Il Musée d'Orsay aprì nel dicembre 1986 nell'edificio della stazione che l'architetto Victor Laloux aveva costruito per l'Esposizione universale del 1900. La raccolta del nuovo museo fu formata quasi per intero con opere che appartenevano già allo Stato. L'arte francese della seconda metà dell'Ottocento arrivò qui dal Louvre, dalla galleria del Jeu de Paume, dove dal 1947 erano esposti gli impressionisti, e dal Musée national d'art moderne. Molti quadri, prima di approdare al Louvre, erano rimasti appesi per anni al Musée du Luxembourg, dove lo Stato mandava le opere degli artisti viventi.
Nel 1863 Napoleone III comprò al Salon «La nascita di Venere» di Alexandre Cabanel, mentre la giuria dello stesso Salon respinse «La colazione sull'erba» di Édouard Manet, e il quadro finì al Salon des Refusés. La «Colazione» entrò nelle collezioni nazionali 43 anni dopo, come dono di un collezionista privato. Che cosa la Francia dovesse tenere per sé lo decisero, di volta in volta, l'imperatore e il parlamento, i conservatori del Louvre e i donatori privati, i pittori che raccolsero il denaro con una colletta e gli eredi che pagarono con un quadro l'imposta di successione.
L'imperatore e la sorella del pittore, 1879–1881
1. La nascita di Venere — Alexandre Cabanel
Quando nel 1870 cadde il Secondo Impero, i beni di Napoleone III acquistati con i fondi della lista civile, cioè con il bilancio personale dell'imperatore, furono posti sotto sequestro. La contesa si trascinò fino al 1879. Alla fine si stabilì che le opere delle residenze imperiali passassero allo Stato, e i conservatori del Louvre scelsero fra queste ciò che presentava un «interesse storico o artistico», guardando alla fama del pittore e del quadro stesso. «La nascita di Venere», che l'imperatore aveva comprato per sé al Salon del 1863, la tennero. Nell'inventario dello Stato il quadro risulta sequestrato e assegnato ai musei nazionali per decisione del tribunale nel 1879. Nel 1881 fu mandato al Musée du Luxembourg, e nel 1923 al Louvre.
Venere giace sulla cresta di una piccola onda, con i piedi a sinistra e la testa a destra. Ha portato il braccio destro sul viso, e da sotto il gomito si vedono gli occhi socchiusi, come quelli di chi non si è ancora svegliato. I capelli d'un oro rossiccio si allargano sull'acqua lungo l'onda. Sopra di lei volano ad arco cinque amorini, e due soffiano in conchiglie. Il corpo è dipinto liscio, quasi senza ombre, la pennellata non si distingue, e sulla tela è più chiara del corpo soltanto la schiuma bianca sotto le spalle.
Quella levigatezza i contemporanei la giudicarono in modi diversi. Théophile Gautier scrisse nel 1863 che il corpo sembrava modellato nella schiuma nivea delle onde. Émile Zola, che vide il quadro all'Esposizione universale del 1867, chiamò Venere «una graziosa lorette», cioè una mantenuta, annegata in un fiume di latte e fatta di «una sorta di pasta di mandorle bianca e rosa». Lo scrittore Joris-Karl Huysmans la battezzò «la Venere alla panna».

2. Un funerale a Ornans — Gustave Courbet
Nell'inverno 1849–1850 Gustave Courbet, che aveva 30 anni, dipinse questo quadro nella natia Ornans, in Franca Contea, nella soffitta della casa dove un tempo avevano vissuto i nonni materni. La soffitta era stretta per una tela simile, e Courbet lavorava a pezzi, tenendo arrotolato il resto. In una lettera all'amico critico Champfleury si lamentava di dipingere alla cieca, senza poter fare un passo indietro. La tela è lunga quasi sette metri, e le figure sono a grandezza naturale. In quel formato si dipingevano allora scene storiche e religiose, e qui invece una cittadina di provincia seppellisce uno dei suoi abitanti. Chi venga sepolto, dal quadro non si capisce, e gli storici propongono risposte diverse, dal nonno del pittore, morto nel 1848, al funerale della repubblica stessa.
Posarono gli abitanti di Ornans, uno dopo l'altro. In una lettera Courbet elencava il sindaco, il curato, il giudice di pace, il notaio, suo padre, i chierichetti, il becchino e due vecchi rivoluzionari del 1793. Quei due stanno a destra del centro con abiti di mezzo secolo prima, calzoni corti e ghette, e davanti a loro c'è un cane bianco con la testa scura. Il becchino in camicia bianca si è messo in ginocchio sul bordo della fossa e guarda di lato, oltre il prete. Nel nero dei vestiti spiccano soltanto due sagrestani in paramenti rossi e alti berretti rossi. La fossa è tagliata dal margine inferiore del quadro, così che lo spettatore si trova dall'altra parte della buca, e accanto, sulla terra smossa, giacciono un teschio e delle ossa.
Courbet aveva appena ricevuto una medaglia al Salon del 1849, e perciò espose il «Funerale» al Salon del 1850–1851 senza passare dalla giuria. I critici attaccarono il quadro per la bruttezza dei volti, e un compratore non si trovò. Nel 1864 Courbet ne descriveva così lo stato: la cornice rotta, il telaio usato per altro, la tela arrotolata e malridotta.
Dopo la Comune Courbet fu riconosciuto colpevole dell'abbattimento della colonna Vendôme e condannato a pagarne la ricostruzione. Riparò in Svizzera e vi morì il 31 dicembre 1877. Tre anni dopo sua sorella ed erede Juliette donò il «Funerale» allo Stato, e nel 1882 il quadro fu esposto per la prima volta al Louvre. Nel 1881, lo stesso anno del dono, Juliette vendette all'asta un altro grande quadro del fratello, «L'atelier del pittore».

Nel restauro del 2025–2026 dal quadro è stata tolta la vernice ingiallita e sono stati distesi i bordi che prima erano ripiegati dietro il telaio. Lungo il margine inferiore è riemersa una sottile striscia di pittura di Courbet.
Una vedova, i pittori e un poeta, 1890–1891
3. Le spigolatrici — Jean-François Millet
Jeanne-Alexandrine Pommery, la vedova che dirigeva la maison di champagne Pommery a Reims, voleva comprare per il Louvre «L'Angelus» di Millet, e non ci riuscì. Il 3 ottobre 1889 il suo intermediario, il mecenate di Reims Louis Guyotin, inoltrò una lettera in cui si diceva che in cambio lei aveva acquistato «Le spigolatrici». Al proprietario del quadro, Bischoffsheim, pagò 300.000 franchi, e lo destinò subito in dono allo Stato.
Millet, figlio di contadini normanni, dal 1849 viveva a Barbizon, un villaggio al margine della foresta di Fontainebleau, e lì dipingeva il lavoro dei campi. Nel quadro tre donne raccolgono le spighe rimaste su un campo mietuto. Due sono piegate in due, con la testa più in basso della schiena, la terza si sta raddrizzando con un mazzetto di spighe in mano, e da sinistra a destra si legge un solo movimento: allungarsi, raccogliere, rialzarsi. Il sole è basso a sinistra, le ombre vanno verso destra, i volti restano in ombra. In lontananza, in una foschia dorata, ci sono covoni enormi, un carro, i mietitori, e a destra, vicino ai fabbricati, un minuscolo cavaliere, il sorvegliante. Spigolare dopo la mietitura era un antico diritto dei poveri, i regolamenti locali lo limitavano, e il sorvegliante badava che fossero rispettati.
Al Salon del 1857 il critico conservatore Paul de Saint-Victor chiamò le tre donne «le tre Parche della miseria», mentre il liberale Edmond About lodava la severa semplicità del quadro. Dopo il Salon fu venduto per 2000 o 3000 franchi (le fonti riportano entrambe le cifre).
Madame Pommery donò il quadro allo Stato riservandosi l'usufrutto a vita. I conservatori del Louvre accettarono il dono il 30 gennaio 1890, il decreto fu firmato il 15 marzo, e il 18 marzo Madame Pommery morì.
4. Olympia — Édouard Manet
Una donna è distesa su due grandi cuscini bianchi e guarda dritto verso lo spettatore, con uno sguardo fermo e inespressivo. Addosso ha soltanto un nastrino nero al collo con un pendente di perla, un bracciale d'oro, un fiore rosa fra i capelli e delle pianelle senza tallone. La mano sinistra la tiene premuta sulla coscia. Una domestica nera le porge un mazzo di fiori avvolto in carta bianca, ma la padrona i fiori non li guarda. Ai piedi del letto c'è un gattino nero con la schiena inarcata e la coda ritta, e sul muro scuro quasi non si distingue, se ne vedono solo i due occhi gialli. La luce cade sul corpo di fronte, piatta, le ombre sono quasi assenti, e a tenere la forma è il contorno.
Posò Victorine Meurent, la modella abituale di Manet, che più tardi divenne pittrice a sua volta ed espose al Salon. È lei anche a sedere nella «Colazione sull'erba». La domestica, come ha scoperto la storica dell'arte Denise Murrell, si chiamava Laure e abitava non lontano da Manet, nel quartiere delle Batignolles.
Manet dipinse «Olympia» nel 1863 e la espose al Salon del 1865. Il giornale Le Siècle scrisse di una donna che «era rimasta almeno due giorni sul tavolo dell'obitorio» e il cui «ventre comincia a diventare verde». Dopo un mese l'amministrazione spostò il quadro sopra le porte, lontano dagli occhi. Rimase invenduto, e dopo la morte di Manet, nel 1883, passò alla vedova Suzanne.


