Nel 1661 gli eredi della famiglia basilese Amerbach si preparavano a vendere ad Amsterdam la collezione di famiglia. Comprendeva una cinquantina di dipinti, 15 dei quali di Hans Holbein il Giovane, e poi disegni, stampe, monete, lettere e una biblioteca. Su consiglio del borgomastro Johann Rudolf Wettstein la città e l'università decisero di comprarla loro stesse per 9000 talleri imperiali. Due terzi della somma li pagò il consiglio cittadino, il resto l'università, che prese la collezione in custodia, e nel 1671 la collezione fu aperta al pubblico. Il museo la definisce la più antica collezione d'arte pubblica al mondo di proprietà di una città.
I quadri di una famiglia diventano della città (1519–1661)

1. Ritratto di Bonifacius Amerbach — Hans Holbein il Giovane
Bonifacius Amerbach, figlio minore dello stampatore basilese Johann Amerbach, nell'autunno del 1519 stava per partire per Avignone, dove avrebbe proseguito gli studi di diritto. Il viaggio era lungo e nel sud della Francia c'era la peste, ed è per questo, scrive il museo, che ordinò il ritratto, perché alla famiglia restasse il suo volto se fosse morto per strada. I versi latini per il ritratto li compose lui stesso.
Holbein li dipinse su una tavoletta di legno appesa al tronco di un albero, sul margine sinistro del quadro. I versi sono scritti in prima persona, come se a parlare fosse il ritratto: il volto dipinto non è da meno di quello vivo e vale quanto il suo padrone, e mentre costui compie otto trienni, cioè 24 anni, l'arte rende nel ritratto ciò che la natura gli ha dato. Sotto si leggono i nomi di Amerbach e di Holbein e la data, «il giorno prima delle idi di ottobre» del 1519, cioè il 14 ottobre, pochi giorni dopo che Amerbach aveva compiuto 24 anni. La riflettografia a infrarossi ha mostrato che i versi furono corretti anche sulla tavola. In un primo tempo il secondo verso terminava con le parole «dipinto a colori», mentre nella versione definitiva il ritratto è detto «nobile per le sue linee».
Amerbach è girato verso la tavoletta quasi di profilo e guarda oltre, al di là del bordo del quadro. Il berretto nero e la toga nera spiccano sul cielo di un azzurro freddo, le parti più calde del dipinto sono il volto e la barba castano rossiccia, e in basso a destra, sotto un ramo, si vedono piccole vette innevate.
Holbein aveva allora circa 22 anni. Lavorava a Basilea già da qualche anno e disegnava frontespizi e illustrazioni per gli stampatori della città. Il 25 settembre 1519, meno di tre settimane prima della data sul ritratto, fu accolto nella corporazione basilese dei pittori «Zum Himmel», e da quel momento poté tenere una bottega propria. Nel 1526 partì per l'Inghilterra, due anni dopo tornò, e nel 1532 si trasferì a Londra per sempre.
Amerbach si addottorò ad Avignone, insegnò diritto romano a Basilea e divenne l'uomo di fiducia più vicino a Erasmo, che nel 1536 lo nominò suo erede. Il ritratto rimase in famiglia, e Basilius, figlio di Bonifacius, raccolse attorno ai quadri e ai disegni del padre una vera collezione, la stessa che la città comprò nel 1661. Il foglio su cui Bonifacius riscrisse e corresse una ventina di volte l'inizio dei suoi versi è conservato nella Biblioteca universitaria di Basilea, insieme ai libri e alle lettere della stessa collezione.

2. Il corpo di Cristo morto nel sepolcro — Hans Holbein il Giovane
Nell'agosto del 1867 Fëdor Dostoevskij e sua moglie Anna Grigor'evna, sposati da febbraio, si fermarono per un giorno a Basilea sulla strada per Ginevra, perché lui voleva vedere un quadro di cui aveva sentito parlare. Era esposto nell'edificio dell'Augustinergasse, aperto nel 1849 per la collezione pubblica di Basilea. Anna Grigor'evna annotò nel diario: «Volendo guardarlo più da vicino, salì su una sedia, e io avevo una gran paura che gli facessero pagare una multa». Nei ricordi, scritti molto più tardi, raccontò che il quadro aveva fatto sul marito un'«impressione schiacciante». Lei non riuscì a guardarlo e passò nelle altre sale, e quando tornò, dopo 15 o 20 minuti, lo trovò nello stesso punto, «come inchiodato», con quell'espressione spaventata che conosceva dai primi istanti delle sue crisi epilettiche. Lo prese sottobraccio e lo fece sedere su una panca nella sala accanto. La crisi non venne, e quando ormai stavano uscendo lui volle a tutti i costi tornare a guardare il quadro un'altra volta.
Il quadro più famoso della collezione di Basilea è dipinto su una tavola molto lunga e bassa, e il corpo vi è a grandezza naturale. Giace da solo in una stretta nicchia di pietra, su un lenzuolo bianco che pende dal bordo della lastra. La testa, all'estremità sinistra, è rovesciata all'indietro, la bocca è aperta, l'occhio che si vede è rivolto all'insù, il volto è grigioverde nelle ombre, e dalla lastra pendono lunghi capelli scuri. Le costole affiorano sotto la pelle, e sotto la ferita del costato si allarga un livido scuro. La mano destra è distesa lungo la coscia, con il dorso verso lo spettatore e la ferita rosso scuro del chiodo, e il dito medio arriva fino all'orlo della lastra. Sulla parete di fondo, sopra i piedi, «M.D.XXI» e «H.H» sono dipinti come se fossero incisi nella pietra.
Secondo il museo il quadro fu probabilmente commissionato da Bonifacius Amerbach (su di lui e su Holbein vedi il n. 1), e rimase nella sua famiglia fino all'acquisto del 1661. Uno studio del 2021 ha mostrato che in origine la nicchia era più piccola e a volta, e che Holbein la trasformò in una cassa rettangolare e ridipinse firma e data sulla nuova parete. All'inizio la data si leggeva MDXXII, e l'ultima unità Holbein la coprì con il colore della pietra mentre finiva il lavoro.


