno di quattro settimane più tardi Van Gogh si sparò, e morì due giorni dopo.
All'inizio del 1903 la Secessione viennese organizzò una mostra sullo sviluppo dell'impressionismo, e nella sua ultima sezione, accanto a Gauguin, Toulouse-Lautrec e Bonnard, erano appesi cinque quadri di van Gogh. «La pianura di Auvers» la Secessione la comprò a quella mostra per la nuova galleria statale e gliela donò ufficialmente nel 1909. È una delle prime opere di van Gogh entrate in un museo. A Vienna lo si comprava poco, e fino al 1914 nelle collezioni viennesi i suoi quadri erano 13, mentre in Germania erano 156.
11. Il cuoco (Père Paul) — Claude Monet

Paul Graff, alsaziano, gestiva con la moglie Eugénie un albergo con ristorante a Pourville, vicino a Dieppe, e nel febbraio 1882 vi prese alloggio Claude Monet, arrivato a dipingere le scogliere e il mare della Normandia. Col brutto tempo Monet lavorava in casa, e dipinse due galette, le torte per cui la cucina di Graff era famosa, la timida Eugénie e il padrone stesso, «un vecchio cuoco arruffato sotto il berretto bianco», come lo chiamò Daniel Wildenstein, autore del catalogo delle opere di Monet.
Il berretto, alto e morbido, pende verso sinistra, e Monet lo dipinse con rapidi riccioli bianchi, mettendo lilla, azzurro e rosa nelle pieghe, con un colore così diluito che sotto si vede la trama della tela. La parte dipinta più densamente è la barba, una massa arruffata di pennellate blu-nere, verde bottiglia e olivastre. Copre il mento e la bocca, e il sorriso si indovina solo dalle guance. Il fondo color menta è steso a larghe pennellate in cerchio intorno alla sagoma, e sotto il petto la giacca bianca è appena accennata.
Nel marzo 1883 Monet espose il ritratto nella sua mostra personale presso il mercante parigino Paul Durand-Ruel, e nel catalogo il cognome dell'oste fu stampato con un errore, Graft. Nel 1903 il quadro fu acquistato alla mostra dell'impressionismo alla Secessione viennese, la stessa in cui la Secessione comprò «La pianura di Auvers», e a maggio era appeso nel primo allestimento della Galleria moderna. Chi lo abbia pagato, il ministero o la Secessione, nei registri del museo non è indicato. Degli altri due quadri di Monet del Belvedere, uno, «Un viale nel giardino di Monet a Giverny», arrivò al museo per tutt'altra strada e solo nel 1942.
12. Giuditta — Gustav Klimt

La cornice di «Giuditta» la fece il fratello minore di Gustav Klimt, Georg, cesellatore e incisore, e sulla sua traversa superiore è inciso a grandi lettere «IVDITH», sotto «HOLOFERNES», e di lato un piccolo «UND». Gli schizzi della cornice compaiono nel taccuino rosso di Klimt già nel 1898, e la cornice era pronta prima che il quadro fosse mostrato per la prima volta, alla decima mostra della Secessione viennese, nel marzo 1901. Il titolo, dunque, stava sulla cornice prima che qualcuno vedesse il quadro, eppure a Vienna, a Monaco e a Berlino il quadro veniva chiamato Salomè. «È molto più Salomè che Giuditta», scriveva il 1° aprile 1901 la «Wiener Zeitung», e nel catalogo della mostra berlinese del 1905 il quadro figurava proprio così, «Salomè».
Klimt era la figura principale della Secessione ed era ormai al secondo anno di scontro con l'università per i quadri destinati al soffitto della sua aula magna: i professori protestavano contro la «Filosofia», e la «Medicina» fu esposta alla stessa mostra di «Giuditta».
Giuditta ha la testa rovesciata all'indietro e guarda lo spettatore da sotto le palpebre pesanti, con le labbra socchiuse. Il collo è stretto da un largo collare d'oro, e le pietre blu e rosse sono dipinte con un impasto così denso che sporgono dalla superficie della tela. Dietro la sua testa c'è l'oro, in cui affiorano alberi, monti e viti, presi, secondo il museo, da un rilievo del palazzo del re assiro Sennacherib a Ninive. La testa di Oloferne si vede solo nell'angolo in basso a destra. La mano di Giuditta, con le dita aperte, è affondata nei suoi capelli scuri, del volto restano un occhio chiuso e parte di una guancia, e il resto lo taglia la cornice.
Nel 1901 il quadro fu acquistato dal medico viennese Anton Löw. Dopo la sua morte, nel 1907, rimase alla vedova, nel 1920 fu venduto all'asta a Ginevra per 3750 franchi, e fino al 1954 appartenne a Berthe Hodler, vedova del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Nel 1954 la Galleria austriaca acquistò «Giuditta» da Berthe Hodler per 3000 franchi svizzeri.