Nel luglio 1889 il pittore Claude Monet, insieme allo scrittore Octave Mirbeau, lanciò una sottoscrizione per acquistare «Olympia» dalla vedova e donarla allo Stato. Edgar Degas diede 100 franchi, lo scultore Auguste Rodin 25, spiegando in una lettera che ci teneva a vedere il proprio nome nell'elenco. Zola, che già negli anni Sessanta aveva difeso Manet sulla stampa, rifiutò di sottoscrivere. Il 7 febbraio 1890 Monet, a nome dei sottoscrittori, offrì il quadro al ministro della Pubblica istruzione Armand Fallières. In tutto si erano raccolti 19.415 franchi. Lo Stato accettò il dono per il Musée du Luxembourg, benché i sottoscrittori puntassero al Louvre. Nel 1907 Georges Clemenceau, amico di Monet e ormai presidente del Consiglio, dispose che «Olympia» passasse al Louvre.
5. Arrangiamento in grigio e nero n. 1 (La madre dell'artista) — James McNeill Whistler
Prima che la Francia lo comprasse, James Whistler, un americano che aveva studiato pittura a Parigi e viveva a Londra, aveva dato più volte il quadro in pegno. Nel 1878 vinse la causa per diffamazione contro il critico John Ruskin, ottenne per sentenza un farthing e si rovinò con le spese processuali. Nel 1878–1879 il ritratto della madre rimase in pegno presso la ditta londinese Graves, che commerciava in stampe. Al momento del fallimento fu stimato 500 sterline, e Whistler lo riscattò a rate. Nel 1886 lo impegnò di nuovo, stavolta presso l'impresario teatrale Richard D'Oyly Carte, per le stesse 500 sterline.
Lo dipinse nel 1871 a Chelsea. La modella non si presentò, e Whistler chiese di posare alla madre, Anna Whistler, che aveva passato i sessanta. All'inizio lei posò in piedi, ma si stancò, e il figlio la fece sedere. La madre siede a destra, di profilo rigoroso, rivolta a sinistra. L'abito nero è dipinto come un'unica massa scura e piatta dalla spalla al pavimento e si legge come una silhouette. Un colore caldo c'è solo sul viso e sulle mani. In testa porta una cuffia bianca di pizzo con lunghi nastri, fra le mani raccolte in grembo un fazzoletto bianco, e i piedi poggiano su un basso sgabello. Sulla parete grigia è appesa, in una cornice nera con un largo passe-partout bianco, un'acquaforte dello stesso Whistler con i magazzini sul Tamigi, e sulla tenda scura a sinistra, fra piccoli fiori, si distingue appena la sua firma, una farfalla in un cerchio.
Whistler scelse un titolo che mettesse al primo posto i colori. Il sottotitolo «Ritratto della madre dell'artista» il quadro lo portava già alla prima esposizione, alla Royal Academy di Londra nel 1872.
Nel 1891 il ritratto fu esposto a Parigi alla galleria Goupil. Dell'acquisto si occuparono il poeta Stéphane Mallarmé, i critici Théodore Duret e Roger Marx e il politico Georges Clemenceau. Il prezzo fu tenuto basso apposta, perché lo Stato accettasse, e il 30 novembre 1891 lo Stato comprò il quadro per 4000 franchi, registrandolo come «ritratto di una signora anziana». Mallarmé scrisse che per quel quadro il Musée du Luxembourg era soltanto l'anticamera del Louvre. All'inizio del 1892 Whistler ricevette la Legion d'onore.

Nel 1934 le poste degli Stati Uniti emisero per la Festa della mamma un francobollo con questo quadro, tagliando la composizione e aggiungendo un vaso di fiori.
Il lascito di Caillebotte, 1894–1896
6. Ballo al Moulin de la Galette — Pierre-Auguste Renoir
Il giornalista Georges Rivière, amico di Renoir, è ritratto in questo quadro fra la compagnia seduta al tavolino, e più tardi ne scrisse lui stesso. Secondo i suoi ricordi del 1921, nell'estate del 1876 Renoir prese in affitto una vecchia casetta in rue Cortot, a Montmartre, vicino al Moulin de la Galette, un giardino da ballo accanto ai vecchi mulini, e vi abitò per tutto il tempo in cui lavorò al quadro. Posarono i suoi amici, pittori e letterati, e alcune ragazze di Montmartre. Al tavolino Rivière nomina se stesso, i pittori Franc-Lamy e Norbert Goeneutte e due sorelle, Jeanne ed Estelle. La ragazza con l'abito a righe seduta sulla panca è di solito identificata con Estelle. Nella primavera del 1877 il quadro fu esposto alla terza mostra degli impressionisti, e Rivière scrisse sul suo piccolo giornale «L'Impressionniste» che era «una pagina di storia, un monumento prezioso della vita parigina, eseguito con un'esattezza rigorosa».
La luce filtra attraverso il fogliame e si posa a chiazze pallide, azzurre e gialle, sul terreno, sui cappelli di paglia, sulle spalle delle giacche scure. Le ombre Renoir le dipinse azzurre. I volti in primo piano sono morbidi e caldi, mentre più in là la folla si scompone in pennellate e in cappelli che ondeggiano. Nell'angolo in basso a sinistra la cornice taglia il volto di una giovane donna e di un bambino biondo, come in un'istantanea scattata per caso.