Dostoevskij portò il quadro nel romanzo «L'idiota», uscito a puntate fra il 1868 e il 1869. Una copia è appesa nella cupa casa di Rogožin, e il principe Myškin, guardandola, osserva che davanti a un quadro simile c'è chi potrebbe perdere la fede. Più avanti un altro personaggio del romanzo, Ippolit, lo descrive nei particolari e si chiede come abbiano potuto credere nella risurrezione persone che avevano visto un cadavere così. Secondo il conto del museo, il quadro compare nel romanzo cinque volte.
3. Ritratto della famiglia dell'artista — Hans Holbein il Giovane
Il pittore zurighese Hans Asper possedeva questo quadro già nel 1543, quando Holbein morì a Londra, e non volle venderlo a nessuno, nemmeno a Basilius Amerbach. La moglie di Holbein, Elsbeth, se ne era separata, ma gli storici non hanno trovato documenti che dicano come il quadro sia arrivato ad Asper. Basilius lo ebbe solo dopo la morte di Asper, nel 1571, per sei corone, tramite lo speziale zurighese Georg Clauser, e secondo il museo entrò nella collezione Amerbach nel 1579.
Holbein ritrasse Elsbeth con i due figli maggiori, Philipp e Katharina, intorno al 1528, al ritorno dal primo viaggio in Inghilterra (su di lui vedi il n. 1). Dipinse su carta, e in seguito le figure furono ritagliate lungo il contorno e incollate su una tavola di tiglio. Elsbeth guarda in basso, oltre i bambini, ha le palpebre pesanti e arrossate e gli angoli della bocca piegati in giù, e la sua mano destra, grande e pesante, è posata sulla spalla del figlio. Philipp, di profilo netto, ha la testa rovesciata indietro e guarda in alto verso destra, e anche la piccola Katharina, sulle ginocchia della madre, guarda a destra, oltre il bordo del quadro.

Alcuni studiosi ritengono che il quadro fosse più grande e che a destra vi comparisse forse Holbein stesso al cavalletto. Si basano sul fatto che entrambi i bambini guardano a destra, e sulla riflettografia a infrarossi, secondo la quale la testa di Philipp in un primo tempo era dipinta in un altro punto. Il bordo della carta ritagliata si vede lungo il contorno: attorno alla cuffia di Elsbeth corre una sottile linea chiara, e le dita della mano tesa di Katharina finiscono con un taglio netto sul margine destro. Sulla panca rossiccia, nell'angolo in basso a destra, è rimasto «152», e l'ultima cifra dell'anno se n'è andata con il ritaglio.
4. Laide di Corinto — Hans Holbein il Giovane
Lungo il bordo anteriore del parapetto di pietra grigia corre la scritta «LAIS CORINTHIACA 1526», il nome della celebre etera greca Laide di Corinto e l'anno. La mano destra della giovane donna è posata sul parapetto con il palmo in su e le dita rilassate, accanto c'è un mucchietto di monete d'oro, e una moneta sta in disparte. La donna guarda in basso, verso il palmo aperto. Indossa un corsetto di velluto rosso con tagli da cui sbuffa la tela bianca ed enormi maniche di seta ocra arancio, ha una reticella d'oro sui capelli e alle spalle una pesante tenda verde. Holbein dipinse la tavola a Basilea nel 1526, l'anno in cui partì per l'Inghilterra (su di lui vedi il n. 1).
Secondo la tradizione Laide era l'amante di Apelle, il più celebre pittore dell'antichità, e gli umanisti basilesi chiamavano Holbein «Apelle». Da qui la lettura che alcuni storici dell'arte sostengono: il vero soggetto del quadro sarebbe la pittura stessa, e l'idea che la bellezza vada pagata generosamente.
Chi posò per Holbein lo si sa da una sola riga. Negli anni Ottanta del Cinquecento, una sessantina d'anni dopo che la tavola era stata dipinta, Basilius Amerbach annotò nell'inventario della collezione che su due tavolette era ritratta una donna della famiglia Offenburg e che su una era scritto «Lais Corinthiaca». Gli Offenburg erano una famiglia di Basilea, e da allora come modella si indica ora la vedova Magdalena Offenburg, ora sua figlia Dorothea, benché nulla, all'infuori di questa annotazione, le colleghi al quadro. Più tardi nacque la leggenda, priva di qualsiasi riscontro, che Magdalena fosse l'amante di Holbein.
Anche la seconda tavoletta della stessa annotazione, «Venere e Amore», è a Basilea. Lo storico dell'arte Jochen Sander, sulla base di un'indagine tecnica, è giunto alla conclusione che si tratta di una replica della «Laide» dipinta da un aiuto di bottega, che ne riportò i contorni a specchio e cambiò la posizione della mano.
Il Consiglio dice no al principe elettore (1529–1771)

5. La Passione di Cristo — Hans Holbein il Giovane
Il 4 ottobre 1641 il Piccolo Consiglio di Basilea respinse l'inviato del principe elettore Massimiliano I di Baviera, venuto a comprare dalla città le otto scene della Passione di Cristo dipinte da Holbein. Secondo il verbale, l'inviato fu congedato «con tutta la cortesia», gli fu offerto del vino e gli fu data una scorta. Il viaggiatore francese Charles Patin scrisse più tardi, nel 1673, che il principe aveva offerto per le tavole 30.000 fiorini. Il pittore Joachim von Sandrart, autore di un ritratto di Massimiliano, raccontò nel suo libro del 1675 di aver lodato lui stesso quelle tavole al principe durante le sedute di posa, che l'inviato aveva condotto la trattativa in modo maldestro e che dopo il rifiuto la città si era convinta ancora di più del loro valore.
Holbein (su di lui vedi il n. 1) le dipinse verso la metà degli anni Venti del Cinquecento come facce esterne delle ante di un altare scolpito, probabilmente per la cattedrale di Basilea. L'intaglio che le ante chiudevano non si è conservato, mentre le ante stesse finirono nel municipio, con ogni probabilità nel 1529, quando a Basilea si distruggevano le immagini sacre nelle chiese. Le tavole centrali sono più alte di quelle laterali, così che la parte superiore della cornice comune sale a gradini verso il centro, ripetendo il profilo dell'altare perduto. Su ogni tavola ci sono due scene, una sopra l'altra, separate da una fascia di ornamento dorato. Le prime tre scene della fila superiore sono notturne: l'orazione nell'orto, la cattura e Cristo davanti a Caifa, e la luce viene da torce e fuochi dentro il quadro. Nella seconda Giuda, vestito di giallo, bacia Cristo in mezzo a una folla con torce e alabarde, e in basso a sinistra Pietro, con la barba grigia, alza la lama su Malco caduto a terra. I soldati portano corazze e brache con i tagli, come si usavano negli anni Venti del Cinquecento, e l'architettura intorno è italiana. Sandrart lodava in queste tavole la comprensione della «luce del giorno e della notte».
Nel 1770 il consiglio cedette le ante alla collezione pubblica, allora amministrata dall'università, come dono del governo di Basilea. Nel 1771 l'università incaricò il pittore Johann Nikolaus Grooth, nato a Stoccarda e attivo a Basilea come ritrattista, di pulire le tavole e riparare i danni, e a quanto pare da allora le otto scene sono riunite in un'unica cornice. Dalla metà dell'Ottocento Grooth fu accusato di aver rovinato la pittura. Nel 1997 lo storico dell'arte Bernd Lindemann esaminò le tavole e non trovò tracce di ridipinture successive, quindi la superficie liscia e uniforme che si rimproverava a Grooth è opera di Holbein stesso.