13. Il bacio — Gustav Klimt

Il 10 luglio 1908 il ministero del Culto e dell'Istruzione comprò da Gustav Klimt un quadro che allora si chiamava «Gli amanti», direttamente dalla mostra «Kunstschau». Quella mostra l'avevano organizzata Klimt e la sua cerchia dopo essere usciti dalla Secessione nel 1905. Il ministero pagò 25.000 corone, più di quanto la Galleria moderna avesse mai pagato a un artista vivente, e comprò il quadro non ancora finito. In un appunto interno del ministero si annota che l'angolo in basso a sinistra non era ancora terminato, e il 16 luglio Klimt rispose dal lago Attersee che avrebbe finito «Gli amanti» subito dopo la chiusura della mostra. Riportò la tela nello studio e la consegnò alla galleria soltanto il 22 luglio 1909. Il titolo «Il bacio» comparve quello stesso autunno, nel supplemento al catalogo della Galleria moderna.
Il prato di piccoli fiori viola, blu, gialli e bianchi occupa soltanto la parte bassa a sinistra e si interrompe con un bordo netto, oltre il quale comincia lo sfondo. I piedi nudi della donna poggiano proprio su quel bordo, con le dita piegate verso il basso. Lo sfondo intorno alla coppia Klimt lo coprì con una velatura scura color oliva e bronzo, e sul colore ancora fresco vi sparse granelli metallici.
Il lavoro fatto dopo l'acquisto si vede confrontando il quadro con le foto della mostra scattate dal fotografo Moriz Nähr. In quelle foto i fiori nella parte sinistra del prato sono raccolti in cespugli separati, mentre ora si sono fusi in un tappeto continuo. La radiografia ha mostrato che nello stesso periodo Klimt regolarizzò anche il motivo sull'orlo del mantello dell'uomo e allungò di qualche centimetro gli stinchi della donna.
14. Autoritratto ridente — Richard Gerstl