Il quadro lo comprò Gustave Caillebotte, pittore di famiglia ricca, che acquistava le opere degli amici e ne finanziava le mostre. Secondo il museo lo comprò tra il 1877 e l'aprile del 1879. Caillebotte morì il 21 febbraio 1894 e lasciò la sua collezione allo Stato perché i quadri andassero al Musée du Luxembourg e poi al Louvre. Come esecutore testamentario nominò Renoir. Lo Stato accettò solo una parte della raccolta, i quadri furono consegnati nel 1896, e dal 1897 furono esposti in un'ala aggiunta del Musée du Luxembourg.
La seconda versione del «Ballo», più piccola e dipinta con maggiore libertà, è rimasta in mani private. Nel 1990, a un'asta di Sotheby's a New York, la comprò per 78,1 milioni di dollari l'imprenditore giapponese Ryoei Saito.
7. La stazione di Saint-Lazare — Claude Monet
Il figlio di Renoir, il regista Jean Renoir, nel suo libro sul padre del 1962 riferì un racconto di Renoir su Monet, messo per iscritto molti decenni dopo i fatti, e va preso come una tradizione di famiglia. Monet, che non aveva un soldo, indossò il vestito migliore e i polsini di pizzo, prese il bastone con il pomo d'oro e si presentò al direttore della Compagnia ferroviaria dell'Ovest. Il direttore accolse il pittore con tale deferenza da far trattenere i treni, sgomberare i marciapiedi e caricare di carbone le caldaie delle locomotive perché facessero più fumo possibile.
Dai documenti si sa che nel gennaio 1877 Monet ottenne dalla Compagnia dell'Ovest il permesso di lavorare nella stazione di Saint-Lazare, da cui partivano i treni per la Normandia e per Argenteuil, dove allora abitava. Nei primi mesi del 1877 vi dipinse una dozzina di quadri. Secondo l'Art Institute of Chicago, l'affitto di un piccolo appartamento lì vicino, in rue de Moncey, lo pagava per lui Caillebotte.
La veduta è presa dall'interno, da sotto la tettoia della stazione. I due pesanti spioventi del tetto si incontrano a metà in un alto triangolo, e dentro ci sono la luce del giorno e una colonna di vapore azzurro quasi esattamente al centro. In basso una locomotiva nera è rivolta dritta verso lo spettatore, per metà nascosta dal fumo bianco. Il sole, fra le ombre del tetto, cade sui binari, e Monet lo rese con macchie gialle, ocra e viola. Ferro, vapore e cielo sono dipinti con le stesse brevi pennellate.

Il 10 marzo 1878 Caillebotte comprò questo quadro da Monet per 685 franchi, e nel 1896 il quadro entrò al Musée du Luxembourg insieme a quelli del suo lascito.
Émile Zola nel 1877 scrisse delle stazioni di Monet che vi si sentiva il fragore dei treni e si vedevano le nuvole di fumo sotto le enormi tettoie. Nel 1890 fece della stazione di Saint-Lazare uno dei luoghi del romanzo «La bestia umana».
8. I raschiatori di parquet — Gustave Caillebotte
La giuria del Salon del 1875 respinse il quadro di Gustave Caillebotte, che aveva allora 26 anni. Si ritiene di solito che la giuria avesse trovato volgare il soggetto, operai seminudi al lavoro. Caillebotte era figlio di una famiglia ricca, aveva studiato con il pittore da Salon Léon Bonnat e nel 1873 era entrato all'École des Beaux-Arts, sicché il quadro lo aveva preparato per un normale debutto al Salon. Dopo il rifiuto si unì agli impressionisti, espose i «Raschiatori» alla loro seconda mostra, nell'aprile 1876, e divenne uno dei principali acquirenti e mecenati del gruppo. Zola, che vide i «Raschiatori» nel 1876, ne riconobbe i meriti, ma definì quella pittura «borghese» per la sua eccessiva esattezza.
Il testamento di Caillebotte riguardava i quadri dei suoi amici. Questo quadro lo donarono allo Stato a parte, nel 1894, i suoi eredi insieme a Renoir in veste di esecutore testamentario, e nel 1896 entrò al Musée du Luxembourg.
Il pavimento è visto dall'alto, come se lo spettatore stesse sopra gli operai, e sale ripido verso la parete di fondo, tanto che della parete resta una stretta fascia in alto. Tre uomini a torso nudo stanno in ginocchio e raschiano dal parquet la vecchia vernice. A sinistra e davanti le assi sono già chiare, quasi legno nudo, a destra ancora scure, e sulle assi scure corrono lunghe strisce chiare, i riflessi della finestra. Intorno alle mani giacciono riccioli di trucioli, e sul bordo destro ci sono una bottiglia di vino e un bicchiere ancora mezzo pieno. I due a destra chinano la testa l'uno verso l'altro, e sembra che parlino.

I collezionisti, 1906–1911
9. La colazione sull'erba — Édouard Manet
Nel luglio 1906 il pittore e collezionista Étienne Moreau-Nélaton donò allo Stato circa 100 dei suoi quadri e una ventina fra acquerelli, pastelli e disegni. Fra questi c'erano i «Papaveri» di Monet, una quarantina di opere di Corot e «La colazione sull'erba» di Manet, che gli era passata nel 1900 dal mercante Durand-Ruel. In seguito aggiunse al dono altri due lotti, nel 1907 e nel 1919, con clausole che obbligavano il museo a esporli. La raccolta fu assegnata al Louvre, ma dal 1907 al 1934 fu esposta al Musée des Arts Décoratifs, nel padiglione di Marsan, un'ala del palazzo del Louvre, e nelle sale del Louvre vero e proprio la «Colazione» arrivò solo nel 1934.
Al Salon des Refusés del 1863 il quadro fu esposto con il titolo «Il bagno», fu deriso, e un compratore non si trovò. Nel 1871 Manet lo valutava 25.000 franchi, e nel 1878 lo vendette per 2600 al baritono d'opera Jean-Baptiste Faure, che collezionava i suoi quadri.

Una donna nuda siede di fianco, il mento appoggiato alla mano, e ha voltato il viso dritto verso lo spettatore. Il suo corpo è chiaro e piatto, quasi gessoso accanto alle redingote scure degli uomini. Gli uomini guardano oltre lei, e quello a destra, con un berretto morbido con la nappa, sta dicendo qualcosa, la mano tesa con il palmo in su. Con più nitidezza di tutto è dipinta la natura morta in basso a sinistra, con l'abito azzurro, il cappello di paglia, il cesto rovesciato da cui sono rotolati fuori dei frutti, una pagnotta rotonda e una fiaschetta d'argento. La donna nel ruscello, in secondo piano, è troppo grande per la sua distanza e sembra sospesa sopra le tre figure in primo piano, e in alto fra i rami vola un ciuffolotto.
Posò Victorine Meurent, la stessa di «Olympia». Per gli uomini posarono Ferdinand Leenhoff, scultore e fratello della moglie di Manet, e uno dei fratelli del pittore, Eugène o Gustave, e su chi sia l'uno e chi l'altro gli studiosi discutono. La composizione Manet la costruì sul «Concerto campestre» del Louvre, allora attribuito a Giorgione e oggi a Tiziano, e sull'incisione di Marcantonio Raimondi dal «Giudizio di Paride» di Raffaello.
Moreau-Nélaton divenne poi il biografo di Manet, e il suo libro «Manet raccontato da lui stesso» uscì nel 1926.
10. L'Angelus — Jean-François Millet
Il 1° luglio 1889 a Parigi si vendeva all'asta la collezione di Eugène Secrétan, un industriale andato in rovina nella primavera di quell'anno, quando erano crollati i prezzi del rame. L'asta fu fatta coincidere con l'Esposizione universale, e il catalogo fu stampato in francese e in inglese per attirare gli americani. Per «L'Angelus» si batterono Antonin Proust, amico di Manet ed ex ministro delle Belle Arti, che rilanciava per il Louvre a nome di un gruppo di amatori d'arte, e James Sutton della American Art Association di New York. Il quadro andò a Proust per 553.000 franchi, e la sala gridava «Viva la Francia!».
Il denaro per l'acquisto doveva stanziarlo il parlamento. Il deputato Édouard Lockroy avvertiva che altrimenti il quadro sarebbe stato portato in giro per l'America con un cartello «Rifiutato dalla Camera francese», mentre Jacques Salis sosteneva che 553.000 franchi erano troppi per la Repubblica. Il disegno di legge non fece in tempo ad arrivare al Senato, e a metà luglio fu ritirato. Proust cedette il quadro agli americani, e nel 1889–1890 fu esposto negli Stati Uniti. Nel 1890 lo ricomprò e lo riportò in Francia Alfred Chauchard, fondatore dei Grands Magasins du Louvre di Parigi, pagando, secondo le diverse fonti, fra 750.000 e 800.000 franchi. Chauchard morì nel 1909 e lasciò al Louvre la sua collezione, più di 100 fra quadri e bronzi, quasi tutti francesi, e il 15 gennaio 1910 il lascito fu approvato per decreto.
Millet, morto nel gennaio 1875, ricordava che l'idea del quadro gli era venuta dall'infanzia. Sua nonna, quando nei campi sentiva la campana della chiesa, interrompeva sempre il lavoro e faceva recitare a tutti l'Angelus per i poveri morti, la preghiera che i cattolici dicono al suono della campana al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Nel quadro il sole è già tramontato. Un uomo e una donna stanno in piedi in un campo di patate, a capo chino. La donna ha giunto le mani sotto il mento, l'uomo tiene il berretto contro il petto. Fra loro, a terra, c'è un cesto di patate, a sinistra un forcone piantato nel terreno, a destra una carriola con dei sacchi, e all'orizzonte, a destra della testa della donna, si intravede appena un campanile.
L'11 agosto 1932 l'ingegnere Pierre Guillard sfregiò il quadro al Louvre con un temperino. I restauratori promisero allora di rendere invisibili i danni, tranne lo strappo nel cielo.