Gli eredi perdono la causa (1667–1823)

6. La morte e la fanciulla — Hans Baldung Grien
Il giurista basilese Remigius Faesch, professore di diritto e tre volte rettore dell'università, mise insieme il secondo grande gabinetto privato di Basilea, con dipinti, monete, libri, stampe e disegni, e questa tavola di Baldung era già sua quando era in vita. Morì nel 1667 senza essersi sposato e dispose per testamento che la collezione restasse in famiglia finché a gestirla ci fosse un discendente dottore in legge.
Baldung, che da giovane era stato aiutante nella bottega di Dürer a Norimberga, segnò sulla tavola l'anno 1517, quando, dopo quasi cinque anni di lavoro all'altare maggiore del duomo di Friburgo in Brisgovia, tornò a Strasburgo. In alto, a lettere d'oro, è scritto «HIE MVST DV YN», «Qui devi entrare». La Morte è un cadavere bruno, coriaceo, mezzo putrefatto, con il cranio nudo, le orbite vuote e un buco slabbrato fra le costole. Il morto sta dietro la spalla destra della ragazza e stringe nel pugno una ciocca dei suoi capelli rossicci, che scendono e si confondono con i brandelli di carne della gamba di lui. La ragazza, pallida e nuda, piange, ha gli occhi rivolti all'insù e le lacrime le scorrono sulle guance, e preme le mani giunte contro l'avambraccio ossuto del morto, come se supplicasse proprio lui. Con l'altra mano il morto indica in basso, secondo la descrizione del museo verso una fossa aperta. Il velo trasparente sui fianchi della ragazza è dipinto con poche linee bianche e non copre nulla.
L'università aveva cercato più volte di avere la collezione Faesch, e il pretesto si presentò quando ad amministrarla si trovò Johann Jakob Faesch, giurista senza dottorato. A Basilea non poteva conseguirlo, perché la cattedra di diritto era vacante. Il tribunale di primo grado diede ragione alla famiglia. Nel 1823 la corte d'appello tolse la collezione ai Faesch e la assegnò all'università, senza tener conto del fatto che nel frattempo l'erede si era addottorato in legge a Friburgo in Brisgovia.
Il museo trova il nome del pittore (anni Novanta dell'Ottocento)

7. La Sinagoga (polittico dello Specchio della salvezza) — Konrad Witz
Fino alla metà degli anni Novanta dell'Ottocento le tavole basilesi di questo altare erano attribuite alla «scuola di Geertgen tot Sint Jans», un pittore neerlandese di Haarlem. Il nome del loro vero autore, in realtà, era già stato letto, ma a Ginevra. Sulla cornice dell'altare ginevrino del 1444 è scritto «Conradus Sapientis de Basilea», la forma latina del nome di Konrad Witz da Basilea, e nel 1845 lo studioso ginevrino Blavignac lesse l'iscrizione e ipotizzò che contenesse il nome del pittore. Nessuno la mise in relazione con Basilea. A metà degli anni Novanta il conservatore della collezione di Basilea, Daniel Burckhardt, e il ginevrino Jaques Mayor si accorsero che le ante di Ginevra e le tavole di Basilea erano della stessa mano. Mayor lo pubblicò nel 1896, Burckhardt nel 1901. L'altare di Basilea non è firmato, e il museo, per la somiglianza con quello di Ginevra, ritiene molto probabile che sia di Witz.

Si ritiene che l'altare sia stato dipinto intorno al 1435 per la chiesa di San Leonardo a Basilea, e la «Sinagoga» faceva parte del lato esterno dell'anta destra. Una giovane donna sta in una stanza di pietra vuota dalle pareti grigie, in un'enorme veste giallo acido che si posa sul pavimento in pieghe spezzate. Ha gli occhi chiusi, e su di essi passa una benda trasparente, dipinta con poche sottili linee bianche, che è facile non notare. Il volto è color gesso, la testa china. Contro la spalla destra sono appoggiate due grigie tavole di pietra della Legge, e con la mano destra lei le sorregge dal basso, all'altezza della cintura. Le lettere sulle tavole somigliano a caratteri ebraici, ma il museo le definisce «ebraico di fantasia». Con la sinistra tiene una sottile asta d'oro, spezzata in cima, con una bandierina rossa, e sul margine destro, in un'apertura, si vede una striscia di azzurro intenso.
La benda sugli occhi, la lancia spezzata e le tavole che scivolano erano gli attributi consueti della Sinagoga nell'arte medievale, che la metteva in coppia con la Chiesa e così rappresentava gli ebrei che non avevano riconosciuto Cristo. Witz conservò tutti questi attributi e dipinse una giovane donna elegante, della stessa statura e della stessa figura della Chiesa sulla tavola compagna, che invece porta un mantello rosso, ha gli occhi aperti e tiene il calice e la croce.
La «Sinagoga» fu donata al museo nel 1843 dal collezionista basilese Peter Vischer-Passavant, e anche altre tavole arrivarono nell'Ottocento come doni di famiglie di Basilea. La «Chiesa» il museo la comprò nel 1928 con il denaro del governo, di due fondazioni e di molti amanti dell'arte, mentre l'angelo dell'Annunciazione è conservato qui dallo stesso anno come deposito della Fondazione Gottfried Keller (sulla fondazione vedi il n. 8). Delle 14 parti superstiti dell'altare, nove sono a Basilea. A un certo punto l'altare fu smontato e le tavole furono segate nello spessore, separando le facce anteriori da quelle posteriori, e il retro della «Sinagoga» divenne un quadro a sé, «La regina di Saba davanti a Salomone», conservato a Berlino.
La Confederazione compra il quadro di un pittore basilese (1920)
8. L'isola dei morti (prima versione) — Arnold Böcklin
Böcklin, nato a Basilea e allora residente a Firenze, dipinse questo quadro nella primavera del 1880 per il suo mecenate Alexander Günther, ma a Günther non lo consegnò. Mentre la tela era ancora incompiuta, nello studio si presentò Marie Berna, vedova di un finanziere, e chiese il quadro «per sognare», e per lei Böcklin dipinse una seconda versione, che si trova al Metropolitan Museum di New York. In tutto le versioni sono cinque.
L'isola occupa la fascia centrale della tela, che è larga, e sopra di essa c'è un cielo notturno vuoto e scuro, sotto un'acqua liscia quasi nera. Due rocce illuminate da una luce calda bruno dorata si aprono ai lati, fra loro si alzano alti cipressi neri, e nelle rocce sono scavati gli ingressi rettangolari di camere sepolcrali. Verso il molo bianco fra le rocce si avvicina una piccola barca. A un'estremità siede un rematore vestito di scuro, dietro di lui sta in piedi una figura avvolta dalla testa ai piedi in un bianco luminoso, di spalle allo spettatore, e all'altra estremità, a destra, c'è una bara coperta da un drappo bianco. Nell'angolo in basso a sinistra, nell'acqua scura, si distingue a fatica il monogramma «AB».
Nel 1920 il quadro fu acquistato dalla Fondazione Gottfried Keller. La fondazione era nata nel 1890 con i mezzi che Lydia Welti-Escher aveva donato alla Confederazione Svizzera, e prende il nome dal poeta Gottfried Keller. Sugli acquisti decide una commissione nominata dal Consiglio federale, e la fondazione affida le opere acquistate in deposito ai musei svizzeri, spesso a quelli dei luoghi da cui le opere provengono. Proprietaria dell'«Isola dei morti» è la fondazione, cioè la Confederazione, e il Kunstmuseum di Basilea la custodisce in deposito dal 1920.
I primi quadri moderni (1931–1937)