Il 4 novembre 1908, a 25 anni, Richard Gerstl bruciò nel suo studio lettere e carte e si uccise davanti allo specchio. Era vicino al compositore Arnold Schönberg, dipingeva insieme a lui e gli insegnava pittura, e nel 1908 aveva avuto una relazione con la moglie di Schönberg, Mathilde, che alla fine tornò dal marito. In vita Gerstl non espose mai e rimase lontano dalle associazioni artistiche viennesi.
Dopo la sua morte i quadri rimasero alla famiglia, e nel 1930 o nel 1931 il fratello Alois li mostrò al mercante viennese Otto Kallir. Nel settembre 1931 Kallir aprì nella sua Neue Galerie la mostra «Richard Gerstl. Il destino di un pittore», e fino ad allora, per 23 anni, nessuno all'infuori dei familiari aveva visto le opere di Gerstl. Dal 1938 i nazisti lo annoverarono tra gli artisti «degenerati», e fino al 1945 non si poteva esporlo. Nel 1946 la Galleria austriaca acquistò l'autoritratto dalla Neue Galerie.
Nell'autoritratto Gerstl ride a bocca spalancata, tanto che si vedono tutti i denti superiori, ma gli occhi sono socchiusi e vitrei, e al Belvedere quella risata la definiscono più minacciosa che allegra. Lo sfondo è interamente coperto di brevi pennellate marroni, olivastre e ocra e arriva fino a ridosso della testa. Il volto è dipinto in arancio, rosso e rosa caldi, intorno alla bocca e sulla barba di qualche giorno ci sono pennellate giallo-verdastre, e il collo si alza come una lunga colonna giallo-verde.
Il Belvedere data il ritratto al 1908, l'ultimo anno di vita di Gerstl, mentre gli autori del catalogo delle sue opere collocano l'autoritratto nell'estate del 1907, che il pittore trascorse a Gmunden, sul lago Traunsee, vicino alla famiglia Schönberg.
15. La morte e la fanciulla — Egon Schiele
Dal 1911 Wally Neuzil era la modella e la compagna di Egon Schiele. Alla fine del 1914 Schiele cominciò a corteggiare Edith Harms, che abitava nella casa di fronte al suo studio, il 17 giugno 1915 la sposò, e pochi giorni dopo fu chiamato alle armi. In quello stesso 1915 dipinse questo quadro. Al Belvedere ritengono che vi siano raffigurati Wally e Schiele stesso, anche se il pittore chiamava la tela «Uomo e fanciulla» e «Persone intrecciate», mentre il titolo «La morte e la fanciulla» comparve più tardi.
I due stanno in ginocchio su un enorme lenzuolo bianco spiegazzato, gettato sulla terra bruna e sassosa. L'uomo, in un saio marrone scuro, guarda con occhi rotondi e spalancati oltre lo spettatore e oltre la donna, e le posa sulla nuca una mano dalle dita lunghe e ossute. Lei lo stringe con le braccia sottili, ed entrambe le sue mani, con le dita aperte, gli poggiano piatte sul petto. L'orlo del suo vestito corto Schiele lo disegnò come una fila aguzza di denti di sega, a tratti rosa, rossi e verde pallido.
Il quadro lo acquistò la Secessione di Monaco quando Schiele era ancora vivo, e nella primavera del 1918 fu esposto alla grande mostra di Schiele alla Secessione viennese, dove il critico Hermann Menkes lo definì «un meraviglioso poema di fantasia, di disegno e di composizione». Il museo lo comprò dalla Secessione di Monaco nel 1930, 12 anni dopo la morte del pittore. Wally Neuzil diventò infermiera e morì di scarlattina nel dicembre 1917 nella cittadina dalmata di Sinj, dove l'avevano mandata in servizio con l'esercito.

16. Ritratto della moglie dell'artista, Edith Schiele — Egon Schiele

Franz Martin Haberditzl, direttore della galleria statale dal 1915, acquistò questo ritratto nel 1918 dal mercante viennese Gustav Nebehay, poco dopo la grande mostra primaverile di Schiele alla Secessione. Fu il primo quadro di Schiele comprato da un museo austriaco, e fu acquistato con il pittore ancora in vita. In seguito Schiele ridipinse l'abito nel ritratto. Nella scheda del Belvedere si legge che al direttore la gonna a quadri variopinta sembrò troppo vivace e troppo simile alle arti applicate, e che su sua richiesta fu coperta con toni smorzati. Al Leopold Museum di Vienna, che riunisce il maggior numero di opere di Schiele e conserva una fotografia della prima versione, scrivono con più cautela che il motivo del cambiamento non è stato stabilito con certezza.
Nella vecchia fotografia Edith siede nella stessa posa, con una gonna a grandi quadri, su una poltrona di legno ben riconoscibile, contro uno sfondo chiaro con il pavimento in basso. Nel quadro la gonna è diventata grigio biancastra con venature brune e verdi, al collo è comparso un fiocco nero con lunghi nastri e una piccola nappa rosso-arancio, dall'orlo spuntano stivaletti marroni, e la poltrona e la stanza sono sparite nel fondo scuro. Nel 2018 i restauratori del Belvedere, sulla base delle immagini ai raggi X e all'infrarosso, hanno realizzato una ricostruzione digitale della prima versione.
Il Belvedere espone a rotazione i suoi quadri di Schiele, e questo ritratto non è sempre nelle sale. La fotografia del primo stato il Leopold Museum l'ha acquistata nel 2023.
17. Coppia accovacciata (La famiglia) — Egon Schiele