Salvador Dalí era convinto che sotto il cesto Millet avesse dipinto in origine una piccola bara da bambino, e nessuna pubblicazione di un museo o di un laboratorio lo ha confermato. Su richiesta di Dalí il laboratorio del Louvre fece una radiografia in cui sotto il cesto si vede una forma scura e allungata, coperta dalla pittura, e Dalí la pubblicò nel libro «Il mito tragico dell'“Angelus” di Millet», uscito nel 1963.
11. Al caffè (L'assenzio) — Edgar Degas
L'attrice Ellen Andrée e il pittore e incisore Marcellin Desboutin, habitué del caffè della Nouvelle Athènes in place Pigalle, dove verso il 1876 si riunivano gli impressionisti, erano amici di Degas e posarono per lui nello studio. Degas li sistemò a un tavolino di quel caffè e costruì la scena in modo che sembrasse colta di sfuggita.
Tre piani di tavolo in marmo grigio chiaro, senza gambe, avanzano a zigzag dall'angolo in basso a sinistra, e il marmo vuoto occupa tutta la parte sinistra e inferiore del quadro. I due siedono nell'angolo in alto a destra. La donna, in abito chiaro e cappellino, ha le spalle cadenti e guarda in basso e di lato. Davanti a lei c'è un bicchiere con un liquido torbido giallo-verde, l'assenzio, più vicino al tavolo dell'uomo che al suo. L'uomo vestito di nero, con la pipa, guarda a destra, oltre la cornice, e il margine destro del quadro gli taglia la mano e la pipa. Nello specchio alle loro spalle si riflettono solo due nuche scure e sfocate.
Degas stesso intitolò il quadro «Al caffè». Nel 1876 lo comprò tramite un mercante londinese il capitano Henry Hill di Brighton, che lo espose in quella città come «Schizzo in un caffè francese», e allora non attirò particolare attenzione. Il 19 febbraio 1892, quando la collezione Hill fu messa all'asta da Christie's, la sala lo accolse con i fischi. Nel 1893 il quadro fu esposto alla Grafton Gallery di Londra, per la prima volta con il titolo «L'assenzio», e sui giornali scoppiò una tempesta. Il pittore Walter Crane lo definì «uno studio di degradazione umana, maschile e femminile». Il pubblico prese Andrée e Desboutin per veri ubriaconi.
Nello stesso 1893 il quadro lo comprò a Parigi il conte Isaac de Camondo, banchiere e collezionista, e nel 1911, per suo lascito testamentario, entrò al Louvre insieme ai suoi Degas, Monet e Cézanne.

12. I giocatori di carte — Paul Cézanne
Due uomini siedono uno di fronte all'altro a un tavolino e guardano le proprie carte. Fra loro c'è una bottiglia di vino scura con un solo riflesso bianco a striscia, e la bottiglia divide la tela quasi esattamente a metà. Quello a sinistra, con una corta pipa bianca di terracotta fra i denti, scuro, dritto e raccolto, tiene le carte vicino al petto. Quello a destra, in giacca chiara, più lungo e pesante, è chino sul tavolo, e il margine destro della tela lo taglia. La tovaglia pende dal bordo anteriore del tavolo in una piega piatta, e lo sfondo sopra le teste si scioglie in macchie di verde oliva, di verde e di viola.
Fra l'inizio e la metà degli anni Novanta dell'Ottocento Paul Cézanne, che aveva ormai passato i cinquant'anni e lavorava soprattutto nella natia Aix-en-Provence, dipinse cinque quadri con giocatori di carte. In due al tavolo siedono più persone, e oggi si trovano al Metropolitan Museum e alla Barnes Foundation. Negli altri tre i giocatori sono due. La versione dell'Orsay è la più piccola di queste tre, ed è stata a lungo considerata l'ultima della serie, benché le indagini tecniche del 2010 abbiano messo in dubbio quest'ordine.
Il primo proprietario del quadro fu il mercante Ambroise Vollard, che nel 1895 organizzò per Cézanne la prima mostra personale. Il 4 maggio 1907 lo comprò il conte Isaac de Camondo, e nel 1911 il quadro rientrò nel suo lascito al Louvre.
Nel 1961 il Louvre prestò il quadro a una mostra di Cézanne al Pavillon de Vendôme di Aix-en-Provence. Nella notte fra il 12 e il 13 agosto da lì furono portati via otto quadri di Cézanne, e i «Giocatori» erano fra questi. Era di guardia un solo gendarme, al piano di sotto, e l'allarme non scattò. Il 10 novembre, mentre i quadri erano ancora ricercati, le poste francesi emisero un francobollo con «I giocatori di carte» di Cézanne. I quadri furono ritrovati l'11 aprile 1962 in una Peugeot 404 rubata e abbandonata a Marsiglia, dopo una telefonata anonima alla polizia.
Per Cézanne posarono i lavoranti della tenuta di famiglia, il Jas de Bouffan, vicino ad Aix. Uno dei giocatori, secondo il catalogo delle sue opere, si chiamava Paulin Paulet, e veniva pagato cinque franchi a seduta.
Fra le due guerre, 1920–1936
13. L'atelier del pittore — Gustave Courbet
Juliette Courbet, la stessa sorella che nel 1881 aveva donato allo Stato il «Funerale a Ornans», il 9 dicembre di quell'anno vendette «L'atelier del pittore» all'asta all'Hôtel Drouot, alla galleria Haro, per 21.000 franchi. In seguito lo comprò il collezionista parigino Victor Desfossés. Dopo la sua morte la vedova lo ricomprò alla vendita postuma, e fino al 1919 la tela, larga quasi sei metri, rimase appesa come fondale del teatro amatoriale nel palazzo dei Desfossés in rue Galilée. Il 13 febbraio 1920 il quadro fu acquistato per il Louvre con il denaro di una sottoscrizione pubblica e della Société des Amis du Louvre. Di solito si indica un prezzo di 700.000 franchi.
Courbet lo dipinse a Ornans nell'inverno 1854–1855 per l'Esposizione universale di Parigi e gli diede il sottotitolo «Allegoria reale che determina una fase di sette anni della mia vita artistica e morale». I sette anni li contava dalla rivoluzione del 1848.
Al centro siede Courbet in persona e dipinge un paesaggio, e quel paesaggio sul cavalletto è il punto più chiaro e più azzurro dell'intero quadro. Dietro la sua spalla sta una modella nuda che si stringe al petto un lenzuolo bianco, e il suo vestito giace a terra in un mucchio rosa e bianco. Accanto al ginocchio del pittore un ragazzino con gli zoccoli guarda la tela, in basso gioca un gatto bianco. A sinistra Courbet collocò, come scrisse in una lettera a Champfleury, «l'altro mondo della vita comune, il popolo, la miseria, la ricchezza, gli sfruttati, gli sfruttatori», a destra gli «azionisti», cioè gli amici e gli amatori d'arte. Sul margine destro siede Charles Baudelaire, intento a leggere. Accanto a lui c'era la sua compagna Jeanne Duval, che Courbet, su richiesta del poeta, ricoprì di colore, e col tempo, man mano che la pittura è diventata più trasparente, la sua sagoma ha cominciato a riaffiorare.