9. Senecio — Paul Klee
Quasi tutto il quadro è occupato da una testa rotonda su un collo corto, e il volto è diviso in campi di colore piatti: la metà destra del cranio giallo pallido, una fascia rosa che attraversa le due guance, i quadrati bianchi, crema e gialli del mento. Gli occhi sono contornati da un'unica linea sottile che si incrocia sulla radice del naso formando un otto, le pupille sono dischetti piatti rosso scuro, e l'occhio sinistro sta più in alto del destro. Sopra l'occhio sinistro c'è un triangolo bianco appuntito, sopra il destro un arco verde scuro, così che un sopracciglio sembra alzato. La bocca è fatta di due quadratini viola scuro, sfalsati l'uno rispetto all'altro. Il colore è steso in uno strato sottile, e sotto affiorano la preparazione a gesso e la trama della garza incollata sul cartone, soprattutto nel bianco degli occhi.
Senecio è il nome latino del senecione, un'erbaccia i cui ciuffi di semi bianchi e lanuginosi somigliano a una testa canuta, e il nome stesso della pianta viene dalla parola latina che significa «vecchio». Nel suo catalogo Klee diede al quadro anche il titolo tedesco «Baldgreis», che vuol dire più o meno «presto vecchio». Sul margine sinistro scrisse «KLEE» e sotto «1922 /// 181», l'anno e il numero del suo catalogo personale.
Klee nacque nel 1879 vicino a Berna, ma per via del padre tedesco rimase per tutta la vita cittadino tedesco. Dal 1921 insegnò al Bauhaus e dipinse «Senecio» a Weimar, nel suo secondo anno di insegnamento. Nel 1933 i nazisti lo licenziarono dall'Accademia di Düsseldorf, e alla fine dello stesso anno si trasferì a Berna. Nel 1937 le sue opere vennero rimosse dai musei tedeschi (una di esse, «Villa R», è descritta al n. 13). Nel 1939 Klee chiese la cittadinanza svizzera e morì il 29 giugno 1940 senza essere mai diventato svizzero.
Il museo comprò «Senecio» nel 1931 dai mercanti di Monaco Günther e Sophie Franke. Insieme a «Iris blu I» di Emil Nolde fu uno dei primi quadri moderni della collezione, e nel nuovo edificio principale del museo, inaugurato nel 1936, l'arte moderna si riduceva quasi soltanto a questi due quadri e a poche altre opere.


10. Marguerite Gachet al pianoforte — Vincent van Gogh
Per più di 40 anni questo quadro rimase appeso nella camera da letto di Marguerite Gachet, nella casa di suo padre, il dottor Paul Gachet, ad Auvers-sur-Oise. Nel 1934 due membri della Commissione artistica del museo di Basilea, il direttore Otto Fischer e il collezionista Rudolf Staechelin, andarono ad Auvers per vederlo in casa Gachet, e nello stesso anno il museo lo comprò.
Van Gogh arrivò ad Auvers nel maggio del 1890 per vivere vicino al dottor Gachet, ritrasse la figlia del dottore nell'estate dello stesso anno e alla fine di luglio morì. In una lettera al fratello Theo elencò i colori: «La veste è rosa. Il muro di fondo è verde con punti arancione, il tappeto rosso con punti verdi, il pianoforte viola scuro». La tela è stretta, alta il doppio della sua larghezza. Marguerite siede di profilo, china sui tasti, con i capelli raccolti in uno chignon, il pianoforte è tagliato dal margine sinistro e sopra ci sono uno spartito e una candela spenta. I punti arancione coprono il muro fino a metà della tela, e in basso a destra c'è il tappeto rosso con brevi tratti verdi.
Il pigmento rosso della veste è sbiadito con il tempo, e la veste rosa sembra quasi bianca, con pennellate verde pallido e gialle, fra le quali qua e là si vedono venature rosso rosa.