Sulla tela quasi quadrata tre figure sono disposte a piramide su un fondo bruno scuro. In alto è accovacciato un uomo nudo con il volto di Schiele stesso, le ginocchia molto divaricate, così che le sue gambe incorniciano la donna, e guarda dritto lo spettatore. La donna siede più in basso, più pallida e più morbida, con gli occhi bassi e distolti, e fra i suoi piedi un bambino avvolto in una coperta verde scuro guarda di lato, oltre i due adulti. Nessuno dei tre guarda gli altri due.
Una ripresa all'infrarosso del 2018 ha mostrato che in origine l'uomo si reggeva il mento con la mano destra. Schiele abbassò quella mano, che ora è sollevata davanti al petto, con il palmo rivolto verso di sé e le dita aperte.
Schiele stesso chiamava il quadro «Coppia accovacciata», e a intitolarlo «La famiglia», dopo la sua morte, fu Berta Zuckerkandl, giornalista viennese e padrona di casa di un salotto letterario. Dal 1918 il quadro apparteneva al pittore Hans Böhler, di una famiglia di industriali dell'acciaio, e il museo lo acquistò da lui a New York nel 1948.
Edith Schiele aspettava un bambino dalla primavera del 1918. Morì di spagnola il 28 ottobre, al sesto mese di gravidanza. Schiele morì tre giorni dopo, e il quadro rimase incompiuto. La mano sinistra dell'uomo, che pende dal ginocchio, è appena accennata, e gli angoli inferiori della tela sono solo abbozzati.
18. La sposa — Gustav Klimt
Gustav Klimt morì il 6 febbraio 1918 dopo un ictus che lo aveva colpito a gennaio, e sui cavalletti del suo studio di Hietzing rimasero diversi quadri iniziati. Fra questi c'era una grande allegoria che fu chiamata «La sposa» solo dopo la sua morte.
La metà sinistra della tela è finita. Lì si accalcano figure femminili nude fra stoffe rosso-arancio a motivi variopinti, molte hanno gli occhi chiusi, proprio sul bordo dorme un neonato, e in alto c'è un uomo vestito d'arancio, l'unico che guarda a occhi aperti. Verso di lui china la testa la sposa, con due lunghe trecce scure, e al posto del corpo ha una colonna blu scuro, la veste appena cominciata. La metà destra è rimasta quasi tela nuda. Qui c'è una grande figura nuda a gambe divaricate, con la testa solo contornata a carboncino, e sui fianchi Klimt aveva già steso una gonna di triangoli, spirali e anelli piatti gialli, verdi, rossi e blu, attraverso i quali si vede il corpo dipinto sotto. Klimt dipingeva prima la figura interamente nuda e solo dopo la vestiva di ornamenti, e qui il lavoro si fermò a metà.
Il quadro appartiene alla Klimt-Foundation, una fondazione privata di Vienna, ed è al Belvedere in prestito dal 2014. Dopo la morte del pittore passò alla sua compagna ed erede Emilie Flöge, poi finì al figlio naturale di Klimt, il regista cinematografico Gustav Ucicky (per quale via, la fondazione non lo precisa), e nel 2013 la vedova di Ucicky, Ursula, lo cedette alla fondazione che aveva appena creato.

Nell'ultimo taccuino di Klimt ci sono più di 40 schizzi per questo quadro, e in alcuni prova diverse inclinazioni della testa della figura di destra.
19. Un viale nel giardino di Monet a Giverny — Claude Monet

Il banchiere berlinese Robert von Mendelssohn acquistò questo quadro nel 1904 dal mercante parigino Durand-Ruel, e dopo la sua morte, nel 1917, il quadro passò alla vedova, la pianista italiana Giulietta von Mendelssohn. Nel 1941 Giulietta, che viveva in Italia, vendette al Reich la villa di Berlino-Grunewald, e alcuni fiduciari portarono a Vienna i quadri della collezione. Nel 1942 la cancelleria del governatore nazista di Vienna comprò 32 opere tramite il mercante viennese Otto Schatzker e le distribuì fra i musei. Un autoritratto di Rembrandt andò al Kunsthistorisches Museum, e alla Galleria austriaca toccarono cinque quadri di Corot, Degas, Manet e Monet, fra cui questo. Nel gennaio 1943 la galleria lo espose nella mostra degli acquisti del 1942.
Monet dipinse il viale nel 1902 nel proprio giardino di Giverny, dove viveva dal 1883. Un sentiero sabbioso parte dal bordo inferiore, esattamente a metà della tela, e va dritto verso la casa, della quale si vedono solo un pezzo di facciata rosso-rosa e una porta scura, per metà nascosti dal verde. Sulla sabbia pallida stanno macchie d'ombra blu e viola, ai due lati si alzano alte aiuole di astri, nasturzi e dalie, e in alto le chiome quasi si chiudono a tunnel. La firma «Claude Monet 02» Monet la mise in rosso in basso a destra, fra i fiori rossi.
Nel 2019 si tornò a indagare sulla provenienza dei quadri della collezione Mendelssohn, e nel maggio 2023 il Consiglio consultivo austriaco per la restituzione raccomandò di non restituire «Un viale», ritenendo che la vendita non fosse stata conseguenza di persecuzione politica né di uno stato di necessità della venditrice.
20. Ritratto di Amalie Zuckerkandl — Gustav Klimt