La giuria dell'Esposizione del 1855 accettò 11 opere di Courbet e respinse questa e il «Funerale a Ornans». Courbet costruì accanto all'Esposizione un padiglione tutto suo, lo chiamò Padiglione del Realismo e vi appese l'«Atelier» con il numero uno. Eugène Delacroix ci andò da solo, rimase quasi un'ora e annotò nel diario: «Scopro un capolavoro nel suo quadro rifiutato, non riuscivo a staccarmi da quella vista».
14. Donne in giardino — Claude Monet
Nella primavera del 1866 Claude Monet cominciò, nel giardino della casa che aveva in affitto a Ville-d'Avray, vicino a Parigi, un quadro alto più di due metri e mezzo, e lo dipinse in parte direttamente all'aperto. Per arrivare alla parte superiore senza cambiare punto di vista scavò in giardino una trincea e ci calava dentro la tela. Monet aveva 25 anni e non aveva denaro.
Per le tre donne a sinistra posò la sua compagna Camille Doncieux, la futura moglie. Quattro donne in crinolina stanno in piedi e sedute sotto una volta di fogliame, e un alberello sottile e biforcuto divide il quadro in due. La gonna bianca della donna seduta al centro si allarga sull'erba in un enorme cerchio orlato di passamaneria nera, e il sole la taglia in diagonale. All'ombra gli abiti bianchi prendono un riflesso azzurro e freddo. La donna dai capelli rossi a destra si protende verso un ramo e sembra scivolargli incontro, sfiorando appena il terreno. Nel restauro del 2020–2021 si è scoperto che la donna con l'abito a righe a sinistra Monet l'aggiunse più tardi, e che spostò la firma dal centro all'angolo in basso a destra.
La giuria del Salon del 1867 respinse il quadro. L'amico di Monet, il pittore Frédéric Bazille, lo comprò per 2500 franchi pagabili in rate da 50 franchi al mese, per aiutare Monet mentre Camille aspettava un bambino. Bazille morì nella guerra franco-prussiana, nel 1870, a Beaune-la-Rolande, e il quadro lo ereditò suo padre. Secondo una versione riportata dall'autore del catalogo di Monet, Daniel Wildenstein, nel 1876 il padre di Bazille lo scambiò con Manet per un ritratto del figlio dipinto da Renoir, e Manet restituì il quadro a Monet in cambio di una sua opera.
Da allora le «Donne in giardino» rimasero 45 anni presso Monet, ad Argenteuil e poi a Giverny. Nel 1921 lo Stato comprò il quadro dal pittore per 200.000 franchi per il Musée du Luxembourg. In quegli stessi anni Monet trattava con lo Stato la donazione delle «Ninfee», e l'atto di donazione dei 19 pannelli fu firmato il 12 aprile 1922.

15. Donne tahitiane sulla spiaggia — Paul Gauguin
Paul Gauguin regalò questo quadro, a Tahiti, a un certo capitano Arnaud. La figlia del capitano, Madame Wilmot, lo tenne presso di sé a Papeete fino al 1920, sicché il quadro rimase sull'isola una trentina d'anni. Poi andò al visconte Guy de Cholet, e nel 1923 sua sorella, la contessa Vitali, lo donò allo Stato in memoria del fratello.
Nel giugno 1891 Gauguin, dopo aver venduto le sue opere all'asta all'Hôtel Drouot per pagarsi il viaggio, sbarcò a Papeete, e dipinse questo quadro nei primi mesi a Tahiti. Due donne siedono sulla sabbia gialla e occupano quasi tutta la tela. Quella di destra è così grande che la cornice non la contiene, e il ginocchio e l'orlo della veste escono oltre il margine destro. Quella di sinistra ci volge le spalle, appoggiata a un braccio e con la testa china. Ha lunghi capelli neri con un nastro giallo, un fiore bianco dietro l'orecchio e un pareo rosso acceso a grandi foglie bianche. Quella di destra siede a gambe incrociate, in un ampio abito rosa a maniche lunghe abbottonato fino alla gola, di quelli introdotti sull'isola dai missionari. Intreccia qualcosa con fibre di palma arancioni e lancia un'occhiata di sbieco verso lo spettatore. Le due donne non si guardano. Oltre la sabbia si stendono fasce di acqua scura, di terra verde brillante e di mare scuro con i frangenti bianchi.
Nel 1892 Gauguin riprese la composizione nel quadro «Parau api» («Che c'è di nuovo?»), oggi a Dresda, e vestì la donna di destra con un pareo a righe.
16. Orso bianco — François Pompon
François Pompon aveva 67 anni quando, nel 1922, il suo orso bianco in gesso esposto al Salon d'Automne di Parigi lo rese famoso. Fino ad allora aveva lavorato per decenni come marmista, traducendo nel marmo i modelli di altri scultori, anche per Camille Claudel e Auguste Rodin. Verso il 1905 cominciò a occuparsi di animali, li disegnava e modellava nel serraglio del Jardin des Plantes di Parigi e si costruì un cavalletto portatile da fissare sul petto, per lavorare la creta camminando dietro l'animale. All'inizio modellava con tutti i particolari, poi li toglieva a poco a poco.
Nel 1927 lo Stato commissionò per il Musée du Luxembourg una grande versione in pietra, per 25.000 franchi. In favore di Pompon intercedette presso il ministro Édouard Herriot la giornalista Louise Weiss, direttrice della rivista «L'Europe nouvelle», e il banchiere e collezionista David David-Weill regalò un blocco di calcare. L'orso lo scolpì il marmista Jean-Joachim Supéry sotto la sorveglianza di Pompon, in un laboratorio a Malakoff, vicino a Parigi, e stavolta era un altro a tradurre nella pietra un modello per conto di Pompon. L'orso fu consegnato il 16 febbraio 1929. Dal Musée du Luxembourg passò nel 1939 al Musée national d'art moderne, e nel 1986 all'Orsay. Il celebre gesso del 1922 e questa pietra restano due sculture distinte.
L'orso, a grandezza naturale, avanza su zampe dritte come colonne, e una delle zampe posteriori ha già staccato il tallone dal basamento, come se si desse la spinta. La testa è sollevata su un collo lungo e grosso, il muso alzato, come se fiutasse l'aria. La pietra è liscia e opaca, e il pelo non è segnato da un solo solco. Gli occhi sono indicati da due puntini, la bocca da una sola linea sottile incisa, e per quella linea sembra che l'orso sorrida appena. Pompon diceva di amare la scultura «senza buchi e senza ombre».