11. Ritratto del presidente del Reich Friedrich Ebert — Lovis Corinth
Il denaro per questo ritratto, nel 1937, lo misero i sindacati e il dipartimento dell'educazione del cantone di Basilea Città, e a comprarlo dalla vedova di Lovis Corinth fu il direttore del museo, Otto Fischer. Nella Commissione artistica, scrive il museo, l'acquisto fu accolto con «forte disapprovazione», e per farlo passare servì il voto dello stesso Fischer. In quello stesso anno i quadri di Corinth cominciarono a essere rimossi dai musei tedeschi (se ne parla al n. 15).
Ebert, socialdemocratico, era allora presidente del Reich tedesco, e Corinth lo ritrasse nel marzo del 1924 nell'appartamento berlinese del presidente. Il pittore voleva farlo sedere, ma Ebert rifiutò, dicendo di aver avuto una brutta esperienza con quella posa, e Corinth lo dipinse in piedi. Nell'autobiografia ricordava che la testa di Ebert lo aveva attratto per la sua «interessante bruttezza». Ebert è ritratto quasi di fronte e guarda dritto verso lo spettatore. La luce di una finestra con tende di tulle, sul margine sinistro, cade su metà del volto, mentre l'altra metà sprofonda in un'ombra bruna. L'abito scuro a doppio petto, dal lato illuminato, è dipinto a strisce vivaci di blu oltremare e di blu violaceo, la mano destra pende davanti alla giacca, la sinistra è puntata sul fianco, e le gambe, nel terzo inferiore della tela, sono appena accennate. Nell'angolo in alto a destra, sul muro, c'è scritto «Lovis Corinth / im März 1924».
Corinth aveva allora 65 anni. Dal dicembre del 1911, dopo un ictus, era in parte paralizzato, ma continuava a dipingere. Morì nel luglio del 1925.
Estate 1939: acquisti dai depositi del Reich
12. Il destino degli animali — Franz Marc
Il terzo destro di questa tela bruciò nell'inverno 1916–1917 nel magazzino di una ditta berlinese di trasporti d'arte, dove il quadro era custodito dopo la mostra postuma di Marc alla galleria berlinese Der Sturm. Marc era caduto presso Verdun il 4 marzo 1916. Un anno prima di morire, quando al fronte gli arrivò una cartolina con la riproduzione del quadro, aveva scritto alla moglie Maria: «È come un presentimento di questa guerra, orribile e sconvolgente, stento a credere di averlo dipinto io!»
Marc dipinse il quadro nella primavera del 1913 e in un primo tempo lo intitolò «Gli alberi mostravano i loro anelli, gli animali le loro vene». Prima di esporlo per la prima volta cambiò il titolo su consiglio di un amico, Paul Klee (su di lui vedi il n. 9), e nel 1919 fu proprio Klee a ricostruire la parte bruciata sulla base di un acquerello preparatorio e di alcune fotografie. Il museo scrive che, usando toni sensibilmente più scuri, lasciò visibile la perdita. Nei due terzi di sinistra, dipinti da Marc, la tela è attraversata da diagonali, dall'alto verso il margine destro precipita un enorme tronco rosso bruno, al centro si impenna un cervo azzurro con la testa rovesciata, e più a sinistra ci sono due teste di cavallo verdi con la bocca aperta. Sotto di loro c'è un triangolo bianco con sottili venature rosse, proprio le «vene» del primo titolo, e sul margine sinistro la sezione di un tronco con gli anelli. Il terzo destro, dipinto da Klee, è torbido, bruno oliva, con pallide linee rosse e grigioverdi, e il confine fra questa parte e i colori saturi di Marc è irregolare come un bordo bruciato.
Dopo la morte di Marc il quadro rimase alla vedova, nel 1930 lo comprò il museo civico di Halle, nel 1937 il ministero della propaganda del Reich lo sequestrò come «arte degenerata», e nel 1938 fu mandato nel deposito di Palazzo Schönhausen a Berlino, dove si raccoglievano le opere che secondo le autorità si potevano vendere all'estero. Nell'estate del 1939 Basilea comprò 21 opere provenienti da musei tedeschi, otto all'asta della galleria Theodor Fischer a Lucerna il 30 giugno e 13 tramite i mercanti berlinesi Karl Buchholz e Hildebrand Gurlitt, e le pagò con un credito speciale del cantone di 50.000 franchi. In luglio il nuovo direttore del museo, Georg Schmidt, scrisse al critico Paul Westheim che tutto questo gli sembrava una fiaba, «se solo le circostanze che vi hanno portato non fossero così sconvolgentemente reali e brutali». «Il destino degli animali» fu il primo di questi acquisti. Schmidt vide il quadro nel deposito di Schönhausen in maggio e si accordò per comprarlo prima ancora che il cantone approvasse il credito. Con un telegramma del 10 maggio 1939 offrì 6000 franchi a Gurlitt, che lo vendeva per conto del ministero, e alla fine ne pagò 6900.


13. Villa R — Paul Klee
Pauline Kowarzik, pittrice e collezionista di Francoforte, comprò questo quadro nel novembre del 1919, lo stesso anno in cui Klee l'aveva dipinto. Dal 1916 era la prima donna a far parte della commissione acquisti della Galleria civica di Francoforte. Nel 1926, rovinata dall'inflazione, vendette a quella galleria, che aveva sede nello Städel, quasi tutta la sua collezione d'arte moderna, 34 opere, in cambio di una rendita vitalizia. Nell'agosto del 1937 «Villa R» fu rimossa dallo Städel.
Il quadro è piccolo e notturno, su un fondo quasi nero. A sinistra del centro sorge la villa, composta di blocchi piatti, bianchi, rosati, azzurro freddo e viola, con una grande finestra divisa in quadrati rosso scuro. Un'ampia strada rossa entra dal basso a sinistra, passa davanti alla casa e, restringendosi, sale verso il margine destro. Sulla strada, a destra della casa, sta una grande R grigioverde con le grazie, dello stesso verde spento delle colline. Nell'angolo in alto a sinistra c'è un semicerchio verde, in quello a destra una luna piena gialla. Secondo il museo è uno dei primi quadri a olio di Klee, che fino ad allora aveva lavorato a lungo soltanto su carta. Nello stesso anno dipinse «Città R», con una grande lettera nera, e il Lenbachhaus di Monaco, dove si trova quel quadro, definisce cifrato il significato della lettera.
Il 30 giugno 1939 la galleria Theodor Fischer mise all'asta a Lucerna 125 opere rimosse dai musei tedeschi, e 86 di esse finirono in collezioni fuori dalla Germania. La delegazione di Basilea non aveva intenzione di fare offerte per «Villa R», che in catalogo figurava al numero 59 come «Casa lungo la strada», e la comprò con il denaro rimasto dopo gli acquisti previsti. Fra i quadri a olio di Klee, a quell'asta ne arrivarono soltanto due, «Villa R» e «Giardino del convento», e «Giardino del convento» bruciò nel 1940.


14. Autoritratto a mezza figura nuda con collana d'ambra II — Paula Modersohn-Becker
Nel febbraio del 1906 Paula Modersohn-Becker lasciò il marito, il pittore Otto Modersohn, partì dal villaggio di artisti di Worpswede, vicino a Brema, e cominciò a lavorare da sola a Parigi. In quell'anno dipinse una quindicina di autoritratti. Per alcuni di essi si fece fotografare nuda, a quanto pare dalla sorella Herma, e questo autoritratto, scrive il museo, è dipinto sulla base di una fotografia. Il museo lo considera uno dei primi autoritratti nudi della storia e ritiene che con ogni probabilità lei non intendesse mostrarlo al pubblico.
Guarda lo spettatore con grandi occhi scuri, la testa appena inclinata, le labbra ferme, rosso vivo, chiuse in un piccolo sorriso trattenuto. Fra i capelli ha tre fiori rosa. La lunga collana di grosse perle d'ambra è dipinta a dischi piatti color senape e ocra e pende a ferro di cavallo sotto il seno. Con la mano destra alzata tiene fra la punta delle dita un fiore rosa dal gambo corto, il braccio sinistro attraversa il corpo, e la mano è piegata bruscamente all'insù. Alle sue spalle ci sono fitti steli blu scuro con foglie, su un fondo grigio azzurro pallido. Il museo vi riconosce l'influenza degli antichi ritratti delle mummie, frontali, con grandi occhi, con un fiore in mano.
Nella primavera del 1907 tornò con il marito a Worpswede, il 2 novembre diede alla luce una figlia e il 20 novembre morì, a 31 anni. L'autoritratto fu esposto per la prima volta nel 1913, e nello stesso anno lo comprò il collezionista di Hannover Herbert von Garvens-Garvensburg. Nel 1928 il Kestner-Museum di Hannover lo acquistò da lui, e nel 1937 il quadro fu rimosso dal museo.