Amalie Zuckerkandl, figlia dello scrittore viennese Sigmund Schlesinger, era la moglie del chirurgo Otto Zuckerkandl, e nel 1913 o nel 1914 il marito commissionò a Klimt il suo ritratto. Il lavoro fu interrotto dalla guerra, Klimt lo riprese nel 1917, e quando morì, nel febbraio 1918, il ritratto era ancora incompiuto.
Sono finiti solo la testa, il collo e le spalle nude: il volto pallido con le guance rosa, la piccola bocca rossa, i capelli scuri raccolti in alto, un nastro nero con pizzo bianco alla gola. Lo sfondo dietro Amalie è dipinto in turchese menta, mentre tutto ciò che sta sotto le spalle è rimasto imprimitura nuda, con il disegno a matita delle pieghe dello scialle, di una mano e di un motivo floreale. Qua e là su questo disegno stanno singole macchie di rosa e di azzurro, come se Klimt avesse cominciato a provare i colori. La ripresa all'infrarosso ha mostrato che la bocca in un primo momento era disegnata chiusa, mentre è dipinta appena socchiusa.
Nel 1919 gli Zuckerkandl divorziarono, il ritratto rimase ad Amalie, e negli anni Venti, avendo bisogno di denaro, lei lo vendette all'industriale dello zucchero Ferdinand Bloch-Bauer, il marito di Adele, quella del ritratto dorato. Partendo per la Svizzera, Bloch-Bauer restituì il quadro alla famiglia senza farsi pagare, affidandolo alla figlia di Amalie, Hermine Müller-Hofmann. Nel 1942 Hermine vendette il ritratto per 1600 Reichsmark a Vita Künstler, che dal 1938 dirigeva la Neue Galerie al posto dell'emigrato Otto Kallir, lo stesso che nel 1931 aveva mostrato per la prima volta i quadri di Gerstl. In quello stesso 1942 Amalie fu deportata e uccisa. Nel 1988 il ritratto entrò nella Galleria austriaca come dono di Vita Maria e Gustav Künstler.
In seguito rivendicarono il ritratto due gruppi di eredi, quelli di Ferdinand Bloch-Bauer e quelli di Hermine. La loro controversia fu esaminata dallo stesso collegio arbitrale di tre persone che nel gennaio 2006 aveva deciso di restituire ai Bloch-Bauer il ritratto di Adele. Sul ritratto di Amalie il collegio emise nel maggio 2006 una decisione separata, secondo cui nessuno dei due gruppi aveva diritto al quadro, e il ritratto rimase a Vienna. Il 1° aprile 2008 la Corte suprema austriaca confermò quella decisione.
La Galleria moderna aprì nel 1903 in buona parte grazie agli artisti della Secessione. Dopo l'Anschluss il nuovo direttore acquistò opere da collezioni ebraiche confiscate. Dal 1998 il Belvedere verifica la provenienza di queste acquisizioni. Nel 2006 il museo restituì agli eredi Bloch-Bauer cinque quadri di Klimt, e nel 2008 la Corte suprema lasciò il ritratto di Amalie Zuckerkandl nella collezione dello Stato.

Cos'altro vedere
Di Klimt il Belvedere possiede, secondo i calcoli del museo stesso, 24 dipinti a olio, più che in qualsiasi altro luogo al mondo, e a una seconda visita conviene cominciare dai suoi ritratti di Sonja Knips e di Fritza Riedler e dai paesaggi del lago Attersee. Meritano uno sguardo a parte i quadri di Oskar Kokoschka, il Biedermeier viennese, soprattutto il ritratto che Friedrich von Amerling fece di Rudolf von Arthaber con i figli, e due quadri di Caspar David Friedrich. Un'altra opera di Klimt della collezione del Belvedere, il «Fregio di Beethoven», si trova nel palazzo della Secessione.


























