Pompon morì nel 1933 e lasciò allo Stato circa 300 opere, gran parte delle quali nel 1948 fu assegnata al Musée des Beaux-Arts di Digione.
17. I pannelli per il baraccone della Goulue — Henri de Toulouse-Lautrec
La Goulue, cioè Louise Weber, stella del cancan al Moulin Rouge, nel 1895 se ne andò, prese un posto alla Foire du Trône e aprì un baraccone tutto suo, dove eseguiva una danza del ventre «orientale». Per la facciata chiese al suo amico Henri de Toulouse-Lautrec di dipingere due grandi tele. Lautrec, che nel 1891 l'aveva resa celebre con un manifesto per il Moulin Rouge, dipinse due pannelli, ciascuno alto circa tre metri e altrettanto largo, e furono appesi all'esterno, all'ingresso, sotto la pioggia e il sole.

Sul pannello di sinistra la Goulue balla al Moulin Rouge con Valentin le Désossé, ed è il suo passato. Su quello di destra esegue la nuova danza «moresca» nel baraccone, davanti al pubblico, ed è il suo presente. Lautrec quasi non dipinse lo sfondo. Le figure sono tracciate a pennello con linee scure direttamente sulla tela marrone, e solo alcune sono campite di colore. Tutta a colori è dipinta la Goulue, con la gonna verde sopra una schiuma di sottogonne bianche, mentre il suo partner, il lungo Valentin col cilindro, è quasi soltanto tratteggio. Nel pubblico del pannello di destra gli studiosi riconoscono Oscar Wilde in un uomo corpulento col cilindro e, a destra, più grande di tutti, il critico Félix Fénéon con la barbetta a punta.
Nel 1900, quando il baraccone fallì, le tele le comprò un collezionista, il dottor Georges Viau. Nel 1907 la sua collezione fu venduta, i pannelli passarono al mercante Hodebert, e nel 1926 Hodebert tagliò entrambe le tele in otto grandi pezzi, montò ciascuno su un telaio a sé e lo incorniciò come un quadro autonomo. Nel 1929 lo Stato comprò da un unico proprietario, Hugues Simon, i pezzi e i ritagli di tela, mentre il frammento con Valentin le Désossé lo donò un certo Monsieur Auffray. Nel 1930 i pannelli furono ricomposti.
Le cuciture si vedono. Linee rette dividono le tele in rettangoli e passano proprio attraverso le figure, e sul pannello di sinistra, sotto i piedi di Valentin, è inserita una striscia di tela più chiara.
18. La culla — Berthe Morisot
Una giovane donna siede a sinistra, di profilo, il mento appoggiato alla mano, e guarda il bambino che dorme. La culla occupa tutta la metà inferiore del quadro e il margine destro, e dall'alto vi scende un velo bianco di mussola che attraversa il quadro in diagonale e passa perfino davanti al petto della madre. Il bambino si vede attraverso la mussola, ha gli occhi chiusi, e il braccino piegato accanto alla testa ripete il braccio piegato della madre. Con l'altra mano la donna tocca il bordo della culla. Il quadro è dipinto quasi soltanto con toni bianchi, grigio-azzurri e rosati, e scuri restano solo la giacca della madre e una fascia lungo il margine destro.
Nel quadro ci sono la sorella maggiore di Berthe Morisot, Edma Pontillon, e sua figlia Blanche, nata il 23 dicembre 1871. Le sorelle avevano studiato pittura insieme, ma Edma sposò un ufficiale di marina, Adolphe Pontillon, si trasferì a Lorient e abbandonò la pittura.
Nella primavera del 1874 Berthe Morisot fu l'unica donna fra i partecipanti alla prima mostra degli impressionisti, nell'ex studio del fotografo Nadar sul boulevard des Capucines. Espose nove opere, e fra queste c'era «La culla». Il quadro non fu comprato, e Morisot lo ritirò dalla vendita. Quando morì, nel 1895, sul certificato di morte scrissero «senza professione».
Il quadro rimase in famiglia, e nel 1930 il Louvre lo comprò da Madame Blanche Forget, nata Pontillon, proprio la bambina della culla, che allora aveva 58 anni.


19. Piccola danzatrice di quattordici anni — Edgar Degas
Marie van Goethem nacque il 7 giugno 1865 a Parigi da una povera famiglia belga. Lei e le sue sorelle studiavano alla scuola di danza dell'Opéra, i 14 anni li compì nel 1879, e più o meno allora Edgar Degas modellava su di lei la figura che ha dato il titolo alla scultura. Nel maggio 1882 fu espulsa dalla scuola per le troppe assenze, e che cosa le sia accaduto poi i biografi non sono riusciti a scoprirlo.
Degas la modellò in cera colorata su un'armatura e la vestì con un vero corpetto di seta, un tutù di tulle, calze e scarpette da ballo, le legò fra i capelli un nastro di raso e le mise una parrucca di capelli veri. Nell'aprile 1881 espose la figura alla sesta mostra degli impressionisti, in una teca di vetro. È l'unica scultura che Degas abbia mostrato al pubblico. Il critico Paul Mantz si chiedeva sul giornale Le Temps perché fosse così brutta, e un recensore la definì «un po' scimmia, un po' azteca».
Dopo la morte di Degas, nel settembre 1917, nello studio furono trovate circa 150 figure di cera. Gli eredi si accordarono con il fonditore Adrien-Aurélien Hébrard, che le fuse in bronzo, e della «Piccola danzatrice» fece quasi 30 esemplari. Degas non aveva mai dato il permesso per le fusioni, e tutti i suoi bronzi sono postumi, sicché all'Orsay c'è una copia realizzata dopo la morte dell'autore. Questo esemplare, contrassegnato con la lettera P, lo Stato lo comprò nel 1930, e nel 1931 entrò al Louvre. Nei documenti si legge che l'acquisto fu possibile grazie alla generosità degli eredi dell'artista e della famiglia Hébrard.
La ragazzina sta in quarta posizione, con la gamba sinistra portata indietro e le mani intrecciate dietro la schiena, il mento sollevato in alto e gli occhi quasi chiusi. Il corpetto è fuso in bronzo con i bottoni e le pieghe, mentre il nastro sulla treccia di bronzo e il tutù di tulle sono di stoffa vera.
L'originale in cera si trova alla National Gallery of Art di Washington, dove è arrivato nel 1999 dalla collezione di Paul Mellon.


20. L'incantatrice di serpenti — Henri Rousseau
Berthe Delaunay, madre del pittore Robert Delaunay, commissionò questo quadro a Henri Rousseau nel 1907. Secondo un racconto diffuso, aveva viaggiato in India, amava raccontare il viaggio agli ospiti e chiese a Rousseau di dipingere qualcosa in ricordo di quel viaggio. Rousseau aveva lavorato un tempo a una barriera daziaria di Parigi, dove si riscuoteva il dazio sulle merci che entravano in città, e per questo lo chiamavano il Doganiere, e dalla Francia non era mai uscito. La giungla la metteva insieme dalle serre e dal serraglio del Jardin des Plantes, dalle riviste illustrate e dai villaggi esotici che si costruivano per le Esposizioni universali.
Il quadro è dipinto controluce. A sinistra, sopra l'acqua, pende la luna piena in un cielo verdastro, e l'incantatrice, in piedi quasi al centro e rivolta verso di noi, è tutta nera, e le brillano solo gli occhi. Suona il flauto, un serpente le pende dalle spalle come un indumento, un altro sale verso di lei dall'erba. A sinistra fra i canneti c'è una spatola rosa, a destra le foglie si alzano come un muro, e ogni foglia è contornata a parte.
Poi il quadro passò a Robert e Sonia Delaunay, che nel maggio 1922 lo vendettero al couturier e collezionista Jacques Doucet per 50.000 franchi. L'affare lo combinò il poeta André Breton, che allora consigliava Doucet sugli acquisti. I venditori posero la condizione che Doucet lasciasse il quadro in eredità al Louvre. Doucet morì il 30 ottobre 1929, la vedova chiese di tenere il quadro presso di sé, e lo Stato accettò il legato solo nel 1936.
Tre Van Gogh, 1949–1975