A Lucerna, il 30 giugno 1939, era il lotto numero 97. Alla vigilia dell'asta il cantone aveva approvato 50.000 franchi dei 100.000 richiesti, e la Commissione artistica comprò questo quadro anche se il prezzo superò il limite che la commissione stessa aveva fissato. Lo stesso giorno Basilea rinunciò alla «Famiglia Soler» di Picasso, perché avrebbe assorbito quasi tutto il credito. A Basilea ci sono altri due quadri di Modersohn-Becker, comprati nel 1939 tramite Buchholz, e uno di questi, «Ragazzo con gatto», era stato anch'esso rimosso dal Kestner-Museum.

15. Ecce Homo — Lovis Corinth
Il pittore Adolf Ziegler, inaugurando a Monaco il 19 luglio 1937 la mostra «Arte degenerata», disse che Corinth, «dopo il secondo colpo, aveva prodotto soltanto imbrattature morbose e incomprensibili». Fra i sette quadri di Corinth in mostra ce n'erano tre della Nationalgalerie di Berlino, e fra questi «Ecce Homo». Era stato rimosso dalla galleria il 7 luglio, nella prima ondata di sequestri, quando si raccoglievano le opere per Monaco. In tutto dai musei tedeschi furono rimossi 45 quadri di Corinth. La curatrice del museo di Basilea Eva Reifert ha detto nel 2017 che allora, a quanto sembra, non c'era accordo sul fatto che questo quadro fosse da considerare «degenerato», sebbene compaia in moltissime fotografie della mostra di Monaco.
Corinth lo dipinse nel 1925, l'ultimo anno della sua vita (su di lui vedi il n. 11), e secondo il museo posarono per lui alcuni conoscenti. Tre figure a grandezza naturale stanno spalla a spalla, tagliate all'altezza delle ginocchia dal margine inferiore. Al centro c'è un giovane Cristo con la corona di spine e una tunica rossa senza maniche, con il volto, le spalle e le braccia schizzati di sangue e i polsi incrociati legati con una grossa corda. A sinistra Pilato, in un camice bianco dipinto con biacca e toni azzurri freddi e con una fascia gialla sulla fronte, indica Cristo con il palmo aperto. A destra c'è un soldato calvo in un'armatura d'acciaio scuro, e verso di lui va la corda che parte dalle mani legate di Cristo. Il rosso, il nero grigio e il bianco stanno in tre grandi macchie, la pennellata è ovunque rapida e densa, e la parte dipinta con più cura è il volto di Cristo. Nell'angolo in alto a sinistra Corinth scrisse sulla tela «Ecce Homo. / Lovis Corinth / 1925».
Dopo la morte di Corinth il quadro rimase alla vedova, nel 1929 lo comprò la Nationalgalerie, e nell'agosto del 1938, ormai sequestrato, finì nel deposito di Schönhausen. Alla fine di maggio del 1939 Georg Schmidt andò a Berlino e insieme al mercante Karl Buchholz scelse le opere che furono poi spedite a Basilea in visione. Il 12 giugno Buchholz acquistò «Ecce Homo» dal ministero della propaganda per conto di Basilea, e dopo l'asta di Lucerna la Commissione artistica scelse fra le opere ricevute altre 12, fra cui questo quadro. Nel 1949 Paul Ortwin Rave, che dirigeva la Nationalgalerie quando il quadro ne era stato rimosso, mise «Ecce Homo» sulla copertina del suo libro «La dittatura sull'arte nel Terzo Reich», uno dei primi libri sulla campagna contro l'«arte degenerata».

Gli emigrati donano, il museo compra ciò che si era lasciato sfuggire (1941–1977)
16. Ta matete (Il mercato) — Paul Gauguin
Questo quadro Robert von Hirsch lo donò a Basilea quando, nel 1940, ottenne la cittadinanza svizzera, e nell'inventario del museo entrò nel 1941. Hirsch era nato nel 1883 a Francoforte sul Meno in una famiglia ebrea assimilata, nel 1898 era entrato nella ditta di pellami dei suoi parenti a Offenbach, nel 1913 aveva ricevuto dal granduca d'Assia il «von» nobiliare, e nel 1917 era diventato l'unico proprietario della ditta. Cominciò a collezionare arte intorno al 1907, e nella sua collezione c'erano oreficerie e smalti medievali, disegni di Dürer, manoscritti e pittura francese moderna. Progettava una grande donazione ai musei di Francoforte, ma nel 1933, dopo l'ascesa dei nazisti al potere, emigrò a Basilea, dove la ditta aveva una filiale, e vi portò tutta la collezione tranne un quadro (se ne parla al n. 19).