21. Autoritratto — Vincent van Gogh
Paul Gachet e sua sorella Marguerite, figli del dottor Paul Gachet, nel 1949 donarono allo Stato questo autoritratto di Vincent van Gogh insieme al ritratto del dottore stesso. Con quel dono cominciò una serie di donazioni della famiglia Gachet che si protrasse per tutti gli anni Cinquanta. Il dottor Gachet aveva curato Van Gogh ad Auvers-sur-Oise, dove il pittore morì il 29 luglio 1890. Come l'autoritratto sia arrivato al dottore lo riferisce una sola fonte, la rivista britannica Apollo, che nel 2024 ha scritto che Gachet ricevette il quadro da Theo, fratello del pittore, poco dopo la morte di Vincent.
Van Gogh, olandese, viveva in Francia dal 1886, nel febbraio 1888 si stabilì ad Arles, e dopo le crisi della fine di quell'anno, nel maggio 1889, entrò volontariamente nella casa di cura di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy. A luglio lo colpì una nuova crisi, e per qualche settimana non poté lavorare. Questo ritratto lo dipinse nel settembre 1889 e verso il 20 settembre lo mandò a Theo a Parigi con una lettera: «Guardalo per un po'. Spero che vedrai che l'espressione del mio viso si è fatta più calma, anche se lo sguardo, mi pare, è più incerto di prima». È uno dei suoi ultimi autoritratti.
Il viso è dipinto in ocra gialla con ombre verdi, le labbra sono strette, gli occhi guardano di sbieco lo spettatore. I capelli e la barba rossi sono stesi a brevi pennellate parallele. Lo sfondo, di un pallido verde azzurrino, è coperto di riccioli e vortici, e le stesse pennellate ondulate passano sulla giacca, tanto che la figura quasi si confonde con la parete, e a separarla restano solo i contorni scuri e la testa arancione.
Nel maggio 1890 Van Gogh si trasferì ad Auvers, affidato alle cure del dottor Gachet, si fece restituire questa tela da Theo e la mostrò al dottore. A giugno scrisse alla sorella che Gachet era entusiasta dell'autoritratto, e fece il ritratto del dottore, osservando nella stessa lettera che il proprio autoritratto era «quasi uguale».

22. La camera da letto ad Arles — Vincent van Gogh
Nell'aprile 1959 arrivarono al porto giapponese di Yokohama 375 opere della collezione di Kojiro Matsukata, un industriale giapponese che aveva comprato arte europea a Parigi, e nel giugno di quell'anno da esse nacque il Museo nazionale d'arte occidentale di Tokyo. Una ventina di opere la Francia le tenne per sé, e «La camera da letto ad Arles» era fra queste.
Matsukata aveva comprato il quadro all'inizio degli anni Venti nella galleria parigina di Paul Rosenberg, e il quadro non fu mai spedito in Giappone, restò con la parte parigina della collezione. Nel 1944, dopo la liberazione della Francia, la collezione fu confiscata come proprietà nemica. In base all'articolo 14 del trattato di pace firmato a San Francisco l'8 settembre 1951, gli Alleati potevano trattenere i beni giapponesi, e la collezione passò allo Stato francese. Nel 1953 lo storico dell'arte Yukio Yashiro, che un tempo aveva consigliato Matsukata, chiese al direttore dei Musei di Francia, Georges Salles, di restituire la «Camera da letto» e un quadro di Renoir. Dopo le trattative il Renoir fu restituito, il Van Gogh no. Con un decreto del 27 maggio 1959 la «Camera da letto» fu assegnata al Louvre.
Nel 2024 Robert Casanovas, presidente dell'associazione International Restitutions, ha sostenuto che la Francia non aveva mai dichiarato formalmente guerra al Giappone, che quindi il sequestro del 1944 non aveva fondamento, e ha definito il trattenimento del quadro un'appropriazione illecita. La posizione ufficiale della Francia è un'altra. Il quadro è passato allo Stato in base al trattato di pace del 1951 e al decreto del 1959, e il resto della collezione è stato restituito al Giappone come dono.
La «Camera da letto» dell'Orsay è la terza e la più piccola delle tre. La prima Van Gogh la dipinse ad Arles nell'ottobre 1888, e l'umidità la danneggiò mentre lui era in ospedale. Nel settembre 1889, a Saint-Rémy, la ripeté nello stesso formato, e alla fine del mese ne fece una replica ridotta per la madre e la sorella in Olanda (la prima versione è oggi ad Amsterdam, la seconda a Chicago). Dipingeva dal quadro precedente, perché quella stanza non l'aveva più. Il pavimento sale ripido verso la finestra, e la parete di fondo sembra farsi avanti. Il letto di legno giallo con la coperta rosso sangue occupa la metà destra, ed è l'unica macchia di rosso acceso nel quadro. Sopra il letto sono appesi, in cornici arancioni, due ritratti, un uomo dai capelli rossi, senza barba, in giacca blu, e una donna bruna con gli occhi bassi. Nella versione di Amsterdam in quel punto ci sono altri ritratti, e chi sia questa donna gli studiosi non l'hanno stabilito, anche se alcuni vi vedono la sorella del pittore, Willemien.
Nel 2019 il quadro è stato esposto a Tokyo, alla mostra della collezione Matsukata per i 60 anni del museo.

23. Notte stellata sul Rodano — Vincent van Gogh
L'Orsa Maggiore Van Gogh la mise sopra Arles, benché guardasse dalla riva del Rodano verso sud-ovest, mentre quella costellazione si vede nella parte settentrionale del cielo. L'astrofisico Jean-Pierre Luminet ha ricostruito il cielo del settembre 1888, ha trovato che le stelle sono disposte come appaiono guardando a nord e ha ipotizzato che il pittore abbia unito la città, da una parte, e la costellazione, dall'altra.
Nella lettera al fratello di circa il 29 settembre 1888 Van Gogh descriveva «il cielo stellato dipinto finalmente di notte, sotto un becco a gas», il cielo verde-azzurro, l'acqua blu reale, la terra lilla e la luce gialla del gas, i cui riflessi passano «dall'oro rosso al bronzo verde». Le stelle sono dipinte come pallide rosette bianco-verdi con un alone di pennellate a raggiera. Lungo la riva opposta corre una fila di lampioni giallo-arancio, e da ciascuno scende nell'acqua scura una colonna di pennellate gialle e dorate sfrangiate, quasi fino al primo piano. Al centro, vicino alla riva, ci sono due barche con alberi sottili, e nell'angolo in basso a destra due figurine camminano a braccetto verso lo spettatore, così piccole che è facile non vederle. Nella lettera Van Gogh le chiamò innamorati.

Quella riva del Rodano era a due minuti a piedi dalla Casa gialla, che Van Gogh aveva preso in affitto e che allora stava arredando in attesa dell'arrivo di Gauguin. Nel 1889 Theo mandò il quadro al Salon des Indépendants insieme agli «Iris».
Dopo la morte di Theo il quadro rimase alla vedova, Johanna van Gogh-Bonger, e nel 1899 lo comprò lo scrittore olandese Bas Veth, che pagò 1450 fiorini per tre quadri di Van Gogh in blocco. Scrisse a un amico di non capire come si potesse, per denaro, portare sotto il proprio tetto qualcosa di così sacro. Dopo la morte di Veth, nel 1922, gli eredi vendettero i quadri, e in seguito questo appartenne al parigino Fernand Moch.
Nel 1975 Robert Kahn-Sriber e sua moglie lo donarono allo Stato in memoria di Fernand Moch e di sua moglie, riservandosi l'usufrutto a vita, sicché lo Stato possedeva il quadro ancor prima di poterlo appendere.

L'imposta e il mecenate, 1995–2022
24. L'origine del mondo — Gustave Courbet
Il 29 giugno 1889 Edmond de Goncourt annotò nel diario che un mercante gli aveva mostrato un quadro con un segreto. Sull'anta esterna c'era una chiesa di campagna nella neve, e sotto si nascondeva un secondo quadro, dipinto da Courbet per Khalil-Bey, che raffigurava «il ventre e il basso ventre di una donna». Goncourt ammise di dover chiedere scusa a Courbet e paragonò quel corpo alla pittura del Correggio. Il mercante non lo nominò, e nella letteratura lo si identifica di solito con l'antiquario Antoine de La Narde.
Khalil-Bey, diplomatico ottomano a Parigi, collezionava pittura erotica e possedeva anche «Il sonno» di Courbet e «Il bagno turco» di Ingres. Courbet dipinse per lui questo quadro nel 1866, secondo la versione comunemente accettata su commissione. Lo scrittore Maxime Du Camp, ostile a Courbet, in pagine scritte dopo la Comune ricordava che era appeso nel gabinetto da toeletta di Khalil-Bey, dietro una tenda verde. Nel 1868 Khalil-Bey si rovinò al gioco e vendette la collezione, e questo quadro passò privatamente a La Narde.
La tela è piccola. Vi è dipinto un corpo femminile nudo, disteso sulla schiena su lenzuola bianche e visto da vicino, dal lato dei piedi. L'inquadratura taglia all'altezza del petto e delle cosce, così che testa, braccia e gambe restano fuori dal bordo. Le cosce divaricate vanno verso gli angoli inferiori, il pelo scuro del pube cade quasi al centro della tela, la parte alta del corpo è coperta da un lenzuolo spiegazzato, e in alto a destra si vede un seno. I pittori accademici dell'epoca dipingevano il nudo liscio e senza peli, mentre Courbet dipinse i peli con minuzia.
Verso il 1910 il quadro lo comprò alla galleria parigina Bernheim-Jeune un collezionista di Budapest, il barone Ferenc Hatvany. Durante la seconda guerra mondiale la sua collezione era custodita nelle cassette di sicurezza di banche di Budapest. I racconti su come il quadro sia sopravvissuto alla guerra divergono, e Hatvany stesso scrisse che era sparito ed era tornato da lui «per un caso fortunato». Nel 1947 si trasferì a Parigi e lo portò con sé.
Nel 1955 il quadro fu comprato in parti uguali dallo psicoanalista Jacques Lacan e da sua moglie, l'attrice Sylvia Bataille. Lo appesero nella loro casa di campagna a Guitrancourt, e Sylvia chiese al marito di sua sorella, il pittore André Masson, di fare un pannello per coprirlo. Masson realizzò un coperchio di legno scorrevole e vi disegnò lo stesso corpo a linee chiare, in forma di paesaggio. Lacan morì nel 1981, Sylvia Bataille nel dicembre 1993, e nel 1995 gli eredi cedettero il quadro allo Stato in pagamento dell'imposta di successione. In Francia questo modo di pagare le imposte con opere d'arte era stato introdotto da una legge del 1968. Fino ad allora il quadro era stato esposto in un museo una sola volta, a Brooklyn nel 1988.
A lungo si è creduto che avesse posato l'irlandese Joanna Hiffernan, compagna di Whistler, ma lei aveva i capelli rossi. Nel 2018 lo studioso di Dumas Claude Schopp confrontò con il manoscritto conservato alla Bibliothèque nationale de France una lettera di Alexandre Dumas figlio a George Sand. Vi si parla del pennello di un pittore e di «Mademoiselle Queniaux dell'Opéra», e la parola che nell'edizione a stampa era stata letta come «intervista» nel manoscritto si è rivelata «l'interno». Si trattava di Constance Queniaux, ex ballerina dell'Opéra e amante di Khalil-Bey. Sylvie Aubenas, della stessa biblioteca, ha sostenuto questa ipotesi, che tuttavia si regge su una sola lettera.
Il 6 maggio 2024, mentre il quadro era in prestito a una mostra su Lacan al Centre Pompidou-Metz, sul suo vetro di protezione fu scritto con vernice rossa «Me Too». Il vetro dovette essere sostituito, la pittura sulla tela rimase intatta.
25. Gita in barca — Gustave Caillebotte
I proprietari del quadro, discendenti della famiglia Caillebotte, il 2 ottobre 2019 chiesero il permesso di esportarlo dalla Francia, intendevano cioè venderlo all'estero. Dopo la morte del pittore, nel 1894, il quadro era passato al fratello Martial, nel 1910 alla figlia di Martial, Geneviève, e da allora era rimasto in famiglia. Il 18 dicembre 2019 la commissione per i tesori nazionali si espresse per il diniego, il 30 gennaio 2020 l'esportazione fu negata e il quadro fu dichiarato tesoro nazionale, e lo Stato ebbe 30 mesi per fare un'offerta. Il 25 marzo 2022 lo Stato annunciò la ricerca di un mecenate per 43 milioni di euro. L'intera somma la pagò il gruppo LVMH, e per la legge sui tesori nazionali l'azienda può detrarre circa il 90 per cento di un simile contributo dall'imposta sulle società. Il quadro appartiene allo Stato, e il 30 gennaio 2023 è stato presentato al Musée d'Orsay.

Lo spettatore siede a poppa di una barca leggera, di fronte al rematore. Il fondo verniciato color ocra, con le costole e i banchi, occupa il terzo inferiore del quadro ed esce oltre i bordi, e i remi lo attraversano quasi da un'estremità all'altra. Il rematore siede esattamente al centro, le ginocchia divaricate, e a fine vogata ha tirato le mani al petto. Porta un alto cilindro di seta nera, un gilet nero, una camicia a righe blu e bianche con le maniche ampie e un papillon. Nel parere della commissione si legge che «si è tolto soltanto la giacca dell'abito da città». Guarda oltre lo spettatore, verso sinistra, con aria assente. Il fiume alle sue spalle, probabilmente la Yerres, dove la famiglia Caillebotte passava l'estate, è dipinto a pennellate rapide e sfrangiate, più libere della figura, e incontro arriva una seconda barca con due rematori in cappello di paglia.
Caillebotte espose il quadro alla quarta mostra degli impressionisti, nel 1879. Andava lui stesso a vela e costruiva barche, e il ministero della Cultura scrive che ne possedeva 32 e che ne progettò altre 20 circa.
Nel 1863 Napoleone III comprò al Salon «La nascita di Venere» di Cabanel, mentre «La colazione sull'erba» di Manet la giuria non la lasciò entrare. Nel 1890, grazie alla sottoscrizione dei pittori, «Olympia» arrivò allo Stato. Nel 1906 Moreau-Nélaton donò allo Stato «La colazione sull'erba», nel 1911 il Louvre ricevette per lascito la collezione Camondo, nel 1995 gli eredi di Lacan pagarono con un quadro di Courbet l'imposta di successione, e nel 2022 lo Stato trovò 43 milioni di euro perché la «Gita in barca» di Caillebotte non lasciasse la Francia.

Cos'altro vedere
Fuori da queste venticinque opere restano «La chiesa di Auvers» di Van Gogh, arrivata nel 1951, anch'essa con la partecipazione della famiglia Gachet, e «La famiglia Bellelli» di Degas, comprata alla vendita dello studio del pittore nel 1918, mentre Parigi era sotto il tiro dell'artiglieria tedesca. Fra le sculture vale la pena cercare «La danza» di Jean-Baptiste Carpeaux, tolta nel 1964 dalla facciata dell'Opéra di Parigi e sostituita da una copia, e «L'età matura» di Camille Claudel. Lo Stato rinunciò alla commissione di questo gruppo nel 1899, e la fusione in bronzo la pagarono dei privati.






































