Gauguin dipinse «Ta matete» nel 1892, durante il suo primo soggiorno a Tahiti. In tahitiano significa «il mercato», ed è così che il museo intitola il quadro. È noto anche come «Oggi non andremo al mercato», un titolo che non traduce le parole tahitiane. Cinque donne in lunghe vesti accollate siedono in fila su una panca verde, ogni veste di un solo colore piatto, dal verde quasi nero a sinistra al giallo a destra. Le teste sono ora di profilo netto, ora girate, le mani alzate mostrano i palmi, e soltanto la donna al centro guarda dritto verso lo spettatore. Gauguin costruì questa fila su una pittura egizia, una scena di banchetto dalla tomba dello scriba Nebamun al British Museum, di cui aveva portato con sé a Tahiti una fotografia. Dipinse su juta, e in tutto il quadro la trama grossa affiora sotto il colore sottile e opaco.
A Basilea Hirsch sposò nel 1945 la scultrice Martha Dreyfus-Koch, e nel 1955 ricevette la laurea honoris causa dall'Università di Basilea. Più tardi i suoi rapporti con il museo si guastarono. Hirsch pensava che l'arte contemporanea dovessero comprarla i collezionisti privati e che i musei dovessero attenersi a ciò che era già riconosciuto, e quando il Kunstmuseum, sotto la direzione di Franz Meyer, cominciò a comprare la nuova pittura americana, rinunciò all'idea di lasciare alla città l'intera collezione. Morì a Basilea il 1° novembre 1977, e per sua volontà testamentaria la maggior parte della collezione fu venduta nel 1978 all'asta da Sotheby's a Londra.
17. Donna con mandolino (da Corot) — Juan Gris
Intorno al 1860–1865 Camille Corot dipinse nello studio una modella in costume italiano, seduta con un mandolino sulle ginocchia, che guarda pensosa lo strumento, e in seguito il quadro fu soprannominato «La sognatrice con il mandolino». Nel 1916 si trovava a Budapest, nella collezione del barone Mór Lipót Herzog, ed è conservato al Saint Louis Art Museum. Nel settembre di quello stesso 1916 Juan Gris ne ricavò un suo quadro.
Gris riprese i dettagli di Corot: la fascia nei capelli con una fila di perline, l'orecchino di perla, la camicia bianca sotto il corpetto scuro, il mandolino di traverso sulle ginocchia, con la cassa a sinistra e il manico a destra, e l'inclinazione della testa. Del colore di Corot non lasciò quasi nulla, e il quadro è dipinto in grigio ardesia, nero, bianco gesso, verde bottiglia scuro e bruno ruggine. Il volto è diviso in una metà chiara e una scura, un occhio è contornato da una sottile linea bianca, il mandolino è diventato una tavola bruno ruggine con le corde graffiate in bianco, e le estremità tonde delle maniche bianche sono ombreggiate da una fitta punteggiatura grigia, simile a uno spruzzo di vernice.

Gris era nato a Madrid nel 1887 e dal 1906 viveva a Parigi. Nel 1916 il suo mercante, Daniel-Henry Kahnweiler, suddito tedesco, aspettava in Svizzera la fine della guerra, e in maggio Gris firmò un contratto con Léonce Rosenberg. In quello stesso anno cominciò a dipingere figure e fece disegni da Raffaello, Velázquez e Cézanne.
Il quadro fu donato a Basilea da Raoul La Roche, figlio di un banchiere basilese, che dal 1911 al 1954 lavorò in una banca a Parigi. Dal 1918 era amico dell'architetto Le Corbusier e del pittore Amédée Ozenfant, che lo aiutavano a collezionare i cubisti, e Le Corbusier costruì per lui e per la sua collezione la villa La Roche ad Auteuil, a Parigi. Nel 1952, nel 1956 e nel 1963 La Roche donò a Basilea 90 opere cubiste e puriste, e da allora si cominciò a venire a Basilea per vedere il cubismo. Gris dipinse «Donna con mandolino» a olio su compensato, e attraverso il sottile colore grigio del fondo, soprattutto nell'angolo in alto a destra, affiorano le fibre verticali del legno.
18. La riva del fiume — Henri Matisse
Il 30 giugno 1939, a Lucerna, il direttore del museo di Basilea, Georg Schmidt, vide «La riva del fiume» di Matisse, lotto numero 96, aggiudicata a Max Mueller di Ascona. Quel giorno Basilea comprò altre otto opere. Il quadro apparteneva al museo Folkwang, e il fondatore del museo, Karl Ernst Osthaus, l'aveva comprato nel febbraio del 1908 alla galleria parigina Bernheim-Jeune, pochi mesi dopo aver acquistato il primo quadro di Matisse finito in un museo. Dopo la morte di Osthaus la sua collezione passò nel 1922 da Hagen a Essen, e nel 1937 il quadro fu rimosso da lì come «arte degenerata».

Matisse lo dipinse nella primavera del 1907 a Collioure, un villaggio di pescatori sul Mediterraneo vicino al confine spagnolo, dove in quegli anni, insieme ad André Derain, era arrivato al fauvismo. Lungo il margine superiore si allunga un ramo con grandi foglie verde scuro a forma di mandorla. I tronchi sottili degli alberi sono dipinti con linee rosso mattone e rosa, e sotto la fascia rosso arancio della riva lontana proseguono nell'acqua blu come riflessi, così che ogni albero è disegnato due volte. Il verde, il viola, il rosso arancio e il blu stanno uno accanto all'altro in macchie pure, senza nero. Sul margine destro, fra i tronchi, siede una figurina minuscola con un cappello di paglia, vestita di lilla pallido, con qualcosa di bianco sulle ginocchia. La firma nell'angolo in basso a destra è tracciata in blu sull'acqua: «Henri-Matisse».
Il museo non è riuscito a stabilire chi possedesse il quadro fra il 1939 e il 1953. Nel 1953, 14 anni dopo Lucerna, a Basilea fu proposto di comprarlo da una collezione privata tramite il mercante Ernst Beyeler, e Schmidt, ancora direttore, lo definì un'«opera particolarmente preziosa» del periodo fauve classico di Matisse.
19. Il giudizio di Paride — Lucas Cranach il Vecchio
Nel 1933 «Il giudizio di Paride» figurava nell'elenco tedesco delle opere d'arte di valore nazionale, e quando Robert von Hirsch lasciò Francoforte per Basilea (su di lui vedi il n. 16), non gli fu permesso di portarlo via con il resto della collezione. Nel marzo del 1936 il quadro passò a Hermann Göring tramite il mercante berlinese Johannes Hinrichsen, e nella banca dati della collezione Göring la transazione è registrata come vendita forzata. Spesso si racconta un'altra versione, anche se gli storici non hanno trovato documenti che la confermino: Hirsch avrebbe ceduto il Cranach a Göring come prezzo del permesso di esportare il resto. Nel 1937 Göring prestò il quadro alla mostra di Cranach a Berlino. Dopo la guerra il quadro fu restituito a Hirsch il 31 agosto 1954, e nel 1977 arrivò a Basilea come dono di Martha e Robert von Hirsch.
A sinistra siede Paride in armatura d'argento, ricciuto e barbuto, e ai suoi piedi ci sono un cappello con piume bianche di struzzo e una spada. Sopra di lui sta Mercurio, un vecchio dalla barba grigia in una fantastica armatura color rame aranciato, coperta di conchiglie e spirali, con una sfera di vetro in mano. A destra ci sono le tre dee, nude, con addosso soltanto veli trasparenti che si vedono come linee sottili sui fianchi e sulle braccia. Quella al centro è di spalle, con un ampio cappello rosso e una pesante catena d'oro, e guarda oltre la spalla dritto verso lo spettatore. Dall'alto, da una nuvola, Cupido prende la mira su di loro, e dietro gli alberi si vedono un castello su una rupe, una città e montagne azzurre. Sulla pietra sotto il piede della dea di destra Cranach scrisse «15» e «28», e fra le due cifre mise il segno della sua bottega, il serpente alato.
Sul retro della tavola è rimasta l'etichetta dattiloscritta della mostra berlinese del 1937, che indica come proprietario del quadro il «ministro presidente Göring».

Un acquisto riesaminato (1940, 2021–2023)

20. La musa che ispira il poeta — Henri Rousseau
Il 12 giugno 1940 Charlotte von Wesdehlen scrisse da Ginevra ad Alice Bernoulli, moglie del mercante d'arte basilese Christoph Bernoulli, elencò 12 suoi quadri e aggiunse che ora avrebbe voluto venderne uno, «perché è necessario». Nata Reichenheim, ebrea, figlia di collezionisti berlinesi, in precedenza era stata sposata con il banchiere Paul von Mendelssohn-Bartholdy, e nel 1913 i due coniugi avevano comprato questo quadro dal mercante parigino Paul Rosenberg. Dopo il divorzio, nel 1927, il quadro andò a lei. Nel 1930 sposò il conte von Wesdehlen, capitano di cavalleria prussiano a riposo originario di Neuchâtel, e divenne cittadina svizzera. Il quadro passò il confine svizzero a Briga il 5 ottobre 1935, come risulta dall'etichetta doganale sul retro della tela, mentre Charlotte lasciò Berlino nel 1938. Il Reich le impose la tassa sui patrimoni ebraici e la tassa per l'espatrio, e queste due tasse le portarono via tutto il patrimonio personale.
Rousseau, pittore autodidatta ed ex impiegato del dazio di Parigi, dipinse il quadro nel 1909, un anno prima di morire, su commissione di Guillaume Apollinaire, e si tratta di un doppio ritratto: il poeta sta accanto alla sua compagna, la pittrice Marie Laurencin, raffigurata come la Musa. Nella prima versione, conservata al Museo Puškin di Mosca, Rousseau dipinse delle violacciocche al posto dei garofani dei poeti, che anche in francese si chiamano «garofani del poeta», e Apollinaire ci scherzò sopra in un giornale. Nella versione di Basilea, la seconda, davanti alle due figure c'è una fila di alti steli di garofano dei poeti con capolini piatti di piccoli fiori rosa, bianchi e rosso scuro. La Musa, in una lunga veste grigio lilla, ha alzato la mano destra con l'indice teso verso l'alto, e fra i capelli e al collo porta fiori scuri con foglie verdi. Apollinaire, in abito nero, guarda dritto davanti a sé, nella destra ha una penna bianca, nella sinistra un foglio arrotolato, e sopra di loro i rami degli alberi si chiudono ad arco, con le foglie contornate una per una. Apollinaire ricordava che alla prima seduta Rousseau gli aveva misurato naso, bocca, orecchie, fronte, mani e tutto il corpo e aveva riportato le misure sulla tela in scala ridotta. Nel 1913, un anno dopo la rottura con Laurencin, Apollinaire affidò il quadro a Rosenberg perché lo vendesse.

Nell'estate del 1940 il direttore del museo, Georg Schmidt, disse dapprima a Charlotte von Wesdehlen che il museo non aveva soldi, perché tutto se ne andava per trasferire la collezione in depositi a prova di bomba, e alla fine di luglio andò lui stesso a trovarla a Ginevra. Il 1° agosto scrisse a Bernoulli di averla fatta scendere «dalle altezze del falsetto sul terreno della realtà», che lei, a quanto pareva, «doveva vendere a qualunque prezzo» e che se lui avesse messo sul tavolo 12.000 franchi, lei li avrebbe afferrati. Al collezionista Rudolf Staechelin, che aveva anticipato il denaro al museo, Schmidt scrisse che «tutti gli interessati sanno che si tratta, in sostanza, di un prezzo vergognosamente basso» per una delle principali opere classiche di Rousseau. Nel verbale della Commissione artistica del 2 settembre 1940 Schmidt definì l'offerta uno dei «colpi di fortuna che c'era da aspettarsi in conseguenza della guerra». Il museo pagò 12.000 franchi, anche se in tempi normali, secondo lo stesso Schmidt, per il quadro se ne sarebbero ottenuti fra 30.000 e 40.000. In seguito Charlotte von Wesdehlen non si lamentò di questa vendita, e morì a Ginevra nel 1946.
Nel 2001 la Commissione indipendente d'esperti che la Svizzera aveva incaricato di studiare il ruolo del paese nella Seconda guerra mondiale esaminò questo acquisto come caso esemplare di «beni in fuga». Con questa espressione la commissione indicava ciò che gli emigrati dalla Germania vendevano in paesi fuori dal dominio nazista, per distinguerlo dall'arte razziata. Nel 2021 gli avvocati che rappresentavano uno degli aventi causa di Charlotte von Wesdehlen chiesero al museo di riesaminare la transazione, e nel 2022 chiesero la restituzione del quadro. Il 20 dicembre 2023 la Commissione artistica adottò una decisione di 54 pagine. Vi si legge che nel comportamento dei collaboratori del museo di allora «non si può non notare un inquietante disprezzo per la persona di Charlotte von Wesdehlen e una considerevole freddezza» e che questo «fa parte della storia del Kunstmuseum di Basilea». La commissione riconobbe che la vendita era legata alla persecuzione, perché senza la persecuzione non ci sarebbe stata vendita, e che a Charlotte von Wesdehlen quel denaro serviva per vivere. Già nel 2020 il museo aveva concluso un accordo simile per le stampe comprate nel 1933 alla vendita della collezione di Curt Glaser. La commissione rifiutò di restituire la «Musa», ma si espresse a favore di trattative per un risarcimento in denaro «di entità adeguata».
Altro da vedere
I due quadri di Picasso «I due fratelli» e «Arlecchino seduto» la città li comprò dopo che nel 1967 gli abitanti di Basilea avevano votato a favore dell'acquisto in un referendum, e Picasso, per ringraziare, regalò al museo altre quattro opere. Degli acquisti dell'estate 1939 la collezione conserva «La sposa del vento» di Oskar Kokoschka, «La presa di tabacco» di Marc Chagall e «Due gatti, blu e giallo» di Franz Marc. Di Holbein vale la pena vedere anche i ritratti di Erasmo da Rotterdam del 1523 e del 1532 e il dittico giovanile di Meyer zum Hasen del 1516. Nell'«Idiota» il principe Myškin ricorda un altro quadro visto a Basilea, e di solito lo si identifica con la «Decollazione di san Giovanni Battista» di Hans Fries, del 1514, anch'essa di proprietà del museo. Nel Gabinetto delle stampe, dove si conserva la maggior parte delle oltre 300.000 opere del museo, si trovano anche i disegni del gabinetto Amerbach.


































































